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24 Febbraio 2026 - 23:04
Il traforo del Monte Bianco
Il Piemonte torna a chiedere con forza il raddoppio del traforo del Monte Bianco. Non come slogan, ma come scelta strategica per evitare che il Nord-Ovest resti ostaggio delle chiusure periodiche dei valichi alpini e di un sistema infrastrutturale definito “fragile” dalla stessa Giunta regionale.
Il tema è approdato in Consiglio regionale con un’interrogazione della consigliera Nadia Conticelli (Pd), che ha sollecitato la Regione a chiarire quali azioni concrete siano state intraprese sul raddoppio del tunnel, quali confronti siano in corso con il Governo italiano e con le autorità francesi e quali misure si intendano adottare per sostenere le imprese piemontesi penalizzate dalle chiusure.
Conticelli ha ricordato un dato che pesa come un macigno sul sistema economico regionale: dal 2 settembre al 12 dicembre 2025 il traforo del Monte Bianco è stato chiuso per manutenzione straordinaria. E non si tratta di un episodio isolato. Interruzioni analoghe, secondo le previsioni, potrebbero ripetersi fino al 2050. Una prospettiva che, per una regione che vive di scambi internazionali, significa incertezza strutturale.
Le conseguenze sono immediate. Ogni mese, tra i 30 e i 40 mila mezzi pesanti vengono deviati verso il Frejus, con un effetto a catena che si ripercuote sulla tangenziale di Torino, sui tempi di percorrenza e sui costi per le imprese. Aumentano i chilometri su gomma, crescono le emissioni, si allungano le filiere. Il Piemonte, snodo naturale tra Francia, Svizzera e Germania, rischia – secondo l’esponente dem – un progressivo isolamento infrastrutturale.
Il quadro si complica ulteriormente se si guarda agli altri valichi. Al Gran San Bernardo sono in corso lavori notturni, mentre la galleria ferroviaria Torino-Lione resta chiusa per una frana, impedendo la ripresa dell’Autostrada ferroviaria alpina, l’alternativa al traffico merci su gomma che negli anni aveva alleggerito il peso dei tir sulle strade piemontesi. In questo contesto, la consigliera ha chiesto anche di conoscere la data prevista per la riattivazione della linea ferroviaria e ha proposto l’istituzione di un tavolo permanente con imprese, Camere di Commercio ed enti locali per gestire l’emergenza del Nord-Ovest.
Alla richiesta ha risposto l’assessore regionale alle Infrastrutture, Gian Luca Vignale, assicurando che la Regione “ha ribadito in tutte le sedi istituzionali la necessità di tutelare gli interessi economici piemontesi, sollecitando i Governi italiano e francese affinché le chiusure del traforo siano il più possibile contenute e coordinate nel tempo”.

L'assessore regionale Vignale
Ma la risposta non si è fermata alla gestione dell’esistente. Vignale ha definito il sistema delle interconnessioni alpine “fragile” e ha indicato nel raddoppio del traforo del Monte Bianco un’opera “strategica e imprescindibile”, richiamando la necessità di ragionare in una logica di ridondanza e sicurezza. In altre parole: non basta un solo tunnel per garantire continuità ai flussi commerciali tra Italia e Francia. Servono infrastrutture capaci di assorbire interruzioni, manutenzioni e imprevisti senza paralizzare un intero quadrante economico.
Quanto all’Autostrada Ferroviaria Alpina Torino-Lione, l’assessore ha spiegato che Italia e Francia hanno avviato la notifica alla Commissione europea, passaggio necessario per la ripartenza del servizio. Un segnale che va nella direzione di un maggiore utilizzo del ferro, ma che richiederà tempi tecnici e coordinamento internazionale.
Il nodo, però, resta politico prima ancora che tecnico. La gestione dei valichi alpini non può essere affrontata, ha concluso Vignale, con “risposte emergenziali”, ma necessita di una visione di medio-lungo periodo, in raccordo con il Governo nazionale e nel confronto con le istituzioni europee. Per il Piemonte si tratta di una partita decisiva: mantenere il proprio ruolo di piattaforma logistica naturale tra Mediterraneo ed Europa centrale o scivolare ai margini delle grandi rotte commerciali.
Il raddoppio del Monte Bianco, in questo scenario, torna al centro del dibattito come simbolo di una scelta di campo: investire in infrastrutture resilienti o accettare che ogni chiusura temporanea si trasformi in una crisi sistemica.
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