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Settimo Torinese

Mamma con il cuore a pezzi: "Rivoglio mio figlio!". Da giorni staziona in tenda davanti al Centro Paolo VI di Casalnoceto

Natalina Colangelo è stata denunciata per atti persecutori, interruzione di servizio pubblico, mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, mancato preavviso di pubblica manifestazione.

Natalina Colangelo, Settimo Torinese,

Indossa una maglietta con la foto del bambino e ha in mano un microfono. Davanti al Centro Paolo VI di Casalnoceto (che si occupa di bambini e ragazzi con disabilità psichiche), ha piazzato una tenda e appeso cartelloni e palloncini colorati sulla recinzione.

Il 5 dicembre ha trovato una porta aperta ed è entrata chiamando con il microfono il figlio Cristian.

«Cristian mi ha sentito e da una finestra mi ha gridato: "Mamma, sono qui!". Non mi rassegno finché non me lo danno, non me ne vado».  

I carabinieri sono arrivati sul posto, l'hanno fatta salire in auto e condotta in caserma a Volpedo.

Natalina Colangelo è stata denunciata per atti persecutori, interruzione di servizio pubblico, mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, mancato preavviso di pubblica manifestazione.

 «Mi hanno detto che mio figlio è pieno di lividi, che viene sedato in continuazione. Hanno applicato lo stato di adottabilità, ma non lo è. La denuncia che mi hanno fatto è in collaborazione con il magistrato, quattro reati per i quali sono previsti otto anni di carcere. Questa è la giustizia italiana. Se uno ammazza o ferisce, si fa meno galera».

Lunedì sera, mentre  si riparava dalla neve e dal freddo dentro la tenda da campeggio montata fuori dal Centro, una ragazzina di 15 anni è scappata in strada e ha rischiato di essere investita da un’auto. Sono intervenuti i carabinieri che l’hanno fermata, atteso che arrivasse un operatore del Centro e convinta a rientrare.

La ragazzina piangeva, gridava, voleva tornare a casa sua. «Era spaventata e disperata - racconta Natalina -. È uscita senza cappotto, con il freddo che faceva. È al Centro da anni e non ne può più, ma non la possono dare alla mamma perché il tribunale ha disposto così. E nessuno interviene per impedire fatti simili».

Natalina Colangelo ha ripreso tutto in una diretta Facebook.

Cristian ha 11 anni e  vive rinchiuso
in una comunità terapeutica in attesa di venire adottato.

«Il direttore medico Giovanni Brisone asserisce che le fughe siano normali – dichiara l’avvocato Miraglia, legale della donna – ma se un ragazzo sta bene dentro una comunità, di certo non pensa o fuggire in lacrime per cercare di raggiungere casa propria. Tra l’altro non è la prima volta che dei ragazzi appunto scappano . Ma qualcuno vuol verificare lo stato in cui vivono i ragazzi alla Paolo VI? Sarebbe importante sapere, tra le altre istituzioni, quante volte la Procura della Repubblica del Tribunale per i  minori ha predisposto delle ispezioni a sorpresa in questa comunità, per capire come vivono questi minori, come vengono trattati e soprattutto quali sono i progetti che vengono pensati a loro favore. Il figlio della mia assistita non sappiamo nemmeno come stia: da tre anni non gli consentono di vedere la madre e lo hanno persino dichiarato adottabile, ma senza pensare a una soluzione diversa, a un progetto di ricollocazione in seno alla sua famiglia. Non è orfano, ha una madre e una nonna: perché non mandarlo a casa, seguendo con lui e con la famiglia un percorso di reinserimento educativo e anche terapeutico? Visto che la comunità è legata alla Diocesi di Tortona, che intervenga il vescovo a fare chiarezza e soprattutto, con la carità cristiana che dovrebbe contraddistinguere il suo ruolo e le comunità di ispirazione cattolica, incontrare questa madre e ascoltare la sua sofferenza».

Intanto si è in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione, alla quale è stato presentato ricorso per chiedere la revoca del decreto di adottabilità per mancanza dei presupposti legali. Il Tribunale per i minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta aveva disposto una consulenza tecnica con la valutazione della relazione tra il ragazzino e la madre, ma la comunità terapeutica ha espresso parere negativo e l’incontro non è mai avvenuto.

«Le informazioni rilasciate dalla comunità sono difformi e ambivalenti – prosegue l’avvocato Miraglia –. A volte dicono che il bambino voglia vedere la madre e che la sogni persino la notte, altre che si agiti solo al pensiero di rivederla perché la teme. Dicono che stia bene dentro la struttura, poi però affermano che sia agitato e necessiti di un piano terapeutico a base di farmaci. Come sta davvero questo ragazzino? La comunità afferma che vuole farlo rientrare a casa, ma come può essere possibile dal momento che sino ad oggi non siamo mai stati coinvolti in riunioni, in incontri e in un progetto di reinserimento? Non ha nemmeno fatto entrare i tecnici incaricati dal tribunale di redigere la Ctu sul rapporto tra madre e figlio!».

Una storia da brividi

Quello di Natalina, è l'urlo di disperazione di una mamma cui hanno strappato un figlio.

E' l'urlo di disperazione di una mamma che non si arrende e che da anni lotta contro un sistema che ha deciso che Cristian  starà meglio in una comunità terapeutica piuttosto che a casa sua con la mamma e con la nonna.

Aveva 7 anni quel terribile giorno in cui un'ambulanza chiamata dalla scuola l'ha portato via per sempre.

Era il 14 gennaio del 2020.

Frequentava la scuola Rodari di viale Piave a Settimo Torinese e a detta delle insegnanti e della preside era "incontenibile". Contro di lui era stato organizzato anche uno sciopero dei genitori che, in classe con i loro figli, non lo volevano più.

Ed è proprio davanti alla scuola che Natalina più volte si è recata a protestare, urlando al microfono la sua storia. Lo fa nell'orario di uscita dei bambini in modo che anche gli altri genitori possano sentire la sua disperazione.

"Andrea ha una disabilità certificata. Ha un ritardo cognitivo ed è iperattivo - spiegava qualche tempo fa -, proprio per questo a scuola aveva un'insegnante di sostegno e un educatore. Insomma, strumenti ne erano stati messi in campo. Ma la scuola, per non ammettere di non essere in grado di gestirlo, lo ha fatto togliere a me. Ha fatto in modo che venissero attivati i servizi sociali e che Andrea venisse portato via da me e da sua nonna".

Nonostante i problemi la loro era una bella famiglia. Natalina lavora, vive in una casa di proprietà e svolge una vita dignitosa.

Mio figlio è cresciuto bene fino a quando è stato con me. Una settimana prima che me lo portassero via, io abbiamo fatto un viaggio a Roma per incontrare Papa Francesco. Era felicissimo. Era sereno"

Eppure, per ben due gradi di giudizio è stata dichiarata "non idonea" come mamma.

"Ma come fanno a dire che sono inidonea se mi hanno portato via mio figlio impedendomi di vederlo. Lo hanno portato quattro anni fa in una comunità terapeutica a Casalnoceto in provincia di Alessandria e non ho più potuto vederlo. Lì al centro Paolo VI me lo hanno rovinato. E' diventato obeso, lo sedano continuamente, ha tutti i denti rovinati. Come fanno a dire che sta meglio lì che a casa sua circondato dall'amore della sua mamma e della sua nonna?".

La battaglia legale che questa donna disperata, ma tenace, sta combattendo assistita dagli avvocati Francesco e Pasqualino Miraglia, è contro la decadenza della potestà genitoriale.

"Sono riusciti ad arrivare a tanto. A dire che non è più mio figlio, pur di togliermelo. Gli hanno nominato un tutore legale e quello è tutto. Ma io non mi arrendo. Ho già speso più di 20mila euro per questa causa, ma andrò avanti. Mio figlio ha bisogno di me e io di lui".

“Mi hanno vietato di vederlo. Nei due anni di pandemia ci siamo visti una sola volta attraverso una finestra. Lui era agitato. Cercava di mordere il medico che era con lui. Io ho cercato di tranquillizzarlo. Ormai mi odia perché pensa che sia stata io ad abbandonarlo. Invece, sono stati loro a strapparmelo e a rovinare il mio bambino". 

Il cuore di Natalina è a pezzi:Mio figlio si sente abbandonato da sua madre, è da solo, isolato, senza istruzione, non frequenta nessuna scuola. Questa è discriminazione. Io ho sempre fatto fare a mio figlio tutto ciò che facevano i suoi coetanei".

Per lei tutto questo è un'ingiusta vendetta per essersi ribellata alla scuola e ai servizi sociali: "Hanno voluto colpire me perché sono una ragazza madre e lui perché è disabile. Le maestre hanno provato a farmi passare per tossica, quando io sono una donatrice di sangue. Mio figlio diceva di essere bullizzato e la scuola, invece di aiutarlo l'ha reso colpevole facendolo portare via".

Nella vicenda, qualche mese fa, era intervenuta anche l'assessore regionale Chiara Caucino, garante dell'infanzia e dell'adolescenza: "E' andata a trovarlo in comunità. Al ritorno mi ha riferito di aver chiesto a mio figlio se avesse un sogno. E lui le avrebbe risposto: tornare a casa dalla mamma e dalla nonna. Ma poi, non ha più mosso un dito. Io mi sento abbandonata. Disperata. Ma non mi arrendo".

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