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08 Gennaio 2026 - 09:39
La psichiatria ha sbagliato mappa per anni: ansia, depressione e autismo hanno radici comuni e ora la genetica lo dimostra
Per decenni la psichiatria ha diviso, catalogato, separato. Manuali diagnostici sempre più dettagliati hanno costruito confini netti tra un disturbo e l’altro, tra ansia e depressione, tra autismo e ADHD, tra schizofrenia e disturbo bipolare. Oggi però quelle linee iniziano a sfumare. Un grande studio genetico internazionale suggerisce che molte di queste patologie, considerate a lungo distinte, condividano in realtà una base comune profonda. Un vero cambio di paradigma, destinato a incidere sulla diagnosi, sulla prevenzione e, in prospettiva, anche sulle cure.
La ricerca nasce dall’analisi dei dati genetici di oltre un milione di persone, con e senza diagnosi psichiatriche, incrociando informazioni provenienti da grandi database pubblici. Il risultato è netto: dietro la varietà di sintomi e manifestazioni cliniche si nascondono radici biologiche condivise, che permettono di ricondurre i principali disturbi psichiatrici a cinque macrocategorie. Non una semplificazione superficiale, ma una nuova chiave di lettura che guarda allo “zoccolo duro” genetico invece che ai soli comportamenti osservabili.
Il primo dato che colpisce riguarda la cosiddetta comorbidità, un termine tecnico che indica la presenza di più disturbi nella stessa persona. Un fenomeno diffusissimo nella pratica clinica. Chi soffre di depressione spesso convive anche con l’ansia. Chi riceve una diagnosi di ADHD può presentare tratti dello spettro autistico. Chi sviluppa una dipendenza mostra più facilmente altri problemi psichici. Finora si parlava di coincidenze, di effetti a catena, di fragilità accumulate nel tempo. Lo studio suggerisce invece che non si tratti di casualità, ma della manifestazione di una base genetica comune.

Secondo i ricercatori, quattordici tra i principali disturbi psichiatrici possono essere raggruppati in cinque grandi famiglie. La prima comprende schizofrenia e disturbo bipolare, condizioni diverse nella loro espressione clinica ma legate da un forte intreccio genetico. La seconda è definita “internalizzante” e include depressione, disturbi d’ansia e disturbo post-traumatico da stress, patologie che condividono un nucleo comune legato alla regolazione delle emozioni e alla risposta allo stress. La terza riguarda i disturbi del neurosviluppo, come autismo e ADHD, che mostrano una sovrapposizione genetica molto più ampia di quanto si pensasse. La quarta è la categoria compulsiva, che unisce disturbo ossessivo-compulsivo e anoressia, due condizioni apparentemente lontane ma accomunate da meccanismi profondi di controllo e rigidità. La quinta comprende i disturbi da uso di sostanze, come la dipendenza da nicotina e l’abuso di alcol, legati ai circuiti della gratificazione e dell’impulsività.
Il passo successivo dello studio è ancora più significativo. Partendo da queste cinque macrocategorie, i ricercatori hanno individuato 238 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare almeno uno dei disturbi appartenenti a questi gruppi. Alcune di queste regioni hanno un peso trasversale enorme. Una, in particolare, situata sul cromosoma 11, è associata al rischio di ben otto disturbi psichiatrici diversi. Non a caso coinvolge geni legati alla dopamina, un neurotrasmettitore centrale nella regolazione dell’umore, delle motivazioni, delle pulsioni e delle ricompense.
Qui emerge un altro elemento chiave: molti dei geni coinvolti agiscono durante lo sviluppo fetale. In altre parole, una parte significativa del rischio di sviluppare disturbi psichiatrici si costruisce prima della nascita, nel periodo in cui il cervello si forma e si organizza. Non significa che il destino sia scritto nel DNA, ma che esistono finestre critiche in cui fattori genetici e ambientali si intrecciano in modo decisivo. È in quella fase che si pongono le basi di una vulnerabilità che potrà emergere anni o decenni dopo.
Questo non vuol dire che tutte le macrocategorie siano identiche tra loro. All’interno di ciascun gruppo esistono specificità genetiche. Nella categoria che comprende ansia e depressione, per esempio, sono più frequenti varianti legate agli oligodendrociti, cellule fondamentali per il corretto funzionamento delle connessioni neuronali. Un dettaglio che potrebbe spiegare perché alcuni disturbi rispondono meglio a certi farmaci o mostrano andamenti clinici simili.
Le ricadute di questa scoperta sono potenzialmente enormi. Sul piano teorico, mette in discussione l’attuale sistema di classificazione basato quasi esclusivamente sui sintomi. In futuro, la diagnosi potrebbe integrare in modo più strutturato le basi biologiche condivise, superando categorie troppo rigide. Sul piano pratico, la nuova mappa genetica potrebbe aiutare a intervenire prima, identificando persone a rischio non per un singolo disturbo, ma per un’intera famiglia di patologie.
C’è poi il tema delle terapie. Se più disturbi condividono gli stessi meccanismi biologici, potrebbe diventare possibile utilizzare farmaci mirati a un’intera macrocategoria, invece di rincorrere i sintomi uno per uno. Un paziente diagnosticato con una patologia potrebbe essere seguito anche per prevenire lo sviluppo di altri disturbi correlati, riducendo quella spirale di diagnosi successive che oggi è così frequente.
Non si tratta di una rivoluzione immediata, né di una bacchetta magica. La psichiatria resta una disciplina complessa, in cui il vissuto personale, l’ambiente sociale, le esperienze traumatiche e le condizioni di vita continuano a giocare un ruolo centrale. Ma questo studio sposta il baricentro del dibattito. Dice che dietro la frammentazione apparente dei disturbi mentali esiste una struttura comune, profonda, misurabile. E che comprenderla meglio significa anche ridurre lo stigma, perché riconoscere una base biologica condivisa aiuta a superare l’idea di colpe individuali o fragilità morali.
In un’epoca in cui i disturbi psichiatrici sono in aumento e colpiscono fasce sempre più giovani della popolazione, questa nuova lettura rappresenta un punto di svolta. Non cancella le differenze, ma le colloca in un quadro più ampio. E suggerisce che, per capire davvero la salute mentale, occorre smettere di guardare solo alle etichette e iniziare a osservare ciò che, silenziosamente, le tiene tutte insieme.
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