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IVREA. Torino,stazione Rebaudengo. Ultima fermata per Rachid Saiad. Accovacciato a dormire nel sedile posteriore di una Seat

IVREA. Torino,stazione Rebaudengo. Ultima fermata per Rachid Saiad. Accovacciato a dormire nel sedile posteriore di una Seat

Rachid Saiad, foto LA VOCE

Di fronte a quel parcheggio della stazione Rebaudengo a Torino sfrecciano i treni, locali e frecciarossa, ad alta velocità  e delle rete metropolitana. Se ne ferma solo qualcuno, però il viavai di gente che parte e che arriva di giorno un po’ c’è.  Non è la stessa cosa di notte. La notte no. Non c’è quasi anima viva. Solo lui, Rachid Saiad accovacciato nel sedile posteriore di una Seat che, ironia di un viaggio cominciato in questo piazzale, sei mesi fa, non riuscirebbe a spostarsi da lì, neanche con le bombe. Questa è la sua casa. Il catrame è il suo dehor. Il cofano come tavolo per il pranzo e per la cena e per dormire qualche straccio ed un cielo trapunto di stelle Bussiamo.  “Un attimo - ci dice - adesso esco...”.  E’ da mesi che non si fa una doccia. “I bisogni li faccio laggiù nell’area cani -  ci racconta -  E forse la mia vita vale anche meno...”. Senza i soldi per il telefonino, per le medicine, per mangiare, per vivere.... “Guardami. Guarda come sono vestito. La giacca rotta. Puzzo. Mi sento un numero. Se dovessi morire non se ne accorgerebbe nessuno... ”. O forse sì. Gli abitanti di questo quartiere che fin dal primo giorno han cominciato a chiedere informazioni, a stargli vicino, a dargli una mano, con tutto quello che potevano anche solo con un saluto (“Ciao Rachid”) e con un sorriso. “E dire che fino a qualche mese fa avevo tutto, i soldi, una macchina, un lavoro, una famiglia a cui pensare a Casablanca ...” Il suo nome, quello di un ragazzo “sfortunato” che ha perso il lavoro e, in questi tempi di pandemia, non ne è riuscito a trovare un altro, ha già fatto il giro del mondo grazie alle agenzie stampa. Pubblicato, ripubblicato e commentato anche in lingua francese ( Le marocain qui a sauvé une dame et sa fille vit, maintenant, dans sa voiture) “Non era quel che volevo -  fa su e giù con la testa - Quel che vorrei è parlare con mia moglie e con mio figlio. Non li sento da 3 mesi. Vorrei un lavoro. Soprattutto vorrei che non mi cacciassero via da questo paese  per colpa di un permesso di soggiorno scaduto...”. Che poi a parlare con Rachid se non ti dicesse che lui è Rachid Saiad, a nessuno verrebbe in mente l’origine marocchina, come solo può succedere quando stai ad ascoltare un italiano tondo tondo. “Ho studiato qui, ho lavorato qui, mi sento italiano, talmente italiano che non ho mai pensato di chiedere la cittadinanza. Mi stava bene così... Davanti ad una commissione potrei superare qualsiasi esame. Conosco la storia di questo paese e se domani scoppiasse una guerra sarei il primo a partire per il fronte...”. Parole, poche parole, ma una dietro l’altra intervallate da piccolissimi silenzi... Quel che fa davvero tanta rabbia, non tanto a lui, di sicuro più a noi, è il sistema dell’assistenza sociale. E’ quel che un Paese non riesce a dare e a fare per uno che ha versato contributi per più di 20 anni. Come si fa a considerare Rachid Saiad un extracomunitario senza permesso di soggiorno? I trascorsi di ciascuno di noi avranno un peso e un valore in una società che dice di voler star vicino a tutti e soprattutto ai più deboli?  Vogliamo credere che non sia così. Che nei prossimi giorni per Rachid arriverà qualche soldino, che un assistente sociale chiederà informazioni sul suo conto e che un imprenditore illuminato deciderà di assumerlo a tempo indeterminato.  Insomma, una seconda possibilità. Dovrebbero avercela tutti. “Sono esausto. Non ce la faccio più. Non mi dimenticate ...”.  A pochi metri i treni continuano a sfrecciare. Locali e frecciarossa, ad alta velocità  e delle rete metropolitana.  Se ne fermano pochi ma di sera e di notte non se ne ferma neanche uno, neanche per sbaglio. Ancora poche ore e all’alba torneranno a fare tappa in stazione Rebaudengo. Questo non  è il capolinea e neanche l’ultima fermata.
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