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15 Dicembre 2025 - 17:34
Maurizio Marrone
Il “Barattolo” di via Carcano torna al centro dello scontro politico torinese e regionale, e questa volta non è solo una questione di mercatino dell’usato. È una questione di povertà, legalità, controllo sociale e – inevitabilmente – di contrapposizione politica tra la Regione Piemonte e il Comune di Torino.
Per capire perché oggi se ne discute così aspramente, però, bisogna prima spiegare che cos’è davvero il Barattolo. Da oltre dieci anni, ogni settimana, via Carcano ospita un mercato di libero scambio dove privati cittadini vendono oggetti usati: vestiti, scarpe, libri, piccoli mobili, stoviglie, giocattoli, elettrodomestici, a volte anche oggetti di valore modesto ma ancora perfettamente utilizzabili. I prezzi sono bassissimi, spesso simbolici. Non è un mercato tradizionale, non è una fiera antiquaria, non è nemmeno un Balôn in miniatura. È un luogo dove chi ha poco prova a ricavare qualcosa, e dove chi ha poco spende poco.
Nel tempo il Barattolo è diventato molto frequentato, non solo da chi compra ma anche da chi passa, guarda, fruga, fa un giro. Un mercato popolare, informale, disordinato quanto basta, che per molti rappresenta una micro-entrata fondamentale. Proprio per questa sua natura è stato spesso etichettato, in modo sprezzante, come “suk”. Un termine che dice molto più del pregiudizio di chi lo usa che della realtà del mercatino.
Nei giorni scorsi la Terza Commissione regionale, presieduta da Claudio Sacchetto, ha espresso a maggioranza parere preventivo favorevole allo schema di convenzione tra Regione Piemonte e Città di Torino proprio sul mercato di libero scambio di via Carcano. Un via libera che però non chiude affatto la partita, anzi: la riapre, alimentando polemiche politiche, distinguo e proteste davanti a Palazzo Lascaris.
L’assessore regionale Maurizio Marrone ha illustrato l’obiettivo della convenzione: superare il limite delle 12 giornate annue previste dalla legge regionale, portandole a 40, con la dichiarata finalità di “rivitalizzare il piccolo commercio come strumento di contrasto alla povertà”. Secondo Marrone, il Barattolo deve diventare un’opportunità di reddito attraverso la vendita di merce di modico valore, ma solo per soggetti in condizione di fragilità economica certificata dai servizi sociali comunali. Una scelta che, nelle intenzioni della Regione, dovrebbe anche azzerare le esperienze di abusivismo: nel solo 2024, ha ricordato l’assessore, “in 80 giorni sono stati effettuati 91 rinvenimenti di merce non autorizzata con 81 sequestri”.
Numeri che per la maggioranza regionale giustificano una stretta. Ma che per l’opposizione raccontano solo una parte della storia, e soprattutto non spiegano cosa accadrebbe se il Barattolo venisse progressivamente svuotato della sua funzione.
Nadia Conticelli (Pd) mette subito un paletto politico e culturale: “Nessuno vuole avallare l’illegalità, ma attenzione a non criminalizzare la povertà”. Il mercato di libero scambio, secondo la consigliera dem, deve servire a venditori e compratori fragili e accompagnarli in un percorso di legalità, ma “pensare che siano i servizi sociali a gestire tutto non è realistico: non hanno i mezzi”. Una critica netta a un impianto che rischia di trasformare uno strumento di inclusione in un meccanismo burocratico rigido, fatto di certificazioni, elenchi e filtri difficili da applicare nella realtà.
Ancora più dura Alice Ravinale (Avs), che chiede un sopralluogo della Commissione: “Qui parliamo di un mercatino dove si registrano circa 5 mila passaggi di persone povere a settimana”. Ravinale ricorda che in sole due mattinate sono state raccolte 1.200 firme contro il provvedimento e che davanti a Palazzo Lascaris si è svolto un presidio di protesta. “Limitare il Barattolo non riduce il degrado, lo aumenta”, è la sua accusa: togliere uno spazio regolato significa spingere le stesse persone verso altre forme di marginalità.
Di segno opposto l’intervento di Annalisa Beccaria (Forza Italia), che ringrazia Marrone per quella che definisce “onestà intellettuale”. Per Beccaria è fondamentale “parlare chiaro” e sostenere chi è realmente in difficoltà, ricordando che la povertà è spesso sommersa. Da qui la richiesta di un elenco delle persone autorizzate a vendere, come strumento di tutela e controllo. “Sosteniamo convintamente il provvedimento”, conclude.
Critico anche Alberto Unia (M5s), che accusa parte della Commissione di non conoscere la realtà del mercatino: “Prima non c’era controllo, ora è diverso. Questo mercato è stato costruito proprio per controllare”. Per Unia, spostare la gestione sui servizi sociali non risolve il problema: “Cancellare l’illegalità non vuol dire spostarla”. Da qui la proposta di audire il comandante della Polizia municipale, per riportare il confronto su un piano operativo e non ideologico.
Il leghista Fabrizio Ricca ribadisce invece la linea della maggioranza: i dati forniti dall’assessore sono “molto importanti” e la convenzione deve servire a garantire l’accesso al mercatino solo ai “poveri veri”, accompagnando il tutto con controlli più serrati.

Ma è l’intervento di Gianna Pentenero (Pd) a riportare la discussione su un piano più ampio e meno contingente. “Nel 2018 questo progetto venne presentato all’Unione europea ed entrò tra le sei migliori esperienze europee di microeconomia”, ricorda. Una valutazione tecnica, non ideologica. Pentenero non nega il problema delle infiltrazioni illecite, ma avverte: “Ridurre il Barattolo a 40 giorni significa avviarlo verso una lenta chiusura”. E pone una domanda che pesa come un macigno: “Se chiudiamo, cosa faranno le persone per cui questo mercato rappresenta un minimo di reddito?”. Perché il Barattolo non è solo scambio: è riuso, economia circolare, sopravvivenza quotidiana.
A rendere ancora più incandescente il clima è arrivato il comunicato stampa del Partito Democratico, firmato da Nadia Conticelli e Gianna Pentenero, che non usa giri di parole: “La povertà non è un crimine e fa rima con legalità. La Regione utilizza il mercato di libero scambio per fare opposizione politica contro il Comune di Torino”. Secondo le consigliere dem, il protocollo regionale non aumenta i controlli ma rischia di renderli più difficili e di svuotare il progetto di contrasto alla povertà. La riduzione delle giornate da 80 a 40 viene definita “priva di un criterio logico”, mentre la proposta Pd – 54 giornate, una a settimana più una domenica al mese – viene ricordata come un compromesso ragionevole, simile a quello del Gran Balôn.
Conticelli e Pentenero sottolineano come i venditori abbiano protestato davanti al Consiglio regionale raccontando storie di fragilità reale, lontane dall’immagine di “mercato senza regole” evocata da alcuni esponenti della destra. Rivendicano il lavoro fatto dal Comune di Torino, che ha dotato il Barattolo di un regolamento specifico, caso raro in Italia, grazie a un percorso condiviso con circoscrizione e territorio. E mettono in guardia da un coinvolgimento dei servizi sociali pensato in modo “rigido e burocratico”, che rischia di trasformare anche gli hobbisti in casi sociali pur di poter lavorare.
“Alle fragilità si risponde con investimenti sul welfare”, concludono, “non con i bonus a click day”. E ricordano che reti di mutuo aiuto come quella del Barattolo non sono il problema, ma una parte della soluzione.
Insomma, attorno a qualche bancarella di oggetti usati si gioca una partita molto più grande: che idea di povertà ha la politica, e soprattutto se la si vuole governare con strumenti di inclusione o con elenchi, badge e recinti. A Torino, almeno per ora, il Barattolo resta aperto. Ma la sensazione è che qualcuno stia già contando i giorni. E non sono solo quaranta.
Maurizio Marrone ha finalmente scoperto i poveri. Non nel senso evangelico del termine, ma in quello amministrativo: censiti, certificati, numerati, possibilmente schedati. Poveri veri, dice lui. Come se la miseria prevedesse un albo professionale, con tanto di bollino regionale e revisione annuale. Il povero abusivo, si sa, è il peggiore.
Il Barattolo di via Carcano, mercatino dell’usato nato per far circolare oggetti e sopravvivenze, diventa così il palcoscenico ideale per una rappresentazione cara a una certa destra: la legalità come clava e la povertà come sospetto. Marrone snocciola numeri, sequestri, irregolarità. Fa il suo mestiere, dirà qualcuno. Peccato che il sottotesto sia sempre lo stesso: se sei povero, dimostralo. Se non sai dimostrarlo, arrangiati. Meglio altrove. Meglio invisibile.
Il ragionamento è lineare, quasi elegante nella sua rigidità: concediamo al mercatino più giorni, ma solo a patto che diventi una specie di ufficio di collocamento della miseria, gestito dai servizi sociali, con l’inventario delle mutande e la provenienza certificata dei cucchiai. Non sia mai che qualcuno venda una giacca senza aver prima compilato il modulo B/17 – Indigenza conclamata.
Marrone parla di contrasto alla povertà, ma lo fa come si parlerebbe di un’infestazione: delimitare l’area, controllare gli accessi, ridurre la diffusione. Il povero va aiutato, certo, ma sotto controllo. Meglio se in elenco. Meglio ancora se pochi. Perché quaranta giorni vanno bene, ottanta no: troppa povertà tutta insieme rischia di sembrare strutturale. E questo, politicamente, è sconveniente.
C’è poi la frase rituale, quella che non manca mai: nessuno vuole criminalizzare la povertà. È sempre pronunciata un attimo prima di farlo. Perché quando si insiste ossessivamente sulla distinzione tra poveri veri e poveri presunti, il messaggio arriva chiarissimo: la povertà è colpevole finché non prova il contrario.
Nel frattempo il Barattolo era stato valutato dall’Unione europea come una delle migliori esperienze di microeconomia. Ma si sa, Bruxelles è lontana, via Carcano è vicina, e il decoro elettorale conta più di quello sociale. Meglio un povero fuori posto che un elettore a disagio.
Alla fine Marrone porta a casa la convenzione, i controlli, i numeri, l’ordine. Tutto in regola.
Del resto, la povertà va combattuta. Purché lo si faccia con fermezza, a giorni alterni e senza farla vedere troppo.
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