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14 Dicembre 2025 - 12:22
Rahaf Abu Jazar aveva otto mesi. La sera prima aveva mangiato, stava bene, respirava il mondo come può farlo una bambina che non conosce ancora la parola guerra. La mattina dopo era morta, di freddo, dentro una tenda di plastica e stracci nella Striscia di Gaza. L’acqua era entrata ovunque, il vento aveva piegato i pali, la pioggia aveva trasformato il suolo in fango. Non c’erano muri, non c’erano ripari, non c’era un posto sicuro dove scaldarsi. Rahaf è morta così, mentre il mondo continuava a parlare di armi, di equilibri geopolitici, di spesa militare.
Quella di Rahaf Abu Jazar è stata una delle storie che hanno preso corpo e voce sabato 13 dicembre 2025, durante il 198° Presidio per la Pace di Ivrea. A portarla in piazza è stata Cadigia Perini, leggendo un articolo di Eliana Riva e trasformando una notizia lontana in un dolore presente, concreto, impossibile da tenere a distanza. Da lì è partito il presidio. Da una morte silenziosa che ha detto molto più di qualunque slogan.
In una piazza raccolta, senza retorica e senza urla, le parole hanno pesato come pietre.
A prendere per primo la parola è stato Pierangelo Monti, che ha ricordato come anche questo 198° presidio sia un atto di opposizione alle politiche dei potenti della Terra, a quella deriva bellicista che viene ormai raccontata come inevitabile. Monti ha citato le dichiarazioni del segretario generale della Nato Mark Rutte, che nei giorni precedenti aveva invitato governi, parlamenti e cittadini ad assumere una “mentalità da tempo di guerra”, sostenendo che “noi siamo il prossimo obiettivo della Russia”.
Monti ha smontato questa narrazione senza giri di parole. L’ha definita una mentalità bellicista, militarista, muscolare, fuori dalla ragione e lontana dalla ragione della pace. Una logica antica che ha sempre portato le nazioni a organizzare guerre invece di prevenirle. Ha usato l’immagine della rana nella pentola, che non si accorge dell’acqua che si scalda lentamente fino a morire bollita, per descrivere come, passo dopo passo, questi nuovi dottor Stranamore stiano spingendo il mondo verso una possibile guerra mondiale.
Opporsi a questa deriva, ha chiarito Monti, non significa schierarsi con Putin, Lukašenko, Orbán o Salvini. Significa rifiutare la logica della forza ovunque essa si manifesti.
Nel suo intervento Monti ha parlato anche della Germania, che ospiterà i nuovi missili ipersonici statunitensi Dark Eagle, capaci di colpire Mosca in sei-sette minuti. Una scelta che ha già provocato una risposta russa, con l’annuncio della sospensione della moratoria sul dispiegamento di missili a medio e corto raggio. Uno scenario che riporta alla mente la crisi degli euromissili degli anni Ottanta, quando il mondo si era fermato sull’orlo dell’abisso nucleare e solo gli accordi INF riuscirono a disinnescarlo.
Tra i passaggi più duri c’è stata la denuncia del voto del Parlamento europeo che avhava respinto gli emendamenti per mantenere escluse dai finanziamenti comunitari le armi definite “controverse”. Una decisione che aprirà la strada al finanziamento diretto o indiretto anche di munizioni al fosforo bianco e all’uranio impoverito. Un altro passo verso la normalizzazione della guerra.
Poi la Palestina, ancora. Gaza, ancora. Monti ha raccontato una popolazione che cerca di sopravvivere in condizioni disperate. Bambini morti non sotto le bombe ma per il freddo, per la pioggia, per le tende che crollano. Ha ricordato la Local March for Gaza del giorno successivo a Graglia e ha denunciato la pulizia etnica in corso in Cisgiordania. Citando i dati di OXFAM, ha ricordato che tra il 1° gennaio 2024 e il 31 ottobre 2025 sono state uccise più di 700 persone, tra cui 133 bambini, ferite oltre 6.400 persone e compiuti quasi 3.000 attacchi da parte dei coloni israeliani, con infrastrutture idriche e sanitarie devastate e decine di migliaia di persone private dell’accesso all’acqua.
È stata ricordata anche l’irruzione delle forze israeliane nella sede dell’Unrwa a Gerusalemme Est, un edificio delle Nazioni Unite violato, saccheggiato, con la bandiera Onu sostituita da quella israeliana. Un atto definito come una violazione del diritto internazionale e inserito in una lunga campagna di intimidazione e disinformazione contro l’agenzia, i cui operatori sono stati uccisi a centinaia. E mentre l’Assemblea generale dell’Onu ha rinnovato il mandato dell’Unrwa con una larghissima maggioranza, l’Italia ha scelto l’astensione.
ll presidio ha poi allargato lo sguardo alle guerre che faticano a trovare spazio nel racconto pubblico. Gli scontri tra Cambogia e Thailandia, con centinaia di migliaia di civili costretti alla fuga. Il Sudan, con oltre 150 mila morti e una crisi umanitaria senza precedenti. La Repubblica Democratica del Congo, dove l’avanzata del gruppo armato M23 e la conquista di Uvira hanno provocato nuovi esodi in una regione centrale per l’estrazione di oro, cobalto e litio. Ancora una volta, le risorse come sfondo costante dei conflitti.
Mauro Obert è intervenuto a nome del Comitato per la liberazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin. Bruno Boggio ha letto una riflessione sulla militarizzazione della società, sottolineando come il processo non riguardi più solo gli eserciti ma investa la scuola, l’educazione, i giovani, sempre più preparati all’idea della guerra. Un richiamo diretto a insegnanti, famiglie, forze sociali, partiti, sindacati e Chiesa.
Le parole di Franco Berardi, lette da Luca Oliveri, hanno aggiunto un’ulteriore riflessione su un’Unione europea nata per garantire la pace e oggi orientata al riarmo, con costi sociali che ricadranno soprattutto sulle nuove generazioni.
A chiudere il presidio sono stati Mario Beiletti, con le iniziative contro la pena di morte e gli appuntamenti della memoria antifascista sul territorio, e Matilde Lo Valvo, che ha annunciato il tentativo di portare a Ivrea un laboratorio sull’obiezione di coscienza, per costruire un lavoro continuativo con i ragazzi.
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