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Prima chiude il dormitorio, poi invoca il silenzio: tutte le contraddizioni del sindaco di Chivasso Claudio Castello

In un post su facebook spiega il perché dell'ultima toppa che sta provocando più di un mal di pancia all'interno della sua maggioranza. La chiusura era scritta nei bilanci da mesi: oggi, a un giorno dallo stop, il sindaco parla di futuro e chiede silenzio...

Claudio Castello, sindaco di Chivasso

Claudio Castello, sindaco di Chivasso

Il sindaco Claudio Castello chiede silenzio sul dormitorio. Lo fa con un post su facebook. Dice che l’amministrazione “continua a lavorare”, che non risponde agli “attacchi strumentali”, che guarda avanti, verso modelli virtuosi, protocolli, co-progettazioni, Housing First, tavoli intercomunali. Parole rassicuranti, lessico da convegno, orizzonte sempre spostato un po’ più in là. Il problema è che mentre guarda avanti, Castello finge di non guardare indietro. E soprattutto finge di non guardare ciò che accade oggi, adesso, sotto la sua responsabilità politica diretta.

Perché la prima contraddizione sta tutta qui: il dormitorio non l’ha chiuso “la realtà”, non l’ha chiuso il destino, non l’ha chiuso la mancanza di alternative calata dal cielo. L’ha chiuso la sua Giunta. L’ha chiuso con atti formali, con bilanci approvati, con scelte deliberate. Non ieri sera, non sotto la pressione dei social. La chiusura era decisa dalla scorsa primavera, scritta nero su bianco nel DUP e nel bilancio: 56 mila euro nel 2024, 28 mila nel 2025, zero dal 2026. Zero. Fine. Questo non è lavorare “in silenzio”. È programmare una chiusura.

E allora stona, oggi, leggere che “l’accoglienza notturna non ha garantito gli auspicati percorsi di reinserimento”. Perché il dormitorio non nasceva per fare reinserimento, né autonomia, né integrazione strutturale. Nasceva per evitare che le persone dormissero per strada o in pronto soccorso. Nasceva come presidio minimo di dignità, non come bacchetta magica. Valutarlo con criteri che non gli sono mai appartenuti è un modo elegante per spostare il bersaglio, cambiare le regole a partita finita.

Seconda contraddizione: Castello parla di “fiducia”, di “soggetti seri e solidali” da mettere attorno a un tavolo. Ma quel tavolo andava apparecchiato mesi fa, quando in Consiglio comunale si annunciava l’ennesima “progettualità alternativa” senza mai mostrarla. Oggi, a ventiquattro ore dalla chiusura, il sindaco cita Ivrea, Caritas, fondazioni, protocolli. Bene. Ma perché Ivrea sì e Chivasso no, fino a ieri? Perché quei modelli diventano interessanti solo ora, quando il dormitorio è già stato smantellato pezzo per pezzo?

La terza contraddizione è tutta nel tempo verbale. Castello usa il futuro: lavoreremo, condivideremo, svilupperemo. La realtà usa il presente: il dormitorio chiude, oggi. E infatti, mentre il sindaco parla di Housing First, la sua Giunta corre a deliberare una toppa emergenziale in via Paleologi: cinque persone spostate all’ultimo minuto, senza presidio, senza assistenza, senza servizi. Non un dormitorio, precisa il Comune. Appunto. Non è una politica, è un riparo improvvisato. È l’ammissione implicita che qualcosa non ha funzionato. Ed è difficile non notare l’ironia: per mesi si dice che il dormitorio “non funziona”, poi, quando lo si chiude, ci si affanna a inventare un surrogato peggiore.

C’è poi la contraddizione più delicata, quella etica. Nel post il sindaco rivendica, giustamente, la scelta di destinare i locali del CISS a un servizio per famiglie con figli affetti da disturbo dello spettro autistico. Nessuno mette in discussione l’importanza di quell’intervento. Ma mettere una fragilità contro un’altra è una scorciatoia pericolosa, soprattutto quando non è la realtà a imporla, ma una scelta politica. Non esiste un principio secondo cui per aiutare qualcuno si debba necessariamente togliere a qualcun altro. E se davvero l’obiettivo è “prendersi cura delle fragilità con lo stesso impegno”, allora la domanda resta inevasa: perché quell’impegno non si è tradotto in risorse anche per chi non ha una casa?

Castello scrive che l’emergenza abitativa è centrale per l’amministrazione. Eppure i fatti raccontano altro. Si recuperano due alloggi per famiglie colpite da un incendio, giusto. Ma nello stesso tempo si lascia che un servizio per persone senza dimora venga accompagnato alla chiusura senza un’alternativa pronta. Non annunciata, non ipotizzata: pronta. Qui sta il nodo politico. Non nella bontà delle intenzioni, ma nella sequenza delle decisioni.

E poi c’è la contraddizione più evidente, quella che rende il post del sindaco quasi surreale: Castello chiede di non rispondere agli “attacchi strumentali”. Ma nessuno ha bisogno di strumentalizzare nulla, quando sono gli atti amministrativi a parlare. Non sono i post su Facebook ad aver chiuso il dormitorio. Non sono le polemiche dell’opposizione. È stata una scelta della maggioranza, presa con largo anticipo, difesa con il silenzio e corretta solo all’ultimo secondo, quando la città ha iniziato a fare domande.

Il punto, allora, non è se il modello futuro sarà Housing First o intercomunale. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più scomodo: perché questa amministrazione ha scelto di arrivare a ridosso del 31 dicembre senza una soluzione pronta, dopo aver avuto mesi per costruirla? Perché ha lasciato che il dormitorio diventasse un problema solo quando stava per spegnere le luci? Perché oggi chiede fiducia, quando ieri ha chiesto pazienza, e l’altro ieri ha chiesto silenzio?

Le contraddizioni non stanno nelle parole, ma nel calendario. Prima si decide la chiusura. Poi si promette un’alternativa. Poi l’alternativa non arriva. Infine si mette una toppa e si parla di futuro. Questo è il percorso. Tutto il resto è narrazione.

E alla fine resta una verità difficile da aggirare: se oggi c’è bisogno di una soluzione emergenziale, è perché chi governa ha scelto di non prevenire l’emergenza. Non per mancanza di tempo, ma per una precisa gerarchia di priorità. Il dormitorio non è fallito da solo. È stato lasciato fallire. E raccontarlo come un passaggio inevitabile, mentre si corre a riparare il danno all’ultimo minuto, non è visione politica. È gestione affannata delle conseguenze.

Il silenzio, in questo caso, non è prudenza. È una scelta. E come tutte le scelte politiche, ha un nome, una firma e una responsabilità precisa.

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