A Ivrea il sole ha fatto la sua parte. Un sole quasi primaverile, alto e limpido, che ha acceso i berretti frigi come papaveri rossi in mezzo alla folla e ha reso ancora più vivido l’arancione che, dalle 14 in poi, ha preso possesso della città. La prima giornata della battaglia delle arance è stata un’esplosione di luce, succo e storie.
Oltre quarantamila persone hanno invaso piazze, corsi e vicoli del centro storico per assistere all’esordio dello spettacolo più atteso dello Storico Carnevale di Ivrea. Un fiume umano compatto, disciplinato e curioso, assiepato dietro le reti di protezione, appeso ai balconi, incollato alle transenne. C’era chi arrivava da pochi chilometri e chi da migliaia.
Per il ventiseiesimo anno consecutivo, tra i tiratori a piedi, c’era anche Kazuhiko Takahashi. È arrivato sabato dal Giappone con la moglie e la figlia. «Sono arrivato sabato dal Giappone con la moglie e la figlia per partecipare al Carnevale. Mia figlia è qui per la seconda volta, mia moglie per l’ottava, io tiro nella squadra dei Tuchini del Borghetto». Poi sorride e mostra con orgoglio la sua casacca: 26 toppe, una per ogni edizione vissuta in mezzo al frastuono dei carri e al profumo acre delle arance schiacciate. È una fedeltà che attraversa oceani, un appuntamento che diventa rituale familiare.


Le casacche di Kazuhiko Takahashi di sua moglie e della figlia
Intorno a lui, la città si muove come un organismo antico che ogni anno si rimette in moto. Fin dal mattino le squadre a piedi hanno sfilato con le divise colorate, i carri da getto hanno preso posizione nelle piazze, i tamburi hanno scandito il ritmo. È un’attesa elettrica, fatta di abbracci, foto, brindisi veloci. Poi, allo scoccare delle 14, la tregua finisce.
Le arance cominciano a volare fitte. Si infrangono contro gli scudi, rimbalzano sulle casacche imbottite, esplodono sull’asfalto. Le strade diventano un tappeto arancione di polpa e succo. Il rumore è sordo, continuo, quasi ipnotico. Chi tira lo fa con concentrazione feroce, chi guarda trattiene il fiato a ogni impatto.
Tra le squadre, una figura attira l’attenzione. Corona d’alloro in testa, gilet elegante, cravatta nera e gialla, camicia bianca immacolata: è uno dei tiratori della squadra aranceri Pantera Nera. «Mi sono laureato venerdì in Scienze Giuridiche. Non potevo che venire a tirare vestito così quest’anno». Una dichiarazione di appartenenza che unisce rito accademico e rito carnascialesco. L’alloro, a Ivrea, non si porta solo in università. Si porta in piazza, tra le arance.
C’è chi invece è arrivato per un’altra ragione. «Sono venuto per Cosmo, per l’Ivreatronic di venerdì sera. Le sue serate di musica elettronica sono pazzesche». È arrivato da Palermo, racconta, e ha deciso di fermarsi anche per la battaglia. Il Carnevale eporediese non è solo tradizione medievale e simboli civici: è anche contemporaneità, contaminazione, notti di elettronica che dialogano con i tamburi storici.
Le storie si intrecciano tra le reti. Una coppia di amici arrivati dalla Lombardia per la prima volta. Un padre che tiene il figlio sulle spalle per fargli vedere i carri. Turisti stranieri che chiedono spiegazioni su ogni dettaglio, dalla figura della Mugnaia al significato dei colori delle squadre. Ivrea, per un giorno, diventa una piazza globale.
I numeri raccontano l’intensità della giornata. Secondo i dati diffusi nel pomeriggio, sono state 138 le persone ferite e soccorse dal personale sanitario del 118. Nessuno in gravi condizioni. La macchina dei soccorsi ha lavorato a pieno regime: la maggior parte dei contusi è stata medicata direttamente nel posto medico avanzato allestito per l’occasione.
Circa un centinaio di persone hanno riportato traumi agli occhi e al volto, la conseguenza più frequente degli impatti durante i lanci. Altri sono stati soccorsi per cadute, complice il fondo reso scivoloso dalla grande quantità di arance schiacciate. Per 17 feriti si è reso necessario il trasporto in ospedale per ulteriori accertamenti, ma in nessun caso si è trattato di situazioni critiche.
È il prezzo di un rito che non finge di essere innocuo. La battaglia delle arance è spettacolo, ma è anche adrenalina vera. È competizione, è identità, è memoria di una rivolta simbolica che ogni anno si rinnova. Chi partecipa lo sa. Chi guarda lo intuisce.
E poi ci sono i dettagli che sfuggono ai numeri. Il ragazzo che si pulisce il viso ridendo dopo un colpo ben assestato. La signora anziana affacciata al balcone con il fazzoletto rosso al collo. Il gruppo di amici che si riconosce tra la folla grazie al colore delle sciarpe. Il turista che torna a casa con le scarpe macchiate e un racconto da fare.
Il Carnevale proseguirà ancora domani e martedì. La battaglia tornerà a infiammare le piazze dalle 14, con nuove sfide tra le squadre e nuovi lanci destinati a colorare Ivrea di arancione. Ma la prima giornata ha già lasciato il segno.
Sotto il sole pieno di febbraio, tra le 26 toppe di Kazuhiko, la corona d’alloro di un neolaureato e la musica elettronica arrivata da Palermo, Ivrea ha mostrato ancora una volta la sua forza: essere tradizione e presente insieme, rito antico e festa contemporanea. Una città che, per qualche giorno, si concede il lusso di trasformare la piazza in un campo di battaglia e la battaglia in un racconto collettivo.
