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10 Gennaio 2026 - 18:43
Fiorenzo Grijuela
C’è stato un tempo in cui i sindaci facevano davvero i sindaci.
Un tempo in cui governare una città voleva dire sporcarsi le mani, non lucidare l’immagine. Arrivavano al mattino, riunivano l’ufficio tecnico, raccoglievano i problemi e cercavano di smontarli, uno a uno, tutti i santi giorni. C’è stato un tempo in cui ci si occupava seriamente di sociale, di sanità, di rifiuti, di manutenzioni, di scuole, di strade dissestate e di famiglie in difficoltà. Un tempo in cui le responsabilità si prendevano senza troppi calcoli, senza strategie di consenso, semplicemente perché ti avevano eletto per fare questo.
In questa parte di territorio quei sindaci li abbiamo avuti. Ci fermiamo agli ultimi, ma anche i predecessori erano fatti della stessa pasta.
Aldo Corgiat a Settimo Torinese. Andrea Fluttero a Chivasso. Fabrizio Bertot a Rivarolo. E poi, naturalmente, Fiorenzo Grijuela a Ivrea.
Sindaci diversi, storie diverse, appartenenze politiche anche opposte. Bertot e Fluttero espressione del centrodestra, Grijuela uomo di centrosinistra, con una lunga storia nella sinistra politica e istituzionale. Ma una cosa in comune: la politica come servizio, non come vetrina. Non stavano sui social. Non pesavano le parole in base ai like. Non vivevano di comunicati stampa. Vivevano di riunioni interminabili, di discussioni anche accese, di telefonate a tutte le ore, di problemi veri. Di decisioni da prendere anche quando facevano male, anche quando sapevano che avrebbero scontentato qualcuno.
Oggi no.
Oggi i sindaci sono spesso prigionieri dell’immagine, dell’applauso facile, della frase giusta per i social. Sempre attenti a non disturbare, a non esporsi, a non perdere consenso. Sempre pronti a raccontare, molto meno a decidere. È una politica più leggera, più prudente, ma anche più fragile. E, soprattutto, meno coraggiosa.
Ed è proprio oggi, con la morte di Fiorenzo Grijuela, che quei ricordi riaffiorano con forza, quasi con urgenza. Perché la sua scomparsa non è solo un lutto personale o cittadino, ma il simbolo di una stagione che si allontana sempre di più.
Lo piange Fabrizio Bertot, exsindaco di centrodestra a Rivarolo oggi segretario provinciale dei Fratelli d'Italia, che con Grijuela ha lavorato fianco a fianco pur stando su fronti politici opposti.
«Con grande tristezza apprendo la notizia della scomparsa di una delle migliori figure politiche che abbia conosciuto sul territorio eporediese», dice. «Per tanto tempo, nei rispettivi ruoli di sindaci, abbiamo collaborato infischiandocene delle differenti appartenenze. Lui di sinistra, io di destra, ma simpaticamente sorridenti e instancabili nel lavorare insieme. Ho bellissimi ricordi delle ore passate con lui, nel mio comune a Rivarolo e nel suo a Ivrea. Non ti dimenticherò mai. È stato un onore conoscerti e collaborare con te. Buon viaggio Fiorenzo».
Lo piange Andrea Fluttero, anche lui ex sindaco di centrodestra a Chivasso. Lo conobbe quando era un giovane consigliere provinciale di Alleanza Nazionale. «Lui autorevole capogruppo dei DS, da cui imparare, pur nella differenza degli schieramenti, stile, garbo e intelligenza politica». Poi, da sindaco di Chivasso, insieme a Grijuela a Ivrea e al compianto Giovanni Ossola a Settimo, «colleghi di grande qualità e lealtà con i quali lavorare per lo sviluppo del territorio e delle nostre città».
«Che la terra ti sia lieve e grazie della tua amicizia e del tuo impegno civico, Fiorenzo» scrive oggi sui social.
Ecco cos’era quella politica.
Una politica fatta di rispetto reciproco, anche nello scontro. Di collaborazione oltre le bandiere. Di visione territoriale, non di piccolo cabotaggio. Una politica che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, ma che in realtà servirebbe più che mai.
Con la morte di Fiorenzo Grijuela non se ne va solo un ex sindaco di Ivrea.
Se ne va un modo di essere sindaci. Un modo che non aveva paura del conflitto, del lavoro sporco, della responsabilità. Un modo che non chiedeva applausi, ma risultati.
E forse è per questo che oggi, nel silenzio che resta, quel tempo ci manca così tanto. Perché non era perfetto. Ma era vero.
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