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Allevamenti di orsi da bile: una legge storica mette fine a una delle pratiche più crudeli al mondo

Dal 1° gennaio 2026 stop definitivo a un’industria anacronistica, ora la sfida è salvare gli ultimi animali ancora rinchiusi

Allevamenti di orsi da bile

Allevamenti di orsi da bile: una legge storica mette fine a una delle pratiche più crudeli al mondo

Dal 1° gennaio 2026 la Corea del Sud ha ufficialmente voltato pagina, mettendo fine all’allevamento di orsi destinati all’estrazione della bile. Una decisione attesa da anni, che segna una svolta storica non solo sul piano legislativo, ma anche su quello culturale e sociale, e che viene accolta con grande soddisfazione dall’OIPA – Organizzazione Internazionale Protezione Animali. Per decenni questa pratica ha rappresentato uno dei capitoli più bui dello sfruttamento animale, condannando migliaia di orsi a una vita di sofferenza, isolamento e dolore, in nome di presunti benefici terapeutici mai dimostrati scientificamente.

Gli orsi venivano rinchiusi in gabbie anguste, spesso così piccole da impedire loro qualsiasi movimento naturale. L’obiettivo era uno solo: produrre bile, utilizzata nella medicina tradizionale asiatica. Una sostanza estratta attraverso procedure invasive e dolorose, che in molti casi portavano a infezioni, sofferenze croniche e, non di rado, alla morte dell’animale. In altri casi, gli orsi venivano direttamente uccisi per ottenere la bile, trasformando l’intero processo in una catena di crudeltà sistematica.

Nonostante le radici profonde di questa pratica, legata a tradizioni secolari, negli ultimi anni la sua legittimità scientifica è stata sempre più messa in discussione. Studi e ricerche hanno dimostrato come non esistano reali evidenze sull’efficacia curativa della bile d’orso, rendendo ancora più insostenibile, dal punto di vista etico, il sacrificio imposto agli animali. Proprio su questo terreno si è costruita la battaglia delle associazioni animaliste, che hanno portato avanti per anni un lavoro fatto di denunce, campagne internazionali, pressioni politiche e interventi diretti sul territorio.

La decisione della Corea del Sud rappresenta quindi un precedente fondamentale. Come ha sottolineato Massimo Pradella, presidente di OIPA ETS sede internazionale, «questa decisione dimostra che il cambiamento è possibile, anche oltre le tradizioni più antiche e consolidate, soprattutto quando scientificamente infondate. Anni di pressioni, denunce e lavoro sul campo delle associazioni animaliste nazionali e internazionali, tra le quali anche l’OIPA, hanno permesso di arrivare a questa importante svolta». Parole che restituiscono il senso di una vittoria costruita nel tempo, passo dopo passo, contro un sistema considerato per troppo tempo intoccabile.

Ma la chiusura degli allevamenti non è il punto di arrivo. È, piuttosto, l’inizio di una nuova fase. Secondo le stime, sono ancora circa 200 gli orsi che si trovano all’interno delle strutture coreane. Animali che hanno conosciuto solo la prigionia, il dolore e la privazione, e che ora necessitano di un futuro dignitoso. La sfida è garantire loro il trasferimento in centri di recupero adeguati, dove possano ricevere cure veterinarie, riabilitazione e, per quanto possibile, una vita che assomigli a quella naturale.

Su questo fronte l’OIPA ha già annunciato che continuerà a mantenere un contatto diretto e costante con la propria lega membro in Corea del Sud, impegnata sul campo per monitorare da vicino il destino degli orsi liberati dagli allevamenti. Un lavoro delicato, che richiede risorse, competenze e un impegno continuativo, perché la fine di una legge ingiusta non cancella automaticamente le ferite fisiche e psicologiche inflitte agli animali.

Lo sguardo, ora, si allarga oltre i confini coreani. L’auspicio espresso dall’OIPA è che questa decisione possa diventare un modello per gli altri Paesi dove l’allevamento di orsi da bile è ancora attivo, come Cina, Laos, Vietnam e Myanmar. Regioni in cui la tradizione continua a essere usata come giustificazione per pratiche che il mondo scientifico e una parte crescente dell’opinione pubblica considerano ormai inaccettabili.

La scelta della Corea del Sud dimostra che tradizione e progresso non sono per forza inconciliabili, e che anche sistemi radicati possono essere messi in discussione quando cresce la consapevolezza collettiva. È una vittoria per gli animali, ma anche un segnale forte sul piano globale: la tutela degli esseri viventi non umani non è più una battaglia di nicchia, ma un tema centrale nel dibattito sui diritti, sull’etica e sul rapporto tra uomo e natura.

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