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10 Gennaio 2026 - 16:43
Un sindaco che sapeva anche mandarti a cagare
Ci sono uomini che, quando se ne vanno, non lasciano solo un’assenza.
Lasciano silenzio.
Un silenzio diverso, più pesante, che non è fatto di parole mancate ma di una voce che non sentirai più quando avresti bisogno di chiarezza.
Fiorenzo Grijuela era così.
Uno che, quando faceva il sindaco, faceva davvero il sindaco.
Non il testimonial, non il commentatore, non il protagonista perennemente in scena. Il sindaco. Punto.

Lo è stato in anni difficili. Anni in cui Ivrea doveva guardarsi allo specchio e riconoscere che il passato, quello glorioso, quello olivettiano, non era più una garanzia ma un’eredità fragile, da difendere, da capire, da trasformare. Un’eredità che poteva diventare un fardello o una possibilità. E lui questo lo aveva capito prima di molti altri.
Grijuela guardava al futuro mentre il passato crollava, e lo faceva senza nostalgia tossica, senza slogan. Con una consapevolezza dura: non si vive di ricordi, ma nemmeno si tradisce ciò che si è stati. Questo equilibrio, oggi, sembra quasi impossibile. Allora era semplicemente necessario.
Era un uomo diretto, a volte ruvido, mai finto.
Diceva quello che pensava non per posa, ma per rispetto, convinto com’era che i cittadini meritassero la verità, non la carezza. Anche quando faceva male. Anche quando non conveniva. E sì, quando era il caso mandava anche "a quel paese". Senza giri di parole, senza diplomazie inutili. Perché governare, per lui, non significava piacere a tutti, ma tenere una linea.
Oggi questa cosa non succede più.
Oggi i sindaci non mandano più nessuno "a quel paese".
Oggi si misurano le parole, si limano le frasi, si pesa tutto in funzione degli applausi, dei like, dei comunicati stampa sui social. Sempre in cerca di consenso, raramente disposti a perdere qualcosa pur di dire la verità. Grijuela no. Lui sapeva che decidere significa anche scontentare. E non se ne vergognava.
Chi lo ha conosciuto davvero sa che non cercava di piacere. Cercava di decidere.
E decidere, soprattutto in quegli anni, significava prendersi addosso il peso delle critiche, degli errori, delle incomprensioni. Non si è mai nascosto. Non ha mai delegato la responsabilità ad altri. Non ha mai giocato a scaricare colpe.
Poi, quando ha sentito che il suo tempo era finito, se n’è andato. Davvero.
Senza horror vacui. Senza tornare ogni giorno a spiegare come si sarebbe dovuto fare. Senza quella smania di restare visibili che oggi sembra una malattia collettiva. È una lezione enorme, questa. Forse la più grande.
Chi lo ha sentito negli ultimi anni sa che era rimasto lucido fino all’ultimo. Ironico. A volte sarcastico. Mai rancoroso. Guardava Ivrea con affetto e con severità, come si guarda una figlia cresciuta che ami profondamente ma che non sempre capisci.
Oggi Ivrea perde molto più di un ex sindaco.
Perde un riferimento.
Perde un uomo che sapeva dire no, che sapeva aspettare, che sapeva tenere il punto. Perde un modo di fare politica che non aveva paura del tempo lungo, del lavoro silenzioso, delle decisioni impopolari.
E chi lo ha conosciuto lo sa: quando chiamavi Fiorenzo Grijuela, ti rispondeva. Sempre.
Non per obbligo. Per rispetto.
Ci mancherà quella voce.
Ci mancherà quella lucidità.
Ci mancherà quella postura.
Perché quando muore un uomo così, non se ne va solo una persona.
Se ne va un’idea di città.
E sta a noi, adesso, decidere se quella lezione vogliamo conservarla o lasciarla svanire.
Buon viaggio, Sindaco.
Di quelli veri.
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