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07 Gennaio 2026 - 12:22
Quattro calzini contro il gelo, il Piemonte scopre la sua povertà: migliaia di senzatetto affrontano l’inverno per strada
Il gelo che in queste settimane stringe il Piemonte non è solo un dato meteorologico. È una prova di resistenza quotidiana per migliaia di persone che non hanno un tetto, un riscaldamento, una porta da chiudere alle spalle. A Torino, epicentro di un fenomeno che riguarda tutta la regione, la morsa del freddo rende ancora più evidente una realtà già drammatica: quella dei senza fissa dimora, costretti a difendersi dalle temperature sotto zero con mezzi di fortuna, accumulando strati di vestiti, coperte, cartoni.
I numeri raccontano una situazione strutturale, non emergenziale. Ogni anno entrano in contatto con i servizi cittadini tra le 2.000 e le 2.500 persone in condizioni di grave marginalità. A fronte di questo bacino, i posti letto disponibili tra strutture di prima accoglienza e soluzioni abitative temporanee sono circa 1.100. Il risultato è che almeno altrettante persone restano in strada, anche durante le notti più fredde dell’anno.
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. I portici del centro, da via Roma a via Pietro Micca, passando per via Viotti, Galleria San Federico, corso Vittorio, piazza San Carlo e i Giardini Reali, diventano rifugi improvvisati. Di giorno appaiono vuoti, di notte si riempiono di cartoni, sacchetti, borse, trolley, fornelletti. Spazi pensati per il passeggio e il commercio si trasformano in dormitori all’aperto, segno tangibile di una città che non riesce più a nascondere la sua povertà.
Il gelo non colpisce solo chi vive in strada da anni. A crescere è anche la platea dei nuovi poveri, persone che fino a poco tempo fa avevano un lavoro, una casa, una rete sociale. Le richieste di accoglienza e di pasti sono aumentate in modo significativo: in alcune realtà cittadine si è passati da 100 a 160 pasti al giorno nel giro di un anno. Un dato che fotografa l’effetto combinato di precarietà lavorativa, aumento del costo della vita e fragilità personali.

Tra i senza fissa dimora non ci sono solo uomini adulti. Aumentano le donne, spesso sole, e non mancano i giovanissimi, poco più che maggiorenni, che vivono stabilmente in strada. Alcuni scelgono aree vicine ai servizi sanitari o agli ambulatori, nel tentativo di accedere almeno a una doccia o a cure di base, ma anche qui le risorse non bastano e le file si allungano. Il disagio sanitario è un elemento centrale: molte persone presentano problemi di salute non curati, patologie croniche, disturbi psichici, che rendono ancora più difficile l’uscita dalla strada.
Il freddo estremo accentua tutti questi fattori. Dormire all’aperto con temperature rigide significa esporsi a ipotermia, infezioni respiratorie, aggravamento di condizioni già precarie. In Piemonte, come dimostrano episodi recenti, il rischio non è teorico: il freddo può diventare letale. Ogni ondata di gelo riapre il conto delle responsabilità collettive e istituzionali, perché la strada, in inverno, non è mai una “scelta neutra”.
Negli ultimi anni il Comune di Torino ha incrementato i posti letto, attivando nuove strutture e moduli temporanei. Ma il sistema resta sotto pressione. I dormitori sono pieni e, per loro natura, rappresentano una risposta emergenziale, non una soluzione definitiva. Accolgono, tamponano, mettono al riparo per una notte o per un periodo limitato, ma non risolvono il problema abitativo di fondo. Inoltre, esiste una quota di persone che rifiuta l’accoglienza in struttura, per motivi diversi: regole rigide, convivenza forzata, esperienze negative pregresse, disturbi personali. Anche questo è un dato con cui fare i conti.
Le associazioni che operano sul territorio parlano di una richiesta che supera costantemente l’offerta. Il tema non è solo quantitativo, ma qualitativo. Senza soluzioni abitative stabili, il rischio è quello di un circuito che si ripete ogni inverno: freddo, emergenza, aperture straordinarie, poi di nuovo la strada. I progetti di social housing, sostenuti anche da fondi Pnrr, rappresentano un tentativo di cambio di paradigma, ma al momento non sono sufficienti a coprire il fabbisogno reale.
A complicare il quadro c’è il tema della sanità. Molti senza fissa dimora necessitano di assistenza medica e psichiatrica continuativa, che il sistema territoriale fatica a garantire in modo strutturato. Senza un supporto sanitario adeguato, ogni progetto di inclusione rischia di fallire, perché la fragilità fisica e mentale diventa un ostacolo insormontabile al reinserimento.
La situazione torinese è lo specchio di un problema più ampio che riguarda tutto il Piemonte, soprattutto nei periodi di freddo intenso. Le città e i centri urbani diventano l’ultimo approdo di una marginalità che cresce, mentre le risposte restano frammentate. Il gelo rende tutto più visibile e più crudele: non lascia spazio a illusioni, costringe a guardare in faccia una realtà che esiste tutto l’anno, ma che in inverno diventa impossibile da ignorare.
Quattro calzini infilati uno sull’altro, cartoni come materassi, portici trasformati in rifugi. Non sono immagini simboliche, ma la cronaca quotidiana di una regione che affronta l’inverno con una emergenza sociale strutturale ancora aperta. Finché il freddo resterà l’unico momento in cui ci si accorge dei senza tetto, la risposta continuerà a essere tardiva, insufficiente e destinata a ripetersi, anno dopo anno.
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