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09 Gennaio 2026 - 14:10
Medicina, effetto “semestre filtro”: pubblicata la graduatoria nazionale con 25mila idonei (su oltre 54mila) foto: la ministra Bernini
Per migliaia di aspiranti medici, odontoiatri e veterinari l’attesa non era più solo un fatto emotivo: era un calendario che scandiva mesi di corsi, appelli, ansia e scelte rimandate. Ieri, 8 gennaio, quel calendario ha consegnato la prima risposta ufficiale: la graduatoria nazionale è stata pubblicata sul portale Universitaly, chiudendo la fase più delicata del nuovo accesso costruito attorno al cosiddetto “semestre filtro”. È un passaggio che, per la prima volta, fotografa la riforma voluta dalla ministra Anna Maria Bernini nel suo impatto reale: la selezione non è sparita, si è semplicemente spostata più avanti, dopo mesi di lezioni ed esami.
I numeri indicati in queste ore raccontano un ingresso che resta stretto. A livello nazionale, gli iscritti al percorso sono stati oltre 54 mila e gli idonei in graduatoria 25.387, meno di uno su due. In parallelo, i dati diffusi sul primo esito del semestre filtro mostrano che per Medicina gli idonei sono stati 22.688 a fronte di 17.278 posti disponibili, un rapporto che rende inevitabile l’effetto imbuto e spiega perché la graduatoria sia diventata, da subito, una linea di confine tra chi può proseguire e chi deve ripensare tutto.
Questo è il punto: la riforma era stata presentata come il superamento del vecchio meccanismo del test d’ingresso “secco”, ma la macchina che ne è uscita assomiglia a un test diluito nel tempo, più lungo e più costoso in termini di energie. Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha formalizzato l’impianto con i decreti attuativi, parlando di abolizione dei test tradizionali e di un semestre iniziale con esami di merito su discipline comuni. E a fine 2025 un ulteriore decreto ha regolato criteri e struttura della graduatoria nazionale per l’anno accademico 2025-2026, con un sistema articolato e, per molti versi, inedito per studenti e atenei.
Che cosa cambia, in concreto, con la riforma Bernini? Il cuore è l’idea del “semestre aperto”: gli studenti si iscrivono, frequentano corsi iniziali e sostengono esami che diventano, di fatto, la base per essere inseriti nella graduatoria. Solo chi raggiunge determinate soglie entra nella fase successiva del percorso e può accedere ai posti disponibili nelle diverse sedi. La selezione, dunque, non avviene più prima di entrare, ma dopo che si è già entrati in un circuito universitario, con tutto ciò che comporta in termini di organizzazione, spese, aspettative, e – soprattutto – di tempo investito.

Anna Maria Bernini
È proprio qui che nasce una parte consistente delle critiche. La prima riguarda la trasparenza percepita: il vecchio test, con tutti i suoi limiti, era una prova unica, in un giorno, con una graduatoria nazionale già “metabolizzata” dal sistema. Il semestre filtro, invece, trasforma l’accesso in una maratona che dura mesi e che dipende da variabili non sempre omogenee sul territorio: modalità di erogazione delle lezioni, capacità degli atenei di gestire grandi numeri, tempi tra corsi e appelli, disponibilità di tutoraggi e strutture. Non a caso, nelle settimane degli esami si sono moltiplicate polemiche e proteste studentesche sulla difficoltà delle prove e sulla tenuta complessiva del modello.
La seconda critica, ancora più tagliente, è sociale: spostare la selezione “dopo” significa chiedere a decine di migliaia di ragazzi di investire mesi in un percorso che può concludersi con un nulla di fatto. Per molte famiglie non è un dettaglio: libri, spostamenti, eventuali affitti fuori sede, corsi di supporto, e l’inevitabile costo opportunità di non aver intrapreso da subito un’altra strada. Per chi vive in contesti fragili o lontani dai poli universitari, la riforma rischia di diventare una selezione economica mascherata da selezione di merito: si resiste di più se si può reggere di più.
La terza critica è tecnica e riguarda l’effetto ricorsi. Proprio perché il meccanismo è più complesso e “a fasi”, ogni intoppo può trasformarsi in contenzioso. In questi mesi si è parlato apertamente di ricorsi e azioni legali legate al semestre filtro, con l’idea che irregolarità, disallineamenti e modifiche in corsa possano aprire spiragli per contestazioni amministrative. E quando un sistema di accesso genera l’aspettativa strutturale del ricorso, significa che non sta producendo fiducia, ma conflitto.
C’è poi un punto politico che ha alimentato le accuse più dure: la sensazione di una riforma “lanciata” e poi corretta strada facendo. In autunno e a dicembre, di fronte alle tensioni e alle lamentele degli studenti, è emersa la disponibilità della ministra Bernini ad aprire a modifiche sul semestre filtro, senza però tornare al modello precedente. Anche questo elemento è diventato benzina sul fuoco: chi critica la riforma sostiene che le regole dovrebbero essere chiare prima di iniziare, non aggiustate mentre migliaia di persone sono già dentro il meccanismo.
Detto questo, sarebbe scorretto raccontare solo il fronte del dissenso. La riforma ha avuto anche sostenitori che la leggono come un tentativo di uscire da un paradosso italiano: il numero programmato vissuto come barriera, il test percepito come lotteria, il mercato della preparazione privata come filtro parallelo. Spostare la selezione su un semestre di studio universitario, nell’intenzione dichiarata, dovrebbe premiare costanza e capacità di reggere un carico accademico reale, non solo la performance di un giorno. L’idea di un impianto più “formativo” è la chiave con cui il Ministero ha giustificato l’intervento: non più un portone chiuso, ma un accesso iniziale che diventa valutazione nel percorso.
Il problema è che l’architettura regge solo se il sistema è in grado di assorbire la massa iniziale senza trasformare il semestre filtro in un imbuto disordinato. E qui emerge l’altra grande obiezione: l’università non è una sala d’attesa. Se decine di migliaia di studenti affollano corsi e strutture per poi essere respinti, il rischio è di stressare l’organizzazione didattica e, al tempo stesso, di produrre frustrazione collettiva. In più, la graduatoria nazionale non coincide automaticamente con il “posto sotto casa”: la sede di destinazione e le scelte possibili dipendono dal punteggio e dalla disponibilità, e questo può ribaltare piani familiari già precari.
Alla fine, la pubblicazione della graduatoria non chiude davvero la partita: la apre. Per gli idonei è un primo lasciapassare, ma non una garanzia di serenità. Per chi resta fuori, è una frattura netta: mesi investiti e ora la necessità di riposizionarsi, magari su corsi affini o su altre facoltà, in un mercato universitario che non sempre offre passerelle semplici. E intanto, sullo sfondo, resta la questione che ha alimentato la riforma e che la riforma stessa non può risolvere da sola: il rapporto tra numero di laureati, capacità formativa degli atenei, fabbisogno sanitario e qualità del percorso clinico.
La riforma Bernini ha promesso di cambiare il modo in cui si entra a Medicina. Ci è riuscita, ma non nel modo pacifico che era stato annunciato. Il test unico è stato sostituito da un semestre che pesa come un test lungo sei mesi. I numeri di questa prima graduatoria raccontano un sistema ancora selettivo e, soprattutto, ancora contestato. E se l’obiettivo era togliere la miccia dall’accesso a Medicina, oggi la miccia non è stata spenta: è stata soltanto spostata più avanti, nel momento in cui fa più male.
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