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Anche il Vescovo si schiera con i lavoratori Konecta. Federico Bona: "Non esiste un piano B"

Incontro molto partecipato alle Officine H di Ivrea. Lavoratori, sindacati e Istituzioni insieme

Quest’anno a Ivrea il Natale arriva storto, con il fiato corto e la paura che bussa alle porte di centinaia di famiglie. Non è una metafora, è cronaca. Lo si è detto chiaramente martedì 23 dicembre, alle Officine H, durante l’incontro (molto partecipato) convocato dal sindaco di Ivrea Matteo Chiantore.

Per oltre 700 lavoratrici e lavoratori della Konecta di Ivrea, e per altri 400 di Asti, le feste rischiano di essere solo una parentesi amara prima di una scelta che non è una scelta: o Torino o il baratro.

Altro che riorganizzazione industriale. Qui si parla di una multinazionale che chiude, accorpa, sposta e scarica, usando il trasferimento come una clava. Un modo elegante – neppure troppo – per fare ciò che non si ha il coraggio di chiamare col proprio nome: tagliare. Tagliare posti di lavoro, tagliare vite, tagliare territori che per anni hanno garantito produttività, professionalità, silenziosa fedeltà.

Presenti i consiglieri regionali Alberto Avetta del Pd e Alberto Unia del Movimento 5 Stelle, il deputato leghista Alessandro Giglio Vigna, Sonia Cambursano per la Città metropolitana di Torino. E poi i sindaci dell’Eporediese, tanti, perché quando 700 stipendi rischiano di sparire non è più una questione aziendale, ma un problema sociale enorme, destinato a ricadere su famiglie, servizi, comunità intere. Al loro fianco i sindacati: Alberto Revel (SLC CGIL Piemonte), Anna De Bella (FISTEL CISL Piemonte), Federica Balestri (UILCOM UIL). Quelli che da tempo denunciano il disastro annunciato, mentre la Regione Piemonte faceva finta di non vedere.

Infine lui, il vescovo di Ivrea Daniele Salera, seduto accanto ai lavoratori. Non in cattedra, non sopra, ma con. Come faceva Luigi Bettazzi, quando la Chiesa eporediese stava dalla parte del lavoro, senza ambiguità, senza mediazioni imbarazzate. Un segnale forte, in un tempo in cui troppi preferiscono benedire i bilanci e non le persone.

Il succo della vicenda è semplice e crudele. Konecta, multinazionale del customer care, colosso globale, ha deciso di accorpare Ivrea e Asti su Torino. Tradotto: arrangiatevi. Peccato che gli stipendi siano bassi, i contratti spesso part-time, i trasporti lenti, costosi, inaffidabili. “Non siamo in Olanda”, ha detto Federica Balestri, ricordando una verità che pesa come un macigno. Qui il pendolarismo non è una scelta sostenibile, è una condanna quotidiana. Ed è per questo che tutti, dal sindaco ai sindacati, lo dicono senza giri di parole: questo è un bluff. Un trasferimento che sa di licenziamento mascherato.

Anche perché la stessa azienda, in passato, ha parlato di esuberi intorno al 15%. E allora la domanda è legittima: se davvero il problema fossero i costi, perché non discuterne? Matteo Chiantore ha raccontato di aver contattato la proprietà di Palazzo Uffici, aprendo alla possibilità di rivedere i canoni di affitto. “Se è una questione di costi, sediamoci a un tavolo”. Una proposta concreta, che però già la si sente rimbalzare contro il muro di decisioni già prese altrove, lontano da Ivrea.

Alberto Revel non nasconde la realtà: i volumi di lavoro sono calati, l’intelligenza artificiale ha già falciato commesse e occupazione. Ma proprio per questo – sottolinea la CGILnon si chiude, si riconverte. Si investe, si forma, si cambia. Non si scarica tutto sui lavoratori che da vent’anni tengono in piedi l’azienda. Perché sì, per la maggior parte dei 1.100 lavoratori sono vent’anni. Lo ha ricordato con forza Federica Balestri. "Qui non c’è più il lavoro “di passaggio”. Qui ci sono donne e uomini che hanno costruito una vita su quella postazione, su quella cuffia, su quella scrivania... Persone con figli, mutui, genitori anziani...".

Persone che non possono essere trattate come una voce da spostare su un foglio Excel.

Anna De Bella porta una proposta concreta. In Calabria, una situazione simile è stata affrontata con una commessa pubblica sulla digitalizzazione delle cartelle sanitarie. Si può fare, se c’è volontà politica. Ma c’è di più: “Il settore soffre anche per la concorrenza sleale di chi abbassa il costo del lavoro. È un settore senza regole, e così vince sempre chi paga meno”. Una giungla perfetta per le multinazionali, molto meno per chi lavora e per i territori che restano a guardare.

La Regione Piemonte? Secondo i sindacati, assente ingiustificata. Alberto Avetta accusa direttamente il presidente Alberto Cirio e l’assessora Elena Chiorino di aver sottovalutato il problema, di non aver colto per tempo la portata sociale della vertenza. Alberto Unia si dice scettico sulle commesse pubbliche, ma invita comunque a non arrendersi, a cercare soluzioni, a non accettare come inevitabile l’idea che l’unica strada sia la fuga.

Dal Parlamento, Alessandro Giglio Vigna prova a spiegare che, non essendo formalmente una vertenza interregionale, il caso non può arrivare automaticamente a Roma. Promette però incontri con il Ministro del Lavoro e con quello del Made in Italy, racconta di aver parlato con la proprietà e di aver presentato un’interrogazione insieme al deputato astigiano Andrea Giaccone. Parole che, senza atti concreti, rischiano però di restare sospese nell’aria, mentre il tempo per i lavoratori scorre velocissimo.

È Sonia Cambursano a riportare il discorso su un piano profondamente umano. Parla con la voce di chi il call center lo ha conosciuto davvero. “Anch’io ci ho lavorato. Per me era un lavoro di transizione”. Una frase semplice, che però apre una frattura netta con il presente. Perché oggi non è più così. Oggi questo lavoro non è una parentesi, è una condizione stabile, spesso l’unica possibile. “Se perdi questo lavoro – dice – diventi un problema sociale”. Non una colpa individuale, ma una responsabilità collettiva. Insomma, "Ivrea, Asti, il Canavese non possono permettersi di perdere centinaia di posti di lavoro...". Per questo chiama a raccolta tutti i sindaci, tutte le istituzioni, perché il silenzio, ora, sarebbe una complicità.

E poi c’è la voce di chi in Konecta ci lavora. Quella di Federico Bona. Parla a nome di tutti. Poche parole, nessuna retorica: “Non c’è un piano B. Il nostro unico obiettivo è non andare a Torino”. Dentro questa frase c’è tutto. C’è la paura di non farcela, la rabbia di chi si sente spinto fuori, la dignità di chi chiede solo di continuare a lavorare dove ha sempre lavorato. Non un privilegio, ma un diritto elementare.

Il 13 gennaio sarà sciopero e manifestazione davanti al Consiglio regionale del Piemonte. La Città metropolitana di Torino sarà presente, ci saranno anche i consiglieri regionali e tanti sindaci. Non per una passerella ma per ribadire che questa vertenza riguarda tutti.  

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Federico bona

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L'assessora regionale che non c'è...

C’è un modo elegante per non fare assolutamente nulla e al tempo stesso lasciare una traccia scritta che sembri impegno istituzionale. La risposta scritta dell’assessora regionale Elena Chiorino sulla vertenza Konecta è un piccolo manuale di questo genere letterario: la burocrazia rassicurante, quella che parla di tavoli, passaggi fondamentali, basi condivise e interlocuzioni in corso. Tutto molto serio. Tutto molto inutile. Tutto, soprattutto, molto falso.

In una risposta ufficiale, firmata nero su bianco, si legge che “il prossimo 22 dicembre è previsto un tavolo di confronto presso il Ministero del Lavoro”. Un tavolo notevole, va detto. Perché non c’è mai stato. Né convocato, né calendarizzato, né annunciato. Non rinviato: inesistente.

elena chiorino

Segue la parte più istruttiva. L’incontro – che non c’è – viene definito “un passaggio fondamentale per disporre di elementi concreti e aggiornati”. Traduzione: finché non succede qualcosa che non succede, la Regione può tranquillamente non decidere, non intervenire, non assumersi alcuna responsabilità. Un eterno presente amministrativo, comodissimo quando 1.100 lavoratori rischiano di essere accompagnati all’uscita con la gentile spinta di un trasferimento forzato.

Poi arriva il capolavoro assoluto. “Riteniamo opportuno programmare eventuali ulteriori incontri a valle dell’appuntamento”. A valle di cosa, esattamente? Di un appuntamento fantasma. È la politica quantistica: prima il dopo, senza il prima. Una Regione che pianifica conseguenze senza cause, come se Ivrea e Asti fossero un esercizio di stile e non due territori reali con persone reali.

Infine, l’immancabile chiusura: “Sono in corso interlocuzioni con i sindaci di Ivrea e Asti”. Formula passepartout, buona per tutte le stagioni e per tutte le crisi. Interlocuzioni che non producono atti, non fermano decisioni aziendali, non spostano una virgola nei piani della multinazionale. Ma suonano benissimo. E soprattutto occupano spazio su carta intestata.

A questo punto, il tema non è nemmeno più Konecta. Il tema è che la Regione Piemonte certifica per iscritto di non aver preso sul serio la vertenza, oppure di averla presa talmente sotto gamba da inciampare nella realtà. Perché quando scrivi di incontri che non esistono, non stai sbagliando una data: stai raccontando un mondo parallelo, molto più confortevole di quello vero.

Insomma, se questa è l’idea di “seguire una crisi occupazionale”, allora è chiaro perché da queste parti nessuno si senta davvero tutelato. Le lettere restano. I tavoli immaginari pure. I posti di lavoro, invece, no.

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