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09 Gennaio 2026 - 11:31
Perché in Canavese spuntano ovunque aree camper? Turismo itinerante o rincorsa ai fondi
Due notizie, apparentemente minori, raccontano molto più di quanto sembri. Pont Canavese che demolisce una peschiera abbandonata e investe 157mila euro (di cui una parte finanziati dalla Regione Piemonte) per una nuova area camper all’ingresso nord del paese. Chivasso che incassa 30mila euro di fondi regionali per riqualificare un’area di sosta che esiste da trent’anni e rilanciarla dentro una strategia più ampia di accoglienza, commercio e mobilità lenta. Due Comuni diversi, due dimensioni diverse, una stessa direzione. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa sta succedendo davvero in Canavese e in Piemonte? E soprattutto: perché questa improvvisa corsa alle aree camper?
La notizia, se la si guarda da vicino, non è il camper in sé. È il fatto che quasi ogni territorio, grande o piccolo, oggi rivendichi un’area di sosta come fosse un marchio di modernità.
Pont Canavese parla apertamente di porta turistica verso la Valle Orco e il Parco del Gran Paradiso.
Chivasso rivendica una storia lunga, un’associazione strutturata come Acti, una presenza nelle app di settore, una permanenza media dei visitatori da allungare. Altri Comuni del Canavese e del Chivassese inseguono la stessa promessa: Brusasco, Cavagnolo, Gassino, Belmonte, la collina, la montagna, ecc... ecc.... Ovunque c'è un Comune che insegue la stessa parola: area camper. Ovunque la stessa giustificazione: turismo in crescita, occasione da non perdere, investimento “leggero” rispetto a grandi opere.

La nuova area camper di Chivasso
Ma qui è inevitabile la domanda delle domande: esiste davvero un tale interesse di turismo itinerante da giustificare questa proliferazione? O stiamo semplicemente inseguendo un modello percepito come facile, rapido, finanziabile, senza una vera strategia di sistema?
I numeri, a onor del vero, parlano chiaro.
L’Italia è il terzo produttore europeo di camper, dopo Germania e Francia. Secondo i dati del settore, il turismo all’aria aperta è cresciuto anche negli anni post-pandemia, con un aumento costante delle presenze e una platea che non è più fatta solo di pensionati nordici, ma di famiglie, coppie giovani, viaggiatori digitali. Il camper non è più solo il mezzo del tempo libero lento, ma uno strumento di mobilità flessibile, che intercetta chi vuole muoversi senza prenotazioni rigide, dormire vicino alla natura, evitare alberghi costosi. In questo senso, il trend è reale. E il Piemonte, regione di passaggio tra Nord Europa e Mediterraneo, ha tutte le carte per intercettarlo.
Eppure, i numeri nazionali non bastano a spiegare la concentrazione territoriale di progetti che stiamo vedendo spuntare qua e là.
Perché se è vero che il turismo itinerante cresce, è altrettanto vero che non tutte le aree camper funzionano, non tutte vengono utilizzate, non tutte generano ricadute economiche. Molte restano vuote per mesi, altre diventano parcheggi marginali, altre ancora finiscono al centro di polemiche, vandalismi, esposti. Aree chiuse, contestate, mal gestite, promesse di rilancio rimaste sulla carta.
Qui entra in gioco la politica. Perché l’area camper è diventata una scorciatoia amministrativa. Costa meno di un Palazzetto, è più visibile di un sentiero sistemato, più spendibile di un museo aperto a singhiozzo. Soprattutto, piace nei bandi regionali. Il Piemonte ha investito milioni negli ultimi anni, finanziando decine di interventi: nuovi stalli, colonnine, carico-scarico, segnaletica. Una pioggia di contributi che ha spinto molti Comuni a dire: se non ora, quando?
Il problema è che un’area camper non è una strategia turistica. È uno strumento. Funziona solo se inserita in un contesto che offre qualcosa da fare, da vedere, da vivere. Pont Canavese lo dice chiaramente: l’area serve per fermare chi va verso la Valle Orco. Chivasso punta ad allungare la permanenza, non solo a far parcheggiare. Ma è davvero così?
Cosa succede nei Comuni dove l’area camper diventa l’unico investimento turistico degli ultimi dieci anni? Dove non c’è un calendario eventi, un sistema di accoglienza, una rete di servizi aperti? Lì il rischio è evidente: creare cattedrali dell’itineranza, piazzole perfette in territori che restano chiusi.
Guardare oltreconfine aiuta a capire. In Francia, il camperismo è parte di una politica nazionale di turismo diffuso da decenni. Le aires de camping-car sono ovunque, ma sono integrate: vicino ai centri storici, ai mercati, ai percorsi ciclabili, ai servizi. In Germania, la logica è simile: aree ben gestite, spesso a pagamento, collegate a sistemi di informazione turistica efficienti. In Spagna, soprattutto nelle regioni del nord, il camper è visto come risorsa, ma regolata: soste brevi, servizi chiari, controlli. In tutti questi casi, non è l’area in sé a fare la differenza, ma il contesto.
E in Italia? L’Italia è un mosaico disordinato. Regioni molto avanzate, come Trentino-Alto Adige o Toscana, convivono con territori dove il camper è ancora percepito come un problema più che come un’opportunità. Divieti improvvisi, cartelli confusi, ordinanze contraddittorie. In questo quadro, il Piemonte sta provando a stare dalla parte dell’accoglienza, ma lo fa spesso senza una vera regia complessiva. Ogni Comune per sé, ogni progetto come fosse isolato, ogni area camper raccontata come se bastasse da sola a cambiare il destino di un paese.
Perché la domanda non è se servano aree camper, ma quante, dove e perché.
Ha senso finanziare aree a pochi chilometri di distanza, in Comuni che offrono le stesse cose? Ha senso moltiplicare le piazzole senza coordinamento, sperando che “qualcuno si fermerà”? O stiamo assistendo a una forma di turismo amministrato, dove l’obiettivo reale è intercettare fondi più che costruire un’offerta?
Il Canavese, da questo punto di vista, è un laboratorio perfetto. Territorio vasto, frammentato, ricco di bellezze ma povero di sistema. Montagna, collina, pianura, borghi storici e aree industriali dismesse. Un potenziale enorme, spesso raccontato, raramente messo a terra. Le aree camper, oggi, sembrano diventare il simbolo di una voglia di fare che però rischia di restare episodica. Un Comune investe, quello accanto pure, ma senza chiedersi se i flussi siano sufficienti per entrambi. Senza costruire pacchetti, reti, percorsi comuni.
Pont Canavese fa una scelta chiara: sposta l’area, riqualifica un ingresso, recupera un vuoto urbano. È un intervento urbanistico prima ancora che turistico. Chivasso fa un’altra scelta: valorizza ciò che già esiste, lo aggiorna, lo integra con commercio e verde. Ma la realtà è un'altra: oggi l’area camper è diventata la risposta facile a una domanda complessa: come portiamo gente qui?
La verità è che il turismo itinerante funziona solo dove c’è qualcosa da raccontare e da vivere. Non basta una colonnina elettrica. Serve un bar aperto, un negozio vivo, un sentiero curato, un museo accessibile, un evento. Serve una comunità che non veda il camperista come un intruso, ma come un visitatore. Serve, soprattutto, una visione sovracomunale. Quella che in Canavese ancora fatica a emergere, nonostante Unioni montane, Distretti del commercio, strategie scritte e riscritte.
E allora lresta una domanda che non è retorica, ma politica. Qual è la linea del Canavese e del Piemonte? Vogliamo davvero puntare sul turismo itinerante come leva di sviluppo, o stiamo solo sommando interventi scollegati? Vogliamo attrarre viaggiatori che si fermano, spendono, tornano, o solo contare piazzole inaugurate e fondi intercettati? Le aree camper possono essere porte d’ingresso o parcheggi di passaggio. La differenza non la fa il camper. La fa chi governa il territorio.
Il rischio è che attorno a questi progetti resti il buio della mancanza di strategia. E il turismo, quello vero, non si ferma dove non vede una strada chiara.
Il Piemonte accelera sulle aree camper e lo fa con un’operazione strutturata, non episodica. Quarantuno nuovi interventi, tra nuove realizzazioni e riqualificazioni, finanziati grazie a 1,8 milioni di euro del Fondo unico nazionale per il turismo (Funt). Soldi statali che permettono alla Regione di far scorrere una graduatoria già pronta, composta da progetti giudicati idonei ma rimasti fino a ieri nel limbo dell’attesa. Il risultato è un numero che pesa: 109 aree camper complessive, nuove o rinnovate, distribuite su tutto il territorio regionale.
Qui emerge il primo dato politico: la Regione non improvvisa, ma spinge su una linea già tracciata. Le aree camper non sono più sperimentazioni locali, ma una politica pubblica riconosciuta, con bandi, graduatorie, criteri e riparti territoriali. A dirlo è lo stesso assessore Paolo Bongioanni, che rivendica l’operazione come rafforzamento strutturale dell’offerta turistica piemontese. Non una tantum, ma una strategia che si consolida.
Poi però si guarda la mappa. E la mappa parla chiaro. Cuneo domina con 15 interventi, seguita da Torino con 9, Alessandria con 7, Asti con 5. Le altre province arrancano: Biella e Verbano-Cusio-Ossola si fermano a 2, Vercelli a 1.
Questa corsa alle aree camper non è uniforme, né automatica. Conta la progettazione, conta la capacità amministrativa, conta la tempestività nel presentare domande, ma conta anche la visione politica dei territori. Dove i Comuni hanno intercettato il bando, oggi incassano. Dove non l’hanno fatto, restano fuori dal gioco, anche se potenzialmente attrattivi.
La provincia di Torino, in questo scenario, è emblematica. I Comuni finanziati sono Castelnuovo Nigra, Barbania, Chivasso, Rorà, Vialfrè, Scarmagno, Burolo, Lombardore, Campiglione Fenile. Una lista che mescola pianura, collina, montagna, grandi centri e piccoli paesi.
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