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IVREA. San Savino, il Patrono che non ha mai conosciuto Ivrea

San Savino è un patrono che non ha mai conosciuto la città, e che è entrato in essa ben seicento anni dopo la sua morte…

Fu vescovo di Spoleto tra la fine del III secolo e l’inizio del IV e subì il martirio nel corso dell’ultima e più terribile persecuzione contro i cristiani, quella di Diocleziano.

A Spoleto il corpo di San Savino rimase per qualche secolo nella basilica a lui dedicata, fino a quando nel 956 il figlio di Berengario I

I marchese di Ivrea, Corrado, che allora governava Spoleto prima di succedere al padre, lo portò nella nostra città.

Corrado aveva infatti voluto dare a Ivrea un santo patrono che la liberasse dalla peste da cui in quel tempo era colpita.La peste, raccontano i cronisti dell’epoca, effettivamente cessò non appena le spoglie del martire giunsero ad Ivrea.

SAN SABINO

DA ASSISI

La biografia del Santo è piuttostoincerta e frammentaria.

La tradizione lo vuole nativo di Sulmona, e per alcuni anni, eremita presso la selva Liba (nelle vicinanze di Fusignano). La leggenda asserisce che in seguito all’apparizione di un angelo durante il suo romitaggio fu spinto all’evangelizzazione della zona tra Spoleto ed Assisi. La testimonianza del suo passaggio in questi luoghi sarebbe riscontrata dalla presenza di un monte nella zona che si chiama Costa San Savino. La sua presenza ad Assisi invece è certa, in quanto in questa città ricopri il soglio episcopale verso la fine del III secolo e l’inizio del IV.

In questo periodo, in seguito agli editti di Diocleziano e Massimiano subì il martirio.

Presunto vescovo di Spoleto, tra il III ed il IV secolo dopo Cristo, San Sabino si prodigò nell’opera di conversione dei pagani umbri, attività che assai poco si conciliava con le persecuzioni anticristiane condotte dall’allora imperatore Diocleziano.

La persecuzione arrivò a colpirlo duramente: gli vennero amputate le mani, evento poi ripreso dall’iconografia a lui relativa.

Ciò non gli impedì però di operare prodigi e ridare la vista ad un cieco mentre ancora era imprigionato. Questo miracolo suscitò la curiosità e l’apprezzamento del suo stesso carnefice, vittima di una grave malattia agli occhi. Sabino decise allora di incontrarlo e ciò favorì la sua guarigione e la sua conversione, ma fece altresì infuriare ulteriormente le guardie imperiali che non esitarono ad ucciderlo a bastonate.

Fu sepolto a Spoleto, per essere traslato in seguito a Fusignano.

Da qui, al tempo di Astorgio II Manfredi signore di Faenza, conte di Bagnacavallo e di Fusignano, venne trasferito a Faenza, tra il 1438 ed il 1444, dove attualmente risiedono ancora le sue spoglie, che si trovano nella cappella dedicata al Santo all’interno della cattedrale cittadina.

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