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Platinum Dia: come nel processo Caccia, le difese di Aspromonte e dei Vazzana mettono in dubbio l’utilizzabilità delle intercettazioni con il “Trojan”

Colpo di scena alla seconda udienza del processo “Platinum Dia”, che si sta celebrando con rito ordinario in tribunale a Ivrea. A giudizio ci sono Antonio AgrestaDomenico Aspromonte, i fratelli Mario Francesco e Giuseppe Vazzana, quest’ultimo imprenditore titolare di albergo e bar a Volpiano e Chivasso, (tutti e quattro ieri hanno seguito l’udienza dietro le sbarre della cella presente in aula per gli imputati, ndr) Domenico Spagnolo e Paolo Busso, il vigile urbano del Comune di Volpiano indagato per abuso d’ufficio.

Gli avvocati Maio e Scaramozzino, che assistono Domenico Aspromonte, in apertura dell’udienza che è durata dalle 9 del mattino alle 18, hanno sollevato un’eccezione sull’utilizzo delle intercettazioni con il metodo “trojan” effettuate dalla DIA di Torino sui telefoni in uso ad Aspromonte e ai fratelli Vazzana. 

La richiesta, sottoscritta anche dai legali Cannone e Sergi che rappresentano i Vazzana, è volta ad eliminare dal processo i colloqui ottenuti attraverso un virus informatico, il “Trojan”, appunto, inoculato dagli investigatori della DIA negli smartphone dei sospettati.

I legali hanno depositato due informative della Direzione Investigativa Antimafia in cui si mette in luce il fatto che una società terza avesse immagazzinato quei dati su server fuori dal controllo delle Procure, prima che venissero poi messi a disposizione degli uffici giudiziari competenti. 

Il pm Valerio Longi ha chiesto di sentire il tecnico della polizia giudiziaria che si è occupato di questo aspetto dell’inchiesta, sostenendo che le indagini non si sarebbero svolte come asserito dalle difese. 

Il collegio giudicante, riunitosi in camera di Consiglio, ha disposto accertamenti sulle procedure utilizzate dall’ufficio giudiziario: nella prossima udienza del 10 novembre verrà sentito il tecnico che le ha fatte e valutata la relazione di due periti (uno esperto di dialetto calabrese) sulle intercettazioni. 

Nella sua ordinanza il collegio giudicante, per il momento, ha preso atto dell’inutilizzabilità di quel tipo di conversazioni.

L’udienza di giovedì 20 novembre, attraverso le testimonianze del tenente colonnello Michele Fanelli in servizio presso il centro operativo di Torino della Dia e di alcuni suoi uomini, è servita per ricostruire l’attività di indagine dell’operazione Platinum Dia che ha portato agli arresti per ‘ndrangheta nel maggio 2021 di presunti affiliati del locale di Volpiano.

L’inchiesta sarebbe partita dall’attività di indagine svolta su Gianfranco Violi, il manager volpianese condannato solo lunedì 17 ottobre a cinque anni di carcere: Violi aveva scelto di essere giudicato con rito abbreviato.

Confermata dalla Cassazione la condanna all'ergastolo per Rocco Schirripa, Rocco Schirripa

L’eccezione sollevata dalle difese del processo Platinum Dia ricorda quella cui si appellarono i difensori di Rocco Schirripa, il torrazzese condannato all’ergastolo con sentenza della Corte di Cassazione per l’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia.

Schirripa si professava innocente, ma le intercettazioni sulle quali si fondava l’accusa, lasciano intuire l’esatto contrario. 

Gli avvocati difensori Basilio Foti e Mauro Anetrini, in corte d’Assise a Milano, avevano chiesto di eliminare dal processo i colloqui ottenuti attraverso un virus informatico Trojan, inoculato dagli investigatori della squadra mobile di Torino negli smartphone dei sospettati, ma l’accusa aveva sostenuto che la Cassazione avesse già ritenuto legittime questo tipo di intercettazioni.

Inoculando un trojan (virus informatico) sui cellulari di Placido Barresi, sicario della malavita, e di Belfiore, gli investigatori riuscirono a risalire alle conversazioni con Schirripa che per il pm rappresentarono “una confessione extragiudiziale”.

La richiesta delle difese di Schirripa non venne accolta.

La responsabilità di Schirripa - si legge in una nota della prima sezione penale della corte di Cassazione - è stata affermata prevalentemente sulla base delle intercettazioni effettuate dalla Procura di Milano per mezzo del captatore informatico (trojan horse) installato sugli smart phone di coloro che, dopo la scarcerazione, erano in contatto con Belfiore, superando quindi le doglianze difensive sull’inutilizzabilità delle prove acquisite a seguito delle nuove indagini avviate per individuare gli autori materiali dell’omicidio. La corte di Cassazione ha ritenuto corretta la decisione della corte di Assise d’Appello di Milano”.

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