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IN ESCLUSIVA

L'album di famiglia di Monsignor Luigi Bettazzi

Un articolo di Giancarlo Sandretto per la rivista Baima e Ronchetti

Monsignor Luigi Bettazzi ha svolto il suo servizio episcopale nella diocesi di Ivrea per 32 anni, dal 15 gennaio 1967 – giorno del suo solenne ingresso – fino al 20 febbraio 1999, quando si è dimesso per raggiunti limiti di età.

Da allora vive ad Albiano: «da quando ho lasciato la cattedra di vescovo di Ivrea, sono rimasto in disparte per lasciare spazio ai miei successori. Il mio compito è ora quello di pregare e girare per spiegare il Concilio, non solo in Italia».

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Monsignor Bettazzi, che ha straordinaria vitalità e prodigiosa memoria, vive sulla collina di Albiano d’Ivrea nell’antico castello episcopale. La scrivania del suo studio è circondata da un’incredibile quantità di libri e documenti. Come anche il salone dal grande camino, nel quale un tempo – ora non più – si accendeva il fuoco: è colmo di libri pure quello. Alla parete un quadretto riporta una frase di don Hélder Camara, sacerdote brasiliano che ha conosciuto nel suo girovagare per il mondo da presidente di Pax Christi (movimento per la pace, di cui Bettazzi è stato presidente italiano dal 1968 e internazionale dal 1978, fino al 1985). Di questo continuo viaggio, Bettazzi ricorda: «ho avuto l’opportunità di portare avanti le iniziative a favore della pace e dei poveri».

I fratelli Rodolfo, Giuseppe e Luigi sulla moto dello zio Francesco, anno 1926 o 27

Luigi Bettazzi si cimenta con la fisarmonica, con un gattino sulla spalla (ottobre 1941).

Con i fratelli e le sorelle, estate 1935:  Giovanni (1934) in braccio a Rodolfo (1920), Giuseppe (1922),  Luigi (1923), Maria Clementina (1925), Anna Maria (1927) e Maria Pia (1931)

Con Lercaro al Concilio Vaticano II.

Monsignor Luigi Bettazzi è nato a Treviso il 26 novembre 1923, dove ha anche trascorso l’infanzia; Treviso era la città nella quale il padre Raffaello (che era di famiglia toscana, di Prato) lavorava. La madre Teresa Maglioni era invece di Bologna, di San Lazzaro di Savena per la precisione. Raffaello e Teresa si conobbero al tempo della Prima guerra mondiale; il papà sottotenente era nella zona di Caporetto.

Il piccolo Luigi trascorre l’infanzia nella città veneta con la famiglia, poi nel 1938 tornano nella città della mamma.

A Bologna, Luigi viene ordinato sacerdote nella basilica di San Domenico: è il 4 agosto 1946. Intanto prosegue negli studi: si laurea in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e in Filosofia a Bologna.

Bologna 1946, il giorno della prima messa a San Lazzaro, tra la mamma Teresa e il papà Raffaello

Il giorno di Pasqua del 1941, con papà e mamma. 

Il 10 agosto 1963 (non ha ancora 40 anni) è nominato vescovo titolare di Tagaste – corrispondente all’attuale città di Souk Ahras in Algeria – oggi diocesi soppressa ma antica sede episcopale della provincia romana di Numidia. Tagaste è conosciuta perché nel IV secolo d.C. diede i natali a sant’Agostino, il massimo pensatore cristiano del primo millennio, detto di Ippona perché vescovo di quella città. Bettazzi viene anche nominato vescovo ausiliare di Bologna nel periodo del cardinale Giacomo Lercaro, che ha la nomea di «vescovo dei poveri».

Partecipa a tre sessioni del Concilio Vaticano II (il più recente concilio ecumenico della Chiesa cattolica, che per importanza viene paragonato al Concilio di Trento) da una posizione quasi privilegiata, come lui stesso riconosce, in quanto Lercaro è uno dei quattro moderatori a cui è affidato il coordinamento dei lavori; il segretario di Lercaro in quel periodo è don Giuseppe Dossetti.

Il 26 novembre 1966 viene destinato alla sede vescovile di Ivrea, dove farà solenne ingresso il 15 gennaio 1967. Resterà nella cittadina eporediese fino al 1999, fino a quando gli subentra monsignor Arrigo Miglio (di San Giorgio Canavese, consacrato vescovo proprio da Bettazzi nel 1992), oggi vescovo emerito di Cagliari.

«Quando arrivai ad Ivrea, in diocesi c’erano trecento preti, nell’oggi sono meno di cento», ebbe a ricordare qualche anno fa a chi gli chiedeva com’era cambiata la diocesi in tutti questi anni.

Bettazzi con papa Paolo VI e l’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino

Pensanti e non pensanti.

Bettazzi, della cui memoria abbiamo già detto (ricordava nomi, date e incontri di decenni fa), è un vescovo «controcorrente»; per decenni è stata una delle figure di riferimento per il movimento pacifista.

Una vigoria senza fine gli ha permesso di scrivere numerosi libri (In dialogo con i lontani. Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico è il titolo di un suo testo del 2009) e di girare l’Italia in lungo e in largo.

Se doveva recarsi qui vicino ci andava in auto (ricorrendo alla guida del diacono Adriano Gillone di Alice Superiore, anch’egli militante in Pax Christi, per il quale Bettazzi tenne una toccante omelia nella Messa funebre).

Se più distante ci andava in treno.

Ha detto: «il mondo non si divide tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti», frase che riprese e fece sua anche il filosofo torinese Norberto Bobbio.

Nel marzo 1990 accoglie papa Giovanni Paolo II nel corso della sua storica visita in Canavese: 30 mila fedeli assistono alla messa in piazza Freguglia, poi si recano a San Benigno – all’abbazia di Fruttuaria – e a Chivasso.

Ma il primo incontro con Giovanni Paolo II avviene anni prima. Un segretario lo presenta al suo cospetto, spiegando chi è, da dove viene e cosa ha fatto. Il papa, braccia conserte, mento appoggiato al petto e occhi in su, rivolti a lui, sguardo un poco accigliato fintamente burbero, dice: «Lo conosciamo, lo conosciamo…». Come a dire: sappiamo chi è monsignor Bettazzi, non occorre aggiungere altro.

1975, sulla barca, su un fiume della Colombia in compagnia di Vittorio Bernardetto (1925-2011), a quel tempo parroco di San Lorenzo ad Ivrea e poi vescovo di Susa (dal 1978 al 2000) e monsignor Angelo Cuniberti (1921-2012), vescovo di Florencia, nel sud della Colombia.

Sulle vette.

Il vescovo emerito di Ivrea è stato un grande amante della montagna. Prima scalata nel ’47 quando era ancora a Bologna. Raggiunse la vetta del Marmolada: «da quel momento ho capito che da uomo di pianura volevo diventare uomo di montagna».

Poi ha scalato altre cime: il Cervino, il Monte Bianco e, a 73 anni, ha raggiunto la capanna Regina Margherita sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa.

Sul Cervino il 6 settembre 1973, a 50 anni di età. 

Sul Gran Paradiso nel settembre 1967, in compagnia di Gildo Blanchetti di Ceresole

Sulla cima del Monte Bianco, il 28 agosto 1964, monsignor Bettazzi è al centro.

Anni prima, con don Giovanni Battista Minelli (allora parroco a Ceresole) e don Giovanni Capace (prima a Fornolosa e poi ad Alpette) raggiunsero la Torre Lavina – tra la valle Soana e la valle di Cogne – e lì celebrarono la messa. Ma conta molte altre salite, spesso effettuate in compagnia dei fidati Nazareno Valerio e Tarcisio Costa Laia, amici per una vita.

Bettazzi ha visitato tutte le cappelle della sua diocesi, centinaia, comprese tutte quelle delle valli, spesso in incognito.

Articolo e foto pubblichate per gentile concessione della Tipografia Baima e Ronchetti, che ringraziamo infinitamente.

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