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18 Dicembre 2025 - 16:09
Askatasuna, il giorno della resa dei conti: Torino si spacca tra sgombero e accuse politiche incrociate (foto: da sinistra, Paolo Ferrero, Domenico Garcea e Stefano Lo Russo)
Lo sgombero di Askatasuna non è solo un’operazione di polizia. È una resa dei conti politica che Torino aspettava da anni, e che oggi esplode tutta insieme, senza più filtri né ambiguità. In poche ore, attorno alla palazzina di corso Regina Margherita 47, si è addensato un conflitto che va ben oltre i sigilli alle porte: è lo scontro frontale tra visioni opposte di città, legalità, dissenso e potere istituzionale. E, soprattutto, è il punto in cui il sindaco Stefano Lo Russo smette di camminare sul filo e viene trascinato al centro del ring politico.
Il sindaco prova a tenere una linea di equilibrio, ma le sue parole tradiscono un’ammissione pesante. «Continuo a pensare che la scelta che abbiamo fatto in quella fase fosse quella di provare a verificare le condizioni di sussistenza della possibilità di restituire alla città una fruizione pubblica di quell’immobile in un percorso di legalità», dice. Poi la frase chiave: «Prendo atto che queste condizioni sono venute meno per la violazione dell’ordinanza». È qui che il castello costruito negli ultimi anni crolla. Il patto di collaborazione, l’idea di trasformare Askatasuna in un bene comune limitato al piano terra, decade automaticamente. Non per una nuova scelta politica, ma perché, di fatto, non ha retto alla realtà.
Dalla destra, la reazione è immediata e feroce. Forza Italia rivendica apertamente una vittoria politica. Domenico Garcea parla di «punto di svolta» e accusa il sindaco di aver negato l’evidenza per quattro anni. «Era noto a tutti – dice – tranne a chi aveva il dovere istituzionale di vigilare». Il messaggio è chiaro: Lo Russo arriva tardi, e arriva costretto. Roberto Rosso e Marco Fontana parlano senza mezzi termini di «una delle più vergognose pagine della storia politica del capoluogo piemontese», accusando l’amministrazione di connivenza con l’illegalità. La narrazione del centrodestra è compatta: lo sgombero non è un atto dovuto, ma una resa del Pd alle pressioni che arrivavano da anni.
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Fratelli d’Italia alza ulteriormente il tiro. Paola Ambrogio definisce Askatasuna «l’apice di un sistema di violenza organizzata» e accusa il sindaco di essersene accorto solo oggi. Alessandra Binzoni ringrazia direttamente il ministro Piantedosi e chiede che l’operazione venga estesa ad altri spazi antagonisti. Licia Ronzulli usa parole durissime, definendo Askatasuna «un brodo di coltura di violenti e nemici dello Stato». Qui la linea è netta: nessuna distinzione tra spazio sociale e illegalità, nessuna sfumatura. Per FdI lo sgombero è la certificazione che la tolleranza istituzionale è finita.
La Lega non resta a guardare. Fabrizio Ricca parla di «momento storico» e definisce l’operazione «il regalo di Natale più bello» che Piantedosi potesse fare ai torinesi. Anche qui il bersaglio è duplice: Askatasuna come simbolo dell’illegalità e Lo Russo come sindaco che «ha preso atto della realtà» solo quando non poteva più evitarlo.
Ma il fuoco incrociato più interessante arriva dal campo che, teoricamente, dovrebbe essere più vicino al sindaco. Azione e Italia Viva non difendono Askatasuna, ma nemmeno assolvono Lo Russo. Daniela Ruffino parla apertamente di un errore politico: il patto di collaborazione, dice, «andava impugnato con i primi incidenti». Silvia Fregolent e Raffaella Paita insistono sulla legalità come valore non ideologico, ma avvertono: guai a trasformare lo sgombero in propaganda politica. Qui il messaggio è sottile ma tagliente: la decisione è giusta, il tempismo no.
Dall’altra parte della barricata, la sinistra radicale reagisce con rabbia. Paolo Ferrero parla di un’operazione «demenziale», fatta in sintonia tra il sindaco e il governo Meloni. Accusa Lo Russo di aver trasformato un fatto politico in un problema di ordine pubblico, e di aver rotto un dialogo che, a suo dire, rafforzava il tessuto sociale. Potere al Popolo va oltre: definisce la giunta Pd-Avs «complice» del ministro Piantedosi e parla apertamente di repressione e criminalizzazione del dissenso. Il racconto qui si ribalta: Askatasuna non come problema, ma come vittima.
I portavoce di Askatasuna spingono ancora più in là l’accusa. Parlano di un’operazione muscolare per fermare le lotte pro Palestina, di un quartiere militarizzato, di scuole chiuse, di acqua e luce tagliate. Secondo loro, Lo Russo «ha ceduto alle volontà del governo» e ha fatto saltare un patto che garantiva una gestione condivisa dello spazio. È la narrazione del tradimento: il sindaco che, sotto pressione, sceglie l’ordine pubblico invece della mediazione.
Nel mezzo, arriva una voce diversa. Quella del cardinale Roberto Repole. Non giustifica la violenza, ma invita a non fermarsi allo scontro. Parla di dialogo come sforzo benefico e richiama il disagio giovanile, citando il dato europeo secondo cui quasi il 40% dei giovani soffre di ansia. È l’unico intervento che prova a spostare lo sguardo dal «chi ha vinto» al «perché si è arrivati fin qui».
Il risultato finale è una città spaccata. Non solo tra destra e sinistra, ma dentro gli stessi campi politici. Askatasuna diventa lo specchio di una crisi più profonda: quella di una politica incapace per anni di scegliere una linea chiara, oscillando tra dialogo, tolleranza e rinvii, fino a quando la cronaca giudiziaria ha imposto una decisione.
Lo sgombero segna la fine di una stagione, ma non chiude il conflitto. Anzi, lo rilancia. Perché ora resta una domanda che attraversa tutte le dichiarazioni, anche quelle più urlate: se Askatasuna doveva essere sgomberata, perché non prima? E se il dialogo era sbagliato, perché è stato difeso così a lungo?
Torino, oggi, non discute più solo di un centro sociale. Discute della credibilità delle istituzioni, del confine tra dissenso e violenza, e di quanto a lungo una città possa permettersi di rimandare decisioni politiche fingendo che siano solo questioni tecniche. Askatasuna è stata sigillata. Il dibattito politico, no.

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