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Il Pd caccia Comala: al posto del dissenso arrivano le start-up

Il bando della Circoscrizione 3 premia una cordata guidata da Paolo Landoni. L’associazione denuncia pressioni politiche e parla di “sistema clientelare”. Sullo sfondo Politecnico, filiera aerospaziale e accuse al PD

Il Pd caccia Comala: al posto del dissenso arrivano le start-up

Il Pd caccia Comala: al posto del dissenso arrivano le start-up

Quindici anni di concerti, aule studio affollate, assemblee, birre bevute seduti sui gradoni e discussioni infinite sul futuro della città. Poi un bando. Una commissione. Una graduatoria. E una firma che cambia tutto.

Il Comala di Torino, lo spazio culturale dell’ex caserma La Marmora in corso Ferrucci, perde la gestione dello stabile. E la città non resta a guardare.

Perché qui non stiamo parlando di un immobile qualsiasi. Non è un capannone. Non è una sala civica da affittare a ore. È un pezzo di città costruito giorno dopo giorno. Un presidio culturale nato quando quell’area, l’ex Westinghouse, era già terreno di appetiti urbanistici e interessi immobiliari. Un luogo che negli anni diventa casa per studenti, giovani lavoratori, musicisti, collettivi, associazioni. Un posto dove si studia, si suona, si organizza. E sì, dove si fa politica.

Succede che la Circoscrizione 3 pubblichi un bando. Succede che l’associazione Comala, che quello spazio lo anima da oltre quindici anni, partecipi. Succede che non vinca.

Al suo posto viene scelta una cordata guidata da Social Innovation Teams Italia. Carta canta. Punteggi assegnati. Procedura formalmente inattaccabile. Tutto regolare.

Fine? Neanche per idea.

Perché la politica non è solo una somma di punteggi. È una scelta di campo. E quando si decide chi gestisce uno spazio simbolico, si decide che città si vuole costruire.

La cordata vincitrice parla di innovazione sociale, sostenibilità, progettazione europea, start-up giovanili. Il presidente Paolo Landoni promette “imprenditorialità e innovazione sociale” e “start up di impatto”. Parole lisce, rotonde, perfette per una brochure. Meno per chi in quei cortili ha costruito conflitto, confronto, relazioni.

Perché il Comala non è mai stato neutro. È stato uno spazio vivo. Un luogo dove si è discusso della campagna contro l’Esselunga nell’area ex Westinghouse. Dove si sono organizzati incontri molto partecipati sulla guerra e sulla Palestina. Dove l’aggregazione non era solo intrattenimento, ma anche pensiero critico.

Ed è qui che la vicenda cambia tono.

In un comunicato durissimo, Potere al Popolo parla apertamente di sfratto politico: “Il Comune sfratta Comala. Il sistema clientelare del PD sacrifica lo spazio giovanile per metterlo al servizio degli interessi di impresa”.

Parole pesanti. Ma che trovano eco nelle dichiarazioni di Andrea Pino, presidente dell’associazione Comala. Il senso è chiaro: Comala dava fastidio. Perché non era un contenitore neutro. Era un luogo di dibattito e di dissenso. E lasciare per altri dieci anni uno spazio giovanile politico e critico nel cuore della città non rientrerebbe nei piani della maggioranza che guida la Circoscrizione 3 e la giunta comunale.

Nel comunicato si parla di un sistema di relazioni tra il PD cittadino e alcuni soggetti subentranti. Viene citata l’associazione Eufemia, definita “farlocca”, alla quale – si legge – sarebbe stato assegnato gratuitamente lo stanzino del custode vicino al Comala quando il presidente era Dennis Maseri, candidato PD in Circoscrizione 2.

Non solo. Eufemia viene accusata di aver partecipato a bandi europei trattenendo fondi e di aver trasformato uno spazio comunale concesso gratuitamente in un AirBnB privato. Accuse che restano sul piano politico ma che alimentano un clima già rovente.

Sul fondo, però, c’è una questione ancora più grande.

Le parole di Landoni sulla Stampa sono chiarissime: lo spazio è strategico perché vicino al Politecnico, alle OGR, all’incubatore I3P. Non è un dettaglio geografico. È una visione.

Torino da anni si propone come capofila della filiera aerospaziale e dual-use. Spinge sul Politecnico, sulle joint-venture industriali, sulla Cittadella dell’Aerospazio, sulle sinergie con Leonardo e con la NATO. Una città che sceglie l’impresa, la tecnologia, la competitività.

Leggere la chiusura di Comala dentro questo processo non è fantapolitica. È un’interpretazione politica. Secondo i contestatori, in una città che punta sulle filiere strategiche non c’è spazio per aggregazione giovanile alternativa e critica proprio nel cuore dell’ecosistema universitario.

E così la vicenda Comala diventa simbolo di qualcosa di più grande: lo scontro tra città-impresa e città-comunità. Tra sviluppo industriale e spazio di dissenso. Tra governance e autogestione.

Il riferimento ad altri casi, come Askatasuna, non è casuale. Per chi protesta, sarebbe in atto una progressiva chiusura degli spazi politici e aggregativi, proprio mentre una parte della popolazione ha manifestato contro guerra, spese militari e politiche di austerità.

Intanto, un dato resta: il bando è stato assegnato. La procedura è valida. Ma quando uno spazio costruito dal basso viene sostituito da un progetto più allineato alle strategie economiche cittadine, non cambia solo un gestore. Cambia un equilibrio.

Il Comala oggi è ancora lì. Con le aule studio piene. Con le pareti che raccontano quindici anni di iniziative. Con una comunità che non si dissolve con una graduatoria.

E la partita è tutt’altro che chiusa.

Per il 14 marzo è annunciata una manifestazione nazionale a Roma contro la controriforma della giustizia, contro la guerra e contro la chiusura degli spazi sociali. Il caso Comala verrà portato anche lì.

Perché quando si tocca un simbolo, non si chiude una pratica amministrativa. Si apre un conflitto.

E Torino, oggi, è dentro quel conflitto.

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