AGGIORNAMENTI
Cerca
Ombre su Torino
02 Marzo 2025 - 19:39
Chivasso, una partita a tarocchi finita con la stricnina nel bicchiere: la notte che travolse il “Caffè della Posta”
Ossessione.
Un mondo diverso, un’epoca diversa, usi e costumi ingialliti, parole desuete. Tutto odora di passato, di bianco e nero, di qualcosa lontanissimo nel tempo, anche solo difficilmente immaginabile per chi è venuto alla luce nel XXI secolo.
È il 1965 e siamo a Chivasso, 25 km a nordest di Torino. Sono almeno tre anni che in città c’è un tale che fisicamente abita lì ma la cui testa è partita per un viaggio dal quale, probabilmente, non tornerà più.
È un geometra di 36 anni, scapolo, in quel momento disoccupato e che vive coi genitori.
Il periodo non è da giudizi dati in punta di fioretto. Viene aggettivato come misogino, dissociato, addirittura schizofrenico. In paese tutti lo conoscono, molti lo temono. Non tanto perché violento o prevaricatore ma perché, a causa delle sue fantasie, sembra sempre che da un momento all’altro qualcuno possa venire diffamato o finire in tribunale per rispondere di un reato mai commesso se non nei meandri del cervello dell’uomo.
Questi vede complotti ovunque, pensa di essere costantemente nei pensieri nefasti di tantissimi concittadini e, soprattutto, che gli stessi facciano di tutto per screditarlo e ridicolizzarlo. Nel 1962, ad esempio, si era convinto che una serie di professionisti e personaggi molto importanti, tra cui il sindaco di Chivasso, assumessero le sue sembianze (abiti, atteggiamenti, pettinatura) compiendo “atti immorali” in pubblico in modo da far ricadere la colpa su di lui.
Il primo cittadino, addirittura, sarebbe stato reo di “gettargli il malocchio mentre viaggiavano in treno insieme” anche se in cima a una lista che, come vedremo, esiste davvero, ci sarebbe un suo vecchio compagno di scuola, l’avvocato Varetto.
Invidioso del suo successo professionale, il nostro protagonista gli riversa addosso, tramite numerosi esposti in procura, accuse di ogni genere: riferisce che il penalista lo guarda storto ingiustificatamente, lo deride in pubblico, fino ad arrivare a sostenere che lo stesso lo seguisse senza motivo che non fosse quello di una insensata azione persecutoria nei suoi confronti.
Denunciare un avvocato senza prove, tuttavia, non è mai un’idea vincente. Varetto, stanco di subire la lunga serie di immotivate calunnie rivoltegli, lo trascina in tribunale proprio nel 1962. O meglio, vorrebbe portarlo davanti a un giudice scoprendo, in fase d’istruttoria, che la cosa non è possibile. L’individuo che da tempo gli punta un dito contro non è processabile perché totalmente non in grado di intendere e di volere.
Riconosciuto pericolosissimo per sé e per gli altri, rimane comunque a piede libero senza essere sottoposto ad alcuna restrizione della propria libertà poiché la legge di allora disponeva che, nei procedimenti con pena massima inferiore ai due anni, la riconosciuta infermità mentale non comporta l’applicazione di misure di sicurezza. Il geometra, dentro di sé, festeggia per lo scampato pericolo.
Aspetta, sanguina interiormente e continua ad annotare nomi. Sotto Varetto, su un pezzo di carta, tra i tanti, scrive anche quelli di Luigi Cavatore e Virginio Trivero. Sono amici dell’avvocato, certo, ma non solo. Sono anche amici suoi, che conosce da quando è bambino e che non sanno che essere nella cerchia del nemico numero uno di quell’uomo può rivelarsi molto pericoloso.

Lo scoprono il 21 settembre 1965.
Sono circa le 23,30 di un martedì ma al Caffè della Posta di Piazza della Repubblica, di fianco al duomo di Chivasso, sembra che nessuno debba andare a lavorare il giorno dopo. Tra gli avventori c’è un cinquantenne pasticcere che si chiama Luigi Cavatore che si sta allegramente intrattenendo a colpi di cordiali e sambuche con un panettiere di nome Virginio Trivero.
I due ridono e scherzano, brindano a più riprese e giocano a carte. Verso mezzanotte arriva il geometra. È appena uscito da un cinema li vicino e, per inquadrare un periodo arcaico agli occhi odierni, ha deciso di passare per quel bar per consumare “un’ottima birra straniera” e perché quella sera, nella sala tv, sa che viene trasmesso un film con Clark Gable di cui è grande fan.
Il trentaseienne chiede al proprietario del locale di servirgli una birra francese ma questi gli risponde che è finita e che, volendo, avrebbe potuto offrirgli “una tedesca”, una Berliner Kindl che solo da quelle parti, all’epoca, avrebbe potuto trovare. Il geometra accetta, si fa consegnare la bottiglietta e un bicchiere e va a sedersi davanti allo schermo per apprezzare le ultime scene della pellicola proiettata.
Poco dopo, uno dei camerieri lo raggiunge per fargli pagare il conto, 200 lire, che lo stesso salda con una banconota da cinquemila di cui decide di ritirare il resto direttamente al bancone. Qui il geometra viene avvicinato da Cavatore che lo invita a una mano di tarocchi insieme a Trivero e a un certo Guido Cena. I quattro si siedono e iniziano a giocare. Cavatore e Trivero, già particolarmente brilli ma evidentemente ancora assetati, notano che il loro amico ha gustato appena un sorso del proprio drink. Gli chiedono se non sia buona, ricevendo come risposta che quella birra tedesca era la prima volta che la consumava e che l’aveva trovata troppo amara per i suoi gusti. A questo punto non si sa sia il nostro protagonista ad offrire la bevanda agli altri due o se siano loro a chiedere di assaggiarla, fatto sta che Trivero ne beve mezzo bicchiere e che Cavatore ne tracanna rapidamente il resto.
Arriva mezzanotte e mezza, la partita di tarocchi finisce e i suoi partecipanti si dividono e tornano a casa. Cavatore e Trivero, che nel frattempo si sono incontrati con un loro conoscente autista della Croce Rossa, Achille Chiavarini, si stanno recando verso un distributore di sigarette sotto i portici di via Torino. Qui, all’improvviso, il pasticciere crolla a terra lamentando fortissimi dolori addominali mentre il panettiere ha qualche capogiro ma anch’egli non si sente troppo bene. Chiavarini allora, prontamente, recupera l’ambulanza di servizio e trasporta i due al vicino ospedale civico.
Vengono entrambi ricoverati d’urgenza e, se Trivero viene rianimato e stabilizzato quasi subito con ossigeno e iniezioni varie di medicinali, Cavatore muore nell’arco di pochi minuti.
Il motivo lo sospettano tutti ma, anche questo segno dei tempi, per scoprire la causa ci vanno analisi di laboratorio per il cui responso è atteso addirittura in 60 giorni. Nel frattempo, però, gli occhi del paese, degli inquirenti, dei giornali e dell’opinione pubblica in generale, sono tutti rivolti verso di lui, il geometra, Francesco Arduino. L’accusa è che, matto come era stato riconosciuto qualche anno prima e figlio di contadini (facilmente in possesso di sostanze velenose per l’essere umano) quella sera avrebbe bevuto un sorso di birra e poi, dopo avergli versato dentro della stricnina, l’avrebbe offerta agli altri commensali col preciso intento di ucciderli o, quantomeno, di fargli passare un brutto quarto d’ora.
Il motivo? Apparentemente nessuno. Ad inguaiare Arduino, in assenza di prove schiaccianti, è la testimonianza del quarto giocatore di tarocchi, Cena, che riferisce che è stato proprio lui a porgere la fatale bevanda agli altri e, soprattutto, la “lista di proscrizione” che gli trovano in casa dove, di fianco al nome dell’avvocato Varetto (il suo principale nemico) come associati risultano proprio Cavatore e Trivero.
Arduino viene arrestato il 6 ottobre 1965. Non confessa ma anzi si difende con perizia e determinazione, senza cadere in contraddizione ma mostrando un atteggiamento verso gli amici, e la vicenda in generale, di una freddezza e di un distacco che quasi costringono gli inquirenti a ordinare di giudicarlo a seguito di una nuova perizia psichiatrica. Quando arriva il responso il processo a suo carico è già in corso. La sentenza definitiva del 1968 non spiega nei dettagli né il movente né l’esatta azione omicidiaria, ma, pilatescamente, viste le sue condizioni psicologiche (di nuovo, totale infermità di mente) certificate dal collegio di professionisti chiamati a giudicarlo, lo condanna a 10 anni di manicomio criminale.
È stata fatta, davvero, giustizia?
Ombre su Torino è anche su Facebook, Instagram e, in versione podcast, su Spotify.
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.