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Nel report Amadori scompare il cage-free, Animal Equality chiede chiarimenti sul destino di milioni di animali

Animal Equality chiede chiarimenti sull’ultimo bilancio di sostenibilità: nessun riferimento alle gabbie mentre milioni di animali restano al centro del dibattito

Nel report Amadori

Nel report Amadori scompare il cage-free, Animal Equality chiede chiarimenti sul destino di milioni di animali

Nel Report di Sostenibilità 2024 del Gruppo Amadori c’è un’assenza che pesa più di molte parole. Per la prima volta dopo due anni consecutivi, nel documento non compare alcun riferimento alla transizione cage-free, né agli impegni né ai progressi che l’azienda aveva invece dichiarato nei report precedenti. Una “scena muta”, come l’ha definita Animal Equality, che ha immediatamente riacceso il confronto sul benessere animale e sulla trasparenza di uno dei principali gruppi italiani dell’agroalimentare.

Il dato è netto. Nel 2022, pur senza una policy cage-free ufficiale, Amadori affermava di aver «completamente eliminato l’impiego di gabbie nei propri allevamenti destinati allo svezzamento delle pollastre e alla produzione di uova». Nel 2023, il gruppo parlava di una riduzione progressiva degli allevamenti in gabbia per la produzione di uova da consumo e ribadiva, per il comparto suinicolo, l’avvio di un «processo di ristrutturazione degli allevamenti di riproduzione», con box multipli per la gestazione e «gabbie parto che garantiscono standard elevati di benessere animale».

Nel documento più recente, invece, il tema scompare del tutto. Nessun aggiornamento, nessuna spiegazione, nessuna indicazione sullo stato di avanzamento. Un vuoto che ha spinto Animal Equality Italia a chiedere pubblicamente chiarimenti, sottolineando come il silenzio rischi di diventare una scelta politica e industriale, più che una semplice omissione.

«Come le gabbie non si possono far sparire nel nulla, nemmeno aggiornamenti cruciali per i diritti degli animali dovrebbero scomparire senza spiegazioni, a maggior ragione in assenza di un impegno pubblico ufficiale che Amadori continua a negare. Eppure non può esistere alcun benessere per gli animali se questi sono tenuti confinati in gabbia», ha dichiarato Ombretta Alessandrini, responsabile delle Campagne di Animal Equality Italia. Parole che chiamano in causa non solo l’azienda, ma anche il rapporto di fiducia con i consumatori.

Il punto centrale non è soltanto l’assenza di un impegno formale, ma la discontinuità nella comunicazione. Se nei documenti precedenti Amadori rivendicava passi avanti, oggi non chiarisce se quei percorsi siano stati completati, rallentati o abbandonati. Un silenzio che, secondo Animal Equality, lascia irrisolta una questione che riguarda milioni di animali allevati e che assume un peso crescente nel dibattito pubblico.

Il confronto diventa ancora più evidente se si guarda al contesto nazionale. In Italia oltre 150 aziende hanno già pubblicato un impegno cage-free, dichiarando di non rifornirsi di uova provenienti da allevamenti con galline in gabbia e rendendo pubblici i progressi verso la transizione. Aziende del settore come Eurovo, Sabbatani, Coccodì e Cascina Italia hanno assunto una posizione chiara, impegnandosi a passare a sistemi senza gabbie.

Anche nella grande distribuzione organizzata il quadro è ormai definito. Gruppi come Aldi, Coop, Giovanni Rana, Ferrero, Barilla, Balocco, Galbusera, Markas, Gruppo Selex, Eataly e Lidl dispongono di una politica cage-free pubblica, consultabile sui rispettivi siti. Un elenco che rende ancora più isolata la posizione di Amadori, soprattutto alla luce della sua rilevanza nel mercato italiano.

Il tema non riguarda più soltanto la sensibilità etica, ma anche le scelte di sistema. Con la legge di bilancio 2026, il governo italiano ha istituito il primo fondo dedicato alla transizione cage-free, riconoscendo ufficialmente la necessità di ridurre progressivamente l’uso delle gabbie negli allevamenti nazionali. Un segnale politico chiaro, che indica all’industria zootecnica una direzione precisa e introduce strumenti concreti per accompagnare il cambiamento.

In questo scenario, la mancanza di una posizione esplicita da parte di Amadori appare ancora più significativa. Animal Equality sottolinea come la trasparenza non sia un dettaglio, ma un elemento essenziale per permettere ai consumatori di compiere scelte consapevoli e per garantire coerenza tra le dichiarazioni di principio e le pratiche reali.

«È inaccettabile che Amadori continui a sfruttare milioni di animali senza curarsi di pubblicare e rispettare un impegno cage-free», ha aggiunto Alessandrini. «Questo passaggio è fondamentale per essere trasparenti con i consumatori e ridurre la sofferenza delle galline utilizzate nell’attività zootecnica da parte di un’azienda che dice di promuovere il benessere animale. Chiediamo ad Amadori una presa di posizione chiara e immediata».

Il nodo resta aperto. Da un lato un’azienda che nei suoi report continua a parlare di sostenibilità e benessere animale, dall’altro un’organizzazione che chiede coerenza e dati verificabili. In mezzo, un settore in rapida trasformazione, spinto da normative, incentivi pubblici e da una crescente attenzione dei consumatori.

La partita, ormai, non si gioca solo negli allevamenti, ma anche nei documenti ufficiali e nelle scelte di comunicazione. Perché nel tempo della rendicontazione ambientale e sociale, ciò che non viene scritto pesa quanto ciò che viene dichiarato. E il silenzio, quando riguarda milioni di animali, rischia di diventare la risposta più rumorosa.

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