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Sulle rotte del petrolio fantasma, l'analisi: come Trump usa l’energia per colpire Putin, frenare Modi e sfidare Xi

Dal pacchetto sanzionatorio su Rosneft e Lukoil alla pressione su India e Cina, Washington trasforma l’energia in uno strumento di diplomazia coercitiva. Il Cremlino resiste, ma la vera sfida si gioca sui mari e nei circuiti finanziari

Sulle rotte del petrolio fantasma, l'analisi: come Trump usa l’energia per colpire Putin, frenare Modi e sfidare Xi

Washington alza la leva energetica contro Mosca. Nel suo ultimo briefing, la Casa Bianca ha indicato un raffreddamento degli acquisti cinesi di greggio russo e pressioni su Nuova Delhi per ridurre i flussi. Il segnale arriva sullo sfondo del recente rapporto “September 2025 – Monthly analysis of Russian fossil fuel exports and sanctions” (Analisi mensile di settembre 2025 sulle esportazioni di combustibili fossili russi e sulle sanzioni) del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), pubblicato il 14 ottobre, che già mostrava un’economia russa in affanno: ricavi giornalieri da export fossile in flessione del 4% su base mensile (546 milioni di euro, minimo dall’invasione), 69% del greggio via mare trasportato da ‘shadow tankers’ (flotte ombra) e almeno 18 navi sotto false bandiere, di cui 14 transitate in acque europee.

Entrate giornaliere della Federazione Russa derivanti dall’export di combustibili fossili (milioni di euro/giorno). In flessione costante dall’inizio della guerra, con il minimo di 546 milioni €/giorno registrato a settembre 2025.
(Fonte: CREA, “Monthly analysis of Russian fossil fuel exports and sanctions”, ottobre 2025)

L’annuncio della Casa Bianca è arrivato il 22 ottobre, pochi giorni dopo che Trump, da Washington, aveva dichiarato che “l’India smetterà di comprare petrolio russo”, citando un impegno diretto del premier Narendra Modi. La portavoce Karoline Leavitt ha confermato che il tema sarà al centro del prossimo colloquio con Xi Jinping, previsto durante la tappa asiatica del presidente americano, mentre da Nuova Delhi sono arrivate smentite e caute precisazioni. Al momento, spiega Bloomberg citando analisti di mercato, si tratta di una riduzione tattica e di breve periodo, legata alla nuova cornice sanzionatoria e alla cautela delle raffinerie asiatiche in attesa di chiarimenti normativi; sul piano strutturale, Cina e India restano i principali sbocchi del greggio russo, come conferma anche il CREA nel report di ottobre.

Un segnale in controtendenza arriva però da Pechino. La raffineria Shandong Yulong Petrochemical, uno dei maggiori complessi industriali della provincia di Shandong, ha deciso di incrementare gli acquisti di greggio russo fino a 370–405 mila barili al giorno per novembre, contro i circa 200 mila abituali, assorbendo carichi lasciati da altri operatori scoraggiati dal rischio sanzionatorio. Secondo Reuters, l’impianto, sostenuto da capitali statali e inserito nella strategia nazionale di rafforzamento della capacità di raffinazione domestica, sfrutta i forti sconti sul greggio Urals ed ESPO per consolidare i margini interni e ridurre la dipendenza dalle forniture del Medio Oriente. Il messaggio politico è chiaro: Pechino non chiude i rubinetti con Mosca ma calibra i flussi strategici di energia a basso costo per non compromettere i rapporti con Washington.  

È su questo sfondo di mosse tattiche e contro-mosse di mercato che Washington ha scelto di passare all’offensiva. Il 22 ottobre, il Dipartimento del Tesoro statunitense, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) – l’agenzia incaricata di gestire e applicare le sanzioni economiche internazionali – ha inserito Rosneft e Lukoil nella lista delle Specially Designated Nationals and Blocked Persons (SDN), inaugurando il pacchetto più severo contro Mosca dall’inizio della guerra. La misura prevede il congelamento dei beni sotto giurisdizione americana e il divieto di qualsiasi transazione con entità statunitensi. Inoltre, attiva la cosiddetta “regola del 50%”, che estende automaticamente il blocco a tutte le controllate possedute per oltre metà. Sono previste licenze-ponte temporanee per consentire alle aziende di chiudere in modo ordinato i contratti ancora in corso.

Nella Federazione Russa, la notizia è stata rilanciata dalla TASS, seguita a ruota dalle principali testate del Paese,c he collegato la mossa americana all’ipotesi di un vertice tra Donald Trump, Xi Jinping e Vladimir Putin, nel tentativo di riaprire un canale di dialogo tra le grandi potenze.

Nel comunicato ufficiale, l’OFAC ha dichiarato anche i profili societari delle due compagnie: Rosneft, controllata dallo Stato e guidata da Igor’ Sečin, e Lukoil, privata, con le esportazioni combinate oltre i 3 milioni di barili al giorno, pari a oltre il 5% della produzione mondiale di greggio.

Poche ore più tardi, Bruxelles ha rilanciato con il 19esimo pacchetto di sanzioni, che introduce il divieto progressivo di importazione di GNL russo: entro sei mesi per i contratti a breve termine e dal 1° gennaio 2027 per quelli di lungo termine. Il pacchetto prevede anche nuove restrizioni finanziarie, incluse le operazioni in criptovalute, e un rafforzamento delle misure antielusione mirate a interrompere triangolazioni e schemi di copertura. Inoltre, la UE ha intensificato i controlli sui porti e sulle rotte di transito, vietando assistenza e attracco alle navi sospettate di violare il price cap - il tetto al prezzo del greggio russo imposto da G7, UE e Australia - o di aver recentemente cambiato bandiera per eludere i controlli.

Oltre 400 petroliere acquistate di seconda mano per la flotta ombra russa dal maggio 2022 (costo stimato ≈ 14 miliardi $). Le barre rosse indicano le navi acquistate mensilmente, la linea nera il prezzo Urals FOB.
(Fonte: Navigating Russia / Kpler, Argus, Bloomberg, Int’l Group, Equasis, 2025)

Le banche dovranno segnalare transazioni sospette anche se mascherate da società di comodo, mentre le imprese saranno ritenute responsabili se favoriranno, direttamente o indirettamente, la riesportazione di beni o tecnologie verso la Russia. Infine, la Commissione europea ha ampliato la lista dei Paesi considerati “a rischio elusione”, tra cui Turchia, Emirati Arabi, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Lo confermano le comunicazioni ufficiali dell’EEAS, che descrivono questo pacchetto come un giro di vite sulle pratiche elusive e sui canali di intermediazione usati dal Cremlino.

Un’altra misura cruciale scatterà dal 21 gennaio 2026, quando entrerà in vigore il divieto europeo sui carburanti raffinati con greggio di origine russa, misura che introduce obblighi di certificazione “non russa” e prove documentali di non utilizzo di petrolio russo nei due mesi precedenti per le raffinerie che condividono linee di lavorazione. Tale disposizione è distinta dal pacchetto adottato il 23 ottobre scorso, che interviene invece sul gas naturale liquefatto (GNL), prevedendo la sospensione dei contratti a breve termine entro sei mesi e il divieto per quelli di lungo periodo a partire dal 1° gennaio 2027. Lo hanno precisato il Consiglio e la Commissione dell’Unione Europea, per evitare sovrapposizioni normative.

Come reazione alla linea di Nuova Delhi, che ha mantenuto elevati livelli di acquisti di greggio russo rifiutando la richiesta americana di una riduzione “immediata”, la Casa Bianca ha introdotto un dazio addizionale del 25% sulle importazioni provenienti dall’India, attraverso un Executive Order firmato il 6 agosto 2025. La misura, articolata in due tranche tariffarie nel corso dello stesso mese, ha di fatto raddoppiato l’impatto fino al 50%, con entrata in vigore scaglionata tra l’1 e il 27 agosto, a seconda delle categorie merceologiche. Fonti della Casa Bianca, citate da Politico, collocano la decisione all’interno di una più ampia strategia di pressione economica su Nuova Delhi, volta a ridurre l’allineamento energetico con Mosca e a riequilibrare i rapporti commerciali in chiave atlantica.

Sul fronte indiano, tuttavia, non si registrano tagli immediati, ma una pausa tattica: diverse raffinerie hanno sospeso i nuovi ordini o avviato rinegoziazioni contrattuali, in attesa di chiarimenti sul quadro sanzionatorio. In un aggiornamento del 28 ottobre 2025, Reuters evidenzia che Mangalore Refinery and Petrochemicals (MRPL) ha interrotto le importazioni per evitare rischi sanzionatori, mentre HPCL-Mittal Energy (HMEL) ha comunicato di aver cessato completamente gli acquisti di greggio russo, segnando un primo segnale concreto di allineamento alla linea di cautela promossa da Washington e aprendo a una possibile ridefinizione del ruolo dell’India nel mercato energetico globale.

Secondo le stime di Facts Global Energy(FGE), nel breve periodo risultano a rischio tra 0,8 e 1 milione di barili al giorno di esportazioni russe verso l’India, in particolare nei contratti spot, più vulnerabili alle pressioni sanzionatorie e alle incertezze normative. Una quota più stabile – circa 700 mila barili al giorno – resterebbe invece garantita dagli accordi di lungo termine già siglati con Mosca, destinati a protrarsi almeno fino al primo trimestre del 2026.

Per ridurre la dipendenza dal petrolio russo, alcune raffinerie indiane hanno avviato operazioni di diversificazione: due impianti hanno acquistato circa 4 milioni di barili di petrolio dalla Guyana, con consegne previste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, segnando il primo spostamento concreto dei flussi energetici verso fornitori alternativi. Parte dei volumi non assorbiti dall’India sarà probabilmente dirottata verso la Cina, dove operatori come Shandong Yulong Petrochemical stanno ampliando le importazioni di greggio Urals ed ESPO a prezzi scontati. Una dinamica che, sottolinea Reuters, rafforza il ruolo di Pechino come principale valvola di sfogo per il petrolio russo e conferma la strategia di “bilanciamento” perseguita da Xi Jinping: mantenere margini economici vantaggiosi senza compromettere l’equilibrio politico con Washington.

Le ripercussioni delle misure americane non si limitano al piano economico. Colpita sul fronte energetico, Mosca reagisce spostando il confronto sul terreno diplomatico. Putin ha definito la decisione americana un atto ostile che non rafforza i rapporti tra i nostri Paesi”. Il Cremlino minimizza l’impatto economico, sostenendo che saranno i mercati globali a pagare il prezzo”. In questo clima di tensione, il previsto incontro di Budapest tra Putin e Donald Trump, che avrebbe dovuto segnare un primo passo verso un dialogo dopo mesi di gelo, è stato rinviato su iniziativa americana. Fonti diplomatiche occidentali indicano che la Casa Bianca avrebbe giudicato prematuro un vertice “senza garanzie di un risultato concreto” sul fronte ucraino.

Dietro le dichiarazioni ufficiali resta l’impressione di una partita più ampia, in cui la leva energetica è ormai diventata uno strumento di diplomazia coercitiva, il vero terreno su cui Stati Uniti, Russia e Cina stanno ridisegnando gli equilibri globali.

Sul fronte bancario, le sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari collegati alle due major oil. Tra i nomi citati dalla stampa russa figurano MTS Bank, Alfa-Bank, Absolut Bank, NPO “Istina”, Zemsky Bank, Belgazprombank e BelVEB, oltre a diverse controllate del gruppo statale VTB attive in Bielorussia, Kazakistan, Shanghai e Tagikistan. L’effetto sui mercati è stato immediato: la sola notizia della designazione di Rosneft e Lukoil ha spinto al rialzo il prezzo del Brent, mentre gli operatori valutavano le nuove implicazioni logistiche e finanziarie delle misure. Il 23 ottobre le quotazioni hanno registrato un incremento compreso tra +4% e +6%, con l’FTSE 100 ai massimi storici e le principali società energetiche europee in decisa ascesa.

In questo contesto, Edward Fishman, ex funzionario del Dipartimento di Stato e coordinatore delle politiche sanzionatorie durante l’amministrazione Obama, ha osservato su X che “la vera prova sarà capire se gli Stati Uniti colpiranno anche i partner terzi – come banche cinesi, trader emiratini o raffinerie indiane – che continuano a trattare con Rosneft e Lukoil”, prevedendo una contrazione temporanea nei rapporti petroliferi con Mosca.

Helima Croft, di RBC Capital Markets (Royal Bank of Canada) ed ex analista della CIA, ha definito la mossa il primo intervento davvero sostanziale della Casa Bianca contro un esportatore russo, aggiungendo che “i raffinatori che intendono restare agganciati ai mercati dei capitali USA tenderanno a rinunciare ai barili russi”.

Il nodo sollevato da Fishman è cruciale: il greggio russo continuerà a circolare nonostante le nuove restrizioni? Con i grandi operatori internazionali  Vitol, Trafigura, Glencore e Gunvor – vincolati dalle sanzioni, una quota crescente dell’export di Mosca si è spostata verso intermediari di secondo livello, società di trading più piccole registrate in giurisdizioni permissive e con pagamenti effettuati in valute alternative (yuan, dirham, rupie), al di fuori del circuito SWIFT. Questi attori, disposti ad accettare rischi elevati in cambio di forti sconti, operano tramite una rete di petroliere datate, battenti bandiere di comodo e coperte da assicurazioni non occidentali.

Secondo un’analisi congiunta di Bloomberg e del Financial Times, la rete degli intermediari si estende dagli Emirati Arabi Uniti a Singapore, fino a hub offshore dove proliferano società create per intercettare i flussi di greggio russoesclusi dai canali del G7. Sul piano quantitativo, stime incrociate di CREA, Lloyd’s List ed EEAS indicano che oltre due terzi delle esportazioni marittime russe transitano oggi attraverso la flotta ombra, composta da centinaia di petroliere datate e battenti bandiere di comodo, assicurate da compagnie non occidentali e spesso controllate tramite catene societarie opache.

Andamento della flotta ombra russa e delle esportazioni di greggio (2022–2025).
Le barre blu rappresentano la flotta non sanzionata, quelle verdi la quota colpita da restrizioni. La linea gialla mostra il volume di greggio esportato (milioni di barili al giorno). Il grafico evidenzia come, nonostante le sanzioni, il traffico marittimo di Mosca si sia mantenuto stabile grazie alla rete di tanker di seconda mano.
(Fonte: CREA – Centre for Research on Energy and Clean Air, “Russian fossil fuel exports and sanctions update”, settembre 2025)

Bruxelles ha reagito rafforzando i controlli e introducendo un meccanismo di ispezione congiunta che coinvolge gli Stati di bandiera, con l’obiettivo di mappare e sanzionare la flotta ombra russo-iraniana, stimata tra 600 e 1.400 unità complessive, di cui oltre 400 già colpite da misure restrittive. Una rete che, in ogni caso, continua a garantire a Mosca margini di manovra significativi nel commercio petrolifero globale, spostando il baricentro energetico verso il Sud del mondo e le giurisdizioni extra-occidentali.

Quota di esportazioni di greggio russo affidate alla shadow fleet (in blu) e flotta sanzionata (verde).
Il 69% dei volumi marittimi risulta oggi gestito da navi ombra.
(Fonte: KSE Institute, marzo 2025)

Ma dove approda questa “flotta ombra”? È qui che entra in gioco Vanuatu, micro-Stato del Pacifico divenuto uno degli snodi centrali del traffico petrolifero russo. Le sue bandiere coprono decine di tanker impiegati per “ripulire” l’origine del greggio attraverso operazioni ship-to-ship in mare aperto. In pratica, il petrolio russo cambia origine solo sulla carta, passando per società di comodo registrate in giurisdizioni offshore, mentre i trasferimenti tra navi rendono quasi impossibile tracciarne la rotta reale.

Operazioni ship-to-ship nel Mediterraneo e nel Mar Arabico utilizzate per “ripulire” l’origine del greggio russo.
(Fonte: Le Monde / CREA, agosto 2023)

Il Financial Times ha documentato l’uso di registri “flessibili” – Vanuatu, Liberia e Panama – per “ripulire la proprietà” e prolungare la vita commerciale di tanker anziani. Società di monitoraggio come Kpler (Parigi) e Vortexa (Londra) utilizzano dati AIS, machine learning, inventari satellitari e documenti doganali per tracciare i flussi e verificare il rispetto del price cap: strumenti oggi centrali per la sorveglianza energetica occidentale.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), tra gennaio e settembre 2025 l’India ha importato circa 1,9 milioni di barili al giorno di greggio russo, pari al 40% dell’export di Mosca, mentre la Cina ha mantenuto una media di 2,1 milioni b/g, ossia il 18% delle sue importazioni complessive, in linea con il limite del 20% da una singola fonte imposto da Pechino per evitare dipendenze eccessive.

Esportazioni di greggio russo verso India e Cina (milioni b/g) – 2022-2025.
(Fonte: CSIS – Europe, Russia and Eurasia Program, agosto 2025)

Nel breve periodo, Reuters, citando esperti del settore, prevede tatticismi e riallocazioni: pausa prudente di India e Cina sui carichi via mare, ricorso a intermediari extra-G7 e possibile sostegno al Brent per timori di carenze temporanee. Nel medio termine (3–6 mesi), Mosca manterrà i volumi, ma accettando prezzi netti inferiori, con sconti su Urals/ESPO in ampliamento e costi logistici e assicurativi in crescita. Nel lungo periodo, i rischi strutturali riguardano l’invecchiamento della flotta, gli incidenti e la crescente prudenza bancaria asiatica sui pagamenti sensibili.

Dal fronte russo, analisti come Egor Obedkov (Sovcombank) e Igor Juškov (Università Finanziaria) ritengono che le compagnie “reggeranno l’urto”, ma dovranno ricorrere a schemi di fornitura più complessi e onerosi, moltiplicando intermediari e strutture offshore.

Ma chi paga il conto? Oltre alla logistica marittima, la stretta finanziaria resta l’altro pilastro della strategia americana: chi facilita transazioni per soggetti sanzionati rischia sanzioni secondarie e l’esclusione dal dollaro. Per questo le major cinesi e i raffinatori indiani stanno sospendendo o rinegoziando i contratti, mentre Reliance ha dichiarato pubblicamente il proprio allineamento alle linee guida del governo di Nuova Delhi.

La logica della Casa Bianca è chiara: non si tratta di fermare del tutto il petrolio russo, ma di aumentarne i costi operativi, ridurre i canali di pagamento e ampliare gli sconti che Mosca deve concedere, usando l’energia come leva di pressione nella competizione con la Cina. Nel breve e medio periodo, Cina e India prendono tempo, mentre la Russia accetta margini ridotti; nel lungo, la combinazione tra enforcement occidentale, flotta anziana e rischio bancario asiatico eroderà progressivamente i profitti russi. Trump non può chiudere i rubinetti del petrolio di Mosca, ma può renderne più costoso ogni barile. La partita resta tripolare: energia, finanza e diplomazia, con la Cina nel ruolo di vero obiettivo sistemico della strategia di pressione americana.

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