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IVREA. Verlucca scrive alle Mugnaie: "Non c'è Generale senza Carnevale". Dito puntato su Ceratti

IVREA. Verlucca scrive alle Mugnaie: "Non c'è Generale senza Carnevale". Dito puntato su Ceratti

verlucca

"Io dico fango al fango e le civili maschere aborro e il galateo dei vili...", parole e musica di M. Rapisardi. E c'è chi se le suona nella propria "testata" e chi, dopo averci rimuginato un po' su, le scrive nero su bianco a tutte le iscritte dell'Ordine della Mugnai. Lui è l'ultra novantenne Cesare Verlucca, uno che il Carnevale lo fa, e non da oggi. Uno che il Carnevale lo commenta, e non da oggi. Uno che sta a Ivrea come le rosse torri, come la torta novecento e le polentine, come la fontana di Camillo e, per l'appunto, come il Carnevale. Il dito è puntato sull'ordinanza-invitanza, con tanto di invito ad indossare il berretto frigio, diffusa nei giorni scorsi dal "tre volte Generale Vincenzo Ceratti...". "Non basta a quanto pare il Covid-19 a far danni -  commenta Verlucca - L’infame pandemia, infatti, dopo aver interrotto il Carnevale 2020, ha eliminato il Carnevale 2021, lasciando tuttavia in circolazione qualche coronavirus che si è affrettato ad assumere cariche che non esistono, come quella di Generale di un Carnevale che non c’è. Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. La massima manifestazione eporediese, con i suoi otto secoli di storia, è sempre stata considerata un evento serio, e fa male al cuore prendere atto che qualcuno, avendo come unica giustificazione i propri interessi, possa decidere impunemente di autoimporsi, creando una carica inesistente; ma la cosa più incredibile, è che le autorità regolarmente costituite lo consentano....". E ancora non basta. "Dall’alto della mia età veneranda - aggiunge -  ritengo che l’Ordine della Mugnaia, che ho l’onore d’avere fondato nel 1977, debba non solo contestare quest’assalto alle nostre tradizioni, ma compiere ogni sforzo per chiamare in causa tutte le componenti dello Storico Carnevale di Ivrea, allo scopo di far fronte comune contro assalti indesiderati e inattesi, trasmettendo altresì ai periodici locali il proprio disappunto. Circolare in città con berretti frigi, che sono obbligatori nei giorni canonici di un Carnevale vero, mi sembra atto di pura sconvenienza quando il Carnevale non c’è, e m’associo toto corde con quanti si asterranno dal fare un gesto che avrebbe tutta l’aria di premiare un’ingiustizia. Anche nelle giornate più buie, io sostengo che il sole tornerà a brillare, un giorno o l’altro, ed è quanto auguro al Carnevale nostro, e a tutti quanti lo vivono con la passione di sempre...". Una risposta c'è già ed è del Gran Segretario dell'Ordine della Mugnaia Luisa Mussano. "Attendo le decisione che prenderemo come Comitato delle Componenti - ci dice - Non so se saremo solo le Componenti della parte storica o si aggregheranno anche gli arancieri..."  

Cesare Verlucca.

Classe 1927, Cesare Verlucca ha trascorso vent’anni nella grande fabbrica, la “Ditta”, come la chiamavano a quei tempi, assunto nel 1971 da Adriano, l’imprenditore illuminato, dopo un concorso vinto. E’ solo uno dei tanti aneddoti della storia ricchissima di avventure professionali di un editore di successo.

Nato a Pont Canavese, in provincia di Torino, per quarantacinque anni è stato ed è tuttora alle prese con le varie case editrici in cui era ed è coinvolto.

Dagli anni d’oro quando i volumi si stampavano e vendevano a migliaia, a quelli della crisi della carta stampata. Diviso fra Priuli & Verlucca fondata nel 1971 a Ivrea, ed Hever Edizioni, nata vent’anni dopo e guidata dalla figlia Helena.

Due anni fa, Cesare ha riordinato i ricordi e li ha messi nero su bianco in un libro “Una storia di carta. Vita di un editore”. Duecentosettantotto pagine per un’autobiografia che fissa con piglio brillante, ironia e venature nostalgiche i momenti salienti della sua intensa esistenza. Una vita di traguardi raggiunti, con passione e il desiderio di mettere in moto il cervello, far circolare idee, tracciare nuove vie. Nel racconto si mescolano ricordi e memorie olfattive, i profumi della minestra di castagne e riso e del fieno, l’odore della carta appena stampata.

Ricordi indelebili della sua infanzia povera a Pratiglione Canavese, della giovinezza ‘gaudente’ nel borgo marinaro di Genova Pegli e poi Ivrea, la patria di Adriano Olivetti. Una vita trascorsa a divorare libri: ha studiato a memoria la Divina Commedia nel fienile della casa nel paese di mezza montagna in cui viveva ai tempi della guerra, un canto al giorno. Ma al ritorno della normalità il suo tempo è trascorso a organizzare incontri e feste, a fondare compagnie, aziende e società, a girare il mondo per vacanze-viaggio emozionali, nello stile dei suoi prodotti editoriali e per lavoro. Nel 2003, dopo tanto girovagare ha eletto “un’isola di un’isola della penisola” a meta privilegiata per le sue vacanze, Carloforte. La cittadina tabarchina del sud ovest Sardegna sembra sorridergli da ogni angolo con i caruggi e l’atmosfera marinara, come se fosse Liguria.

“Una storia di carta” dedica ampi spazi agli affetti, alla sua famiglia d’origine, agli amici di sempre, alla bellissima moglie follemente amata e scomparsa nel 2000 lasciando un vuoto incolmabile, a Helena, amatissima figlia, ai nipoti e ai pronipoti. Il 26.6.27 per Cesare è solo “una data scritta su un foglio di carta e ha il valore che ciascuno vuole o può attribuirgli”.

“Farà sorridere – ci disse – ma mi sento mentalmente disposto a fare le cose che facevo a vent’anni, se esse richiedono semplicemente un pò di lavoro e tanta fantasia. D’altronde non ho ancora deciso cosa farò da grande”.

Due gli insegnamenti che ha fatto propri: le parole di sua madre “Guarisce solo chi vuole guarire” e la massima gandhiana “Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre”. Perle di saggezza infilate in quel filo rosso che continua a srotolarsi in un moto continuo.

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