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Cronaca
10 Gennaio 2026 - 15:18
Fiorenzo Grijuela: "Io del Pd non sono mai stato...". Pane al pane e vino al vino in quell'intervista del 2016
Correva il maggio del 2016. E Fiorenzo Grijuela ci rispondeva al telefono con la stessa voce di sempre, quella voce che a Ivrea in tanti riconoscevano subito, senza bisogno di presentazioni. Diretta, asciutta, senza infingimenti.
«Cosa faccio adesso? Io? Nulla! Faccio il pensionato. Vado a prendere mio nipote a scuola. Vado in montagna. Vado per mostre. Ecco quello che faccio…». Bastavano poche parole. Eccolo lì. Era lui. Proprio lui.
Fiorenzo Grijuela, l’ex sindaco Grijuela. Un po’ ci mancava, inutile negarlo. La sua loquacità. Il suo pane al pane e vino al vino. Quel modo netto, quasi ruvido, di stare dentro le cose anche quando aveva deciso, consapevolmente, di starne fuori.
Incredibile ma vero, non era cambiato neanche un po’. Pur vivendo una vita completamente diversa, ritirata, lontana dai giri politici, fuori dai meccanismi del potere, fuori dalle dinamiche quotidiane delle istituzioni. Fuori da tutto. O quasi.


Perché Ivrea non l’aveva mai davvero lasciata. Dall’alto dei suoi 77 anni guardava con distacco – ma mai con indifferenza – a quei tanti anni passati ad amministrare la città. Anni che non si liquidano in fretta, perché dietro c’era un curriculum di indiscutibile spessore, costruito pezzo dopo pezzo, molto prima di arrivare alla fascia tricolore.
Dal 1963 al 1975 nella commissione interna e nel consiglio di gestione Olivetti, quando l’azienda non era solo una fabbrica ma un sistema sociale, culturale, politico. Poi assessore all’istruzione dal 1975 al 1985, in una stagione in cui la scuola era ancora considerata un investimento e non un costo. Capogruppo del Pci e presidente dell’allora Usl dall’85 al ’90. Il consiglio provinciale fino al 1998. Infine sindaco, dal1998 e per due legislature consecutive. E in poche righe siamo già arrivati al 2008. Una vita intera dentro le istituzioni, attraversando decenni di cambiamenti profondi. Poi, per scelta precisa, basta.
«Questione di principio», diceva. «Quando uno ha finito una sua funzione e si avvicina a un’età veneranda è giusto che si ritiri. Io la ritengo una questione di postura». Parole pesate. Pensate. Non un alibi, non una fuga, non un passo indietro imposto. Una scelta. Anche polemica, se vogliamo.
«In realtà, a Ivrea, in tanti continuano a solcare la scena… e rischiano di risultare retorici, di dire solo delle stronzate». Senza filtri. Come sempre. Senza preoccuparsi di piacere.
Gli chiedemmo se fosse diventato un po’ “renziano”. La risposta fu immediata, quasi divertita.
«Un po’ renziano io? No! Però apprezzo alcune cose di Renzi. Apprezzo che abbia il coraggio di scegliere. Per il resto la decisione è tutta mia. Quando io decidevo cosa fare della mia vita Renzi non lo conosceva nessuno…».
E poi quella frase che oggi suona come una firma, come una cifra personale impossibile da imitare: «È davvero poco interessante stare ad ascoltare quelli che a 80 anni vanno in giro a dire quel che pensano con grande saccenza. Il protagonismo dei nessuno non fa per me».
Non era nel Pd, lo chiarì senza giri di parole, senza nostalgie e senza risentimenti.
«Io non sono mai stato iscritto al Pd. Quando c’è stata la fusione tra i Ds e la Margherita ho deciso che non avrei più preso la tessera. Punto». Ma Ivrea continuava a guardarla, eccome se la guardava. Leggeva i giornali, soprattutto La Voce, osservava l’economia che non decollava, l’occupazione che arrancava, i problemi dei contributi e dei patti di stabilità che stringevano sempre di più gli enti locali. E sulla città era lucidissimo. «Nei piccoli centri dove c’erano grandi fabbriche le crisi si sono percepite prima e di più». L’Olivetti, per lui, non era un capitolo astratto, un nome da convegno: «Io ho vissuto in prima persona quella tragedia».
Sul futuro non faceva sconti. Piccole aziende sì, ma sostenute creando condizioni, non a colpi di finanziamenti facili. Sui grandi temi andava dritto al punto, senza perdersi in orpelli. «La ferrovia Chivasso-Aosta è centrale: il resto è poesia». Senza una ferrovia che funziona, diceva, Ivrea e il Canavese sarebbero stati destinati a impoverirsi. E sulla responsabilità non cercava colpevoli comodi: «Di tutti e di nessuno». Il nulla, lo chiamava. Una parola secca, che diceva molto più di tanti discorsi.
Scettico sul turismo di massa, realistico sull’Unesco, ironico sulle polemiche di paese. «Alla gente non gliene può fregare di meno». E poi quella frase che oggi suona quasi come un testamento politico, pronunciata senza enfasi ma con convinzione profonda: «I partiti hanno bisogno di compattezza e di elaborazione culturale e politica sui grandi temi. Solo questo crea una classe dirigente. In assenza di dibattito si scivola nella dittatura».
Oggi Fiorenzo Grijuela non c’è più. Ma rileggendo quell’intervista del maggio 2016 si ha la sensazione che, in fondo, non se ne sia mai andato davvero. Perché le sue parole sono ancora lì. Lucide. Taglienti. Scomode. Come lo è stato lui, per tutta la vita.
E forse è proprio questo il segno più forte che lascia: non il silenzio, ma una voce che continua a farsi sentire. Anche adesso.
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