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24 Febbraio 2026 - 22:55
Alberto Cirio e Stefano Lo Russo
C’è sempre una parola magica, quando la politica vuole correre: “semplificazione”. È una parola che suona bene, come “crescita”, come “sviluppo”, come “lavoro”. È difficile essere contro la semplificazione. Sembra quasi scortese. E infatti il disegno di legge 94, ribattezzato con felice intuizione comunicativa “Cresci Piemonte”, è passato in consiglio regionale a Torino a maggioranza: 31 sì, 6 no, 11 non partecipanti al voto. La locomotiva è partita, o almeno così dicono.
L’obiettivo è chiaro: dimezzare i tempi delle varianti urbanistiche (specie quella di Torino ndr), sfoltire le procedure, accelerare l’approvazione di progetti finanziati con fondi europei, statali, regionali – Pnrr in testa – e anche interventi privati considerati “di interesse strategico regionale”. Tradotto: meno attese, più cantieri. Meno carte, più gru.
Il relatore Silvio Magliano (Lista Cirio) lo sintetizza così: «Questa legge ha lo scopo di dare strumenti urbanistici ai comuni per accelerare le procedure dimezzandone i tempi. L’edilizia può essere un volano anche per ridisegnare le nostre città, per rispondere a sfide importanti e tenere insieme produttività, occupazione e investimenti, nel rispetto delle regole».
La seconda relatrice di maggioranza, Marina Bordese (Fdi), guarda oltre la scadenza del 2030.
«Il Cresci Piemonte - sottolinea - è una misura sperimentale, fino al 2030, ma emerge la necessità che diventi strutturale. La nuova legge permetterà di avere uno strumento in più per i Comuni e meno burocrazia per i cittadini».
Il presidente Alberto Cirio rivendica il primato e la promessa mantenuta.
«Siamo la prima Regione d’Italia a dotarci di una legge di questo tipo: con il Cresci Piemonte manteniamo un impegno e diamo una nuova velocità agli investimenti in Piemonte perché dimezziamo i tempi di approvazione delle varianti urbanistiche, riduciamo i costi e la burocrazia con procedure semplificate che ci consentono di spendere velocemente e bene i fondi europei. In questo modo diamo attuazione a quella che secondo noi è la corretta attuazione delle competenze urbanistiche con la Regione che deve avere un ruolo di controllo e non di ingerenza nelle scelte urbanistiche degli enti locali».
L’assessore Marco Gallo, infine, insiste sul metodo.
«È una legge che nasce dal confronto. Abbiamo ascoltato le osservazioni dei gruppi consiliari, del Comune di Torino, di Ance e Anci e degli stakeholder del territorio. Il testo approvato oggi è il risultato di questo lavoro condiviso: una risposta concreta a un’esigenza reale di Comuni e imprese».
E ancora: «Non stiamo riducendo le garanzie ma intervenendo in modo mirato sulle procedure di variante agli strumenti urbanistici».
Fino alla promessa finale: «Oggi compiamo un passo concreto per rendere il nostro territorio più attrattivo, moderno ed efficiente».
Parole che hanno una loro coerenza interna: tempi certi, investimenti sopra i 5 milioni di euro, incremento occupazionale minimo del 10% (non meno di 20 addetti) o almeno 100 nuovi posti in caso di nuovi insediamenti. Parametri definiti come “stringenti”, legati a ricadute occupazionali “reali e misurabili”.
Ma proprio qui si apre una delle questioni meno urlate e più sostanziali. La soglia dei 5 milioni non è neutra: seleziona. Disegna un perimetro dello sviluppo. Indica quale dimensione d’impresa la Regione intende privilegiare quando decide di accelerare. Non è una critica ideologica, è un dato politico: il Cresci Piemonte è una leva pensata per operazioni medio-grandi, non per la micro-trasformazione diffusa. È una scelta. Legittima, ma una scelta.
Eppure, se si ascolta con attenzione l’opposizione – non quella caricaturale del “no a prescindere”, ma quella che ha lavorato in Commissione, ha presentato emendamenti, ha ottenuto modifiche – la musica cambia tonalità. Non è un rifiuto ideologico della crescita. È una richiesta di profondità.
Daniele Valle (Pd), relatore di minoranza, mette il dito nella crepa.
«C’è la necessità pressante - sentenzia - di lavorare per una nuova legge urbanistica avendo l’attuale un impianto risalente agli anni ’70, oltre a non dover essere più costretti a interventi tampone come la legge sul consumo del suolo. Va comunque bene semplificare i procedimenti per rendere più attrattivo il nostro territorio agli investimenti».
Semplificare sì, ma dentro una riforma vera.
«Siamo di fronte - allarga lo sguardo Nadia Conticelli (PD) - a un primo passo di confronto su norme urbanistiche ma rimane necessario intervenire più complessivamente con una nuova legge. Questo perché lo sviluppo passa attraverso il governo del territorio». E, insieme a Valle, auspica: «Che al più presto il Consiglio regionale, attraverso la Commissione competente, sia coinvolto nel lavoro sulla nuova legge urbanistica, anche attraverso il confronto con gli stakeholder».
Il punto, in filigrana, è questo: accelerare è una tecnica, governare è una visione. La maggioranza propone la prima, l’opposizione chiede la seconda. E non sono sinonimi.
Il Movimento 5 Stelle sceglie un registro più netto. Alberto Unia avverte: «Dietro alla semplificazione si nasconde la compressione dei tempi del confronto. Non siamo contrari a ridurre i tempi ma la questione ambientale non può essere una verifica successiva, deve essere pianificazione».
Coluccio, Unia e Disabato rivendicano le modifiche ottenute – più attenzione al consumo di suolo, al riuso delle aree dismesse, l’obbligo di convenzioni, il coinvolgimento di enti e Soprintendenza – ma non nascondono le perplessità
«I Comuni in perenne affanno di personale - dicono - avranno un problema in più da risolvere, visto che le procedure richiederanno tempi stringenti. Al contempo, diminuiranno i controlli ambientali e ci sarà un minore coinvolgimento dei territori». Da qui il voto contrario.
E qui si innesta un altro nodo, forse il più delicato: il tempo democratico. Ridurre i giorni delle conferenze di servizi non è soltanto un dato amministrativo. Significa comprimere spazi di confronto, possibilità di osservazione, margini di intervento. La maggioranza sostiene che le garanzie restano intatte; l’opposizione teme che restino sulla carta ma si restringano nei fatti. È una tensione antica: efficienza contro partecipazione. O, se si preferisce, efficienza insieme alla partecipazione, ma con equilibri diversi.
Alice Ravinale (Avs) parla di luci e ombre.
«Un provvedimento in chiaro scuro nel quale prevale lo scuro anche per un eccessivo allargamento delle maglie sui progetti strategici. Ridurre i tempi può essere rilevante se si unisce a un investimento sul personale tecnico che deve seguire gli iter».
Il riferimento al personale non è un inciso. È il cuore amministrativo del problema. I piccoli Comuni, che la legge dichiara di voler aiutare, spesso non hanno uffici tecnici strutturati. La Regione stanzia risorse – 400 mila euro iniziali, 500 mila per gli anni successivi – ma il tema resta: accelerare senza rafforzare le strutture rischia di spostare la pressione sugli enti locali. E la pressione amministrativa, quando diventa eccessiva, non produce efficienza. Produce errori, o rinunce.
Fabio Isnardi (Pd) entra nel dettaglio tecnico, che poi tanto tecnico non è.
«Per crescere ci si dovrebbe mettere meno di 5/6 anni per fare una variante, ma i veri tempi da ridurre sono i tempi propedeutici che questa legge non prevede».
Il rischio, insomma, è intervenire sul cronometro senza toccare il meccanismo.
La maggioranza ribatte che non si riducono le garanzie, che i criteri per definire un progetto “strategico” sono chiari e legati a occupazione misurabile. Che la norma è temporanea, fino al 31 dicembre 2030, pensata per intercettare al meglio fondi europei e nazionali. Che ci saranno monitoraggi e relazioni periodiche.
Ma anche la temporaneità è un elemento politico. Una legge che nasce come sperimentale può diventare strutturale, come auspica Bordese. Oppure può rivelare, nel tempo, limiti e squilibri. Molto dipenderà da come verrà applicata, da quali progetti verranno qualificati come “strategici”, da come funzionerà la cabina di regia per Torino e i capoluoghi.
Il Consiglio ha approvato anche due ordini del giorno: uno per arrivare a una nuova legge urbanistica regionale, l’altro per un portale unico telematico per la consultazione dei provvedimenti. C’è consapevolezza che “Cresci Piemonte” non basti.
La maggioranza rivendica la velocità come leva di competitività. L’opposizione chiede una visione più ampia, meno emergenziale, più strutturale. In mezzo, ci sono i Comuni, le imprese, i cittadini. E un territorio che non è solo una superficie da edificare, ma un equilibrio fragile tra sviluppo, ambiente, lavoro e identità.
La crescita è una parola potente. Ma il governo del territorio lo è ancora di più. Perché mentre un investimento può durare qualche anno, una scelta urbanistica resta per generazioni. E dimezzare il tempo di una decisione non dimezza il suo impatto. Lo rende soltanto più veloce. Non necessariamente più giusto.

Ci sono leggi che nascono per cambiare il mondo. E poi ci sono leggi che nascono per cambiare il calendario.
Il “Cresci Piemonte” appartiene con ogni probabilità alla seconda categoria. Ufficialmente serve a dimezzare i tempi delle varianti urbanistiche, a rendere la Regione più attrattiva, a intercettare fondi europei che altrimenti scappano via come piccioni spaventati. Tutto vero, per carità. Ma tra le pieghe della norma – quelle pieghe dove la politica ama nascondere le intenzioni migliori – c’è anche un altro effetto collaterale, o principale a seconda dei punti di vista: fare un favore al sindaco di Torino.
Stefano Lo Russo ha un piano. Un piano urbanistico, s’intende. E come tutti i piani urbanistici, il suo non è soltanto un documento tecnico: è una scommessa, un’ipoteca sul futuro della città. Il problema dei piani, però, è che richiedono tempo. Discussioni, osservazioni, conferenze, contro-osservazioni, pareri, valutazioni. La democrazia ha questo difetto: rallenta.
E qui arriva la Regione, con spirito collaborativo e cronometro alla mano. Dimezziamo i tempi, tagliamo le attese, acceleriamo le conferenze. Non per qualcuno in particolare, sia chiaro. Per lo sviluppo. Per l’efficienza. Per l’Europa. Ma se nel frattempo il sindaco riesce ad approvare il suo piano prima che i torinesi tornino alle urne, è soltanto una felice coincidenza.
Il prossimo anno si vota. E presentarsi agli elettori con un piano regolatore approvato fa tutta la differenza del mondo. È come arrivare al traguardo con il cantiere aperto o con il rendering già stampato. Nel primo caso prometti, nel secondo mostri. E in politica, come nell’immobiliare, l’immagine conta.
Naturalmente nessuno dirà che la legge regionale è stata pensata per Palazzo Civico. Sarebbe dichiarare al mondo che Cirio di Forza Italia flirta con il centrosinistra. Sarebbe un macello politico. Si parlerà di cabina di regia, di coordinamento istituzionale, di semplificazione intelligente. Parole nobili, che hanno il pregio di non arrossire mai.
È la politica, bellezza. E corre veloce. Soprattutto quando sa già dove vuole arrivare.
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