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24 Febbraio 2026 - 22:53
Il torinese Igor Boni, presidente di Europa Radicale, ad Odessa: “Noi stiamo con gli aggrediti”.
Alle 2:20 del mattino Odessa non è una città addormentata ma una città in ascolto, in attesa, sospesa tra il suono delle sirene e la consapevolezza che quella sospensione dura ormai da quattro anni. Non è un’emergenza improvvisa, non è un evento straordinario: è diventata routine. Nei rifugi sotterranei, il torinese Igor Boni, presidente di Europa radicale, pubblica una foto insieme all’attiista Federica Valcauda e ad altri “guerriglieri nonviolenti”, accompagnandola con una frase che non ha sfumature: “Noi stiamo con gli aggrediti”. È una dichiarazione di campo, non una provocazione, ma basta questo per aprire, sotto il post, un fronte parallelo che non ha nulla di militare e molto di culturale.
Nei commenti si disegna immediatamente una mappa emotiva dell’Italia. C’è chi ringrazia, chi parla di “parte giusta della storia”, chi riconosce la coerenza di chi continua a esporsi quando l’attenzione mediatica si è affievolita e la guerra non fa più notizia come nei primi mesi. La solidarietà qui non è episodica ma politica, e si fonda sull’idea che tra aggressore e aggredito non possano esistere neutralità comode.
Accanto a questa linea, però, emerge un’altra reazione, più nervosa che argomentata, che liquida l’iniziativa con fastidio: “Rimanete là”, “peracottari”, “sciocchi masochisti”. Non c’è una controproposta strutturata, non c’è una visione alternativa del conflitto, ma un rigetto istintivo che traduce in irritazione la stanchezza di un’opinione pubblica logorata da una guerra lunga e apparentemente senza sbocchi. È il linguaggio della saturazione emotiva, quello che preferisce spegnere il discorso piuttosto che entrarci.
Il confronto si fa più interessante quando interviene chi si definisce pacifista e prova a costruire un’argomentazione più articolata. Si invocano la diplomazia, gli aiuti umanitari, il realismo geopolitico; si sostiene che l’Ucraina non possa competere con una potenza come la Russia e che insistere sulla resistenza significhi prolungare inutilmente il dolore. È una posizione che richiama la memoria europea, che evoca la tragedia della Seconda guerra mondiale e cita figure simboliche come Gino Strada per riaffermare un principio: la pace si ottiene con il negoziato, non con le armi.

Tuttavia, proprio qui si annida la frattura più profonda, perché sotto la parola “pace” convivono significati diversi che raramente vengono esplicitati fino in fondo. Per alcuni pace significa cessazione immediata delle ostilità, anche se questo comporta la cristallizzazione di un’occupazione territoriale; per altri significa giustizia, ripristino dei confini, responsabilità penale per i crimini di guerra. La distanza non è semantica ma sostanziale: non riguarda il desiderio di pace, che è comune, ma le condizioni che la renderebbero accettabile.
A complicare ulteriormente il quadro intervengono i meccanismi retorici ormai tipici dei conflitti contemporanei. C’è chi sposta il discorso su Gaza, trasformando la solidarietà in una competizione morale, come se sostenere l’Ucraina implicasse necessariamente ignorare altri drammi. C’è chi riduce la guerra alla questione energetica, domandando chi paghi il gas, quasi a suggerire che il conflitto sia un fastidioso incidente di percorso nelle dinamiche di mercato. C’è infine chi esprime un sostegno esplicito a Putin, senza mediazioni né distinguo, segno di una polarizzazione che non si limita a criticare le scelte europee ma assume apertamente il punto di vista dell’aggressore.
In questo scenario, la presenza di una delegazione radicale a Odessa non modifica l’equilibrio militare né incide sulle strategie delle cancellerie, ma svolge una funzione diversa e tutt’altro che irrilevante. La testimonianza diretta interrompe l’astrazione con cui le guerre lontane vengono spesso consumate sui social, restituisce concretezza a ciò che rischia di diventare statistica e ricorda che la normalità nei rifugi non è una metafora ma una condizione quotidiana. Inoltre, la richiesta di processare i responsabili dei crimini di guerra si inserisce coerentemente nella tradizione radicale italiana, storicamente legata al diritto internazionale e alla centralità della responsabilità individuale.
Il punto, alla fine, non è stabilire se sia giusto o sbagliato pubblicare una foto da un rifugio, né liquidare l’iniziativa come semplice visibilità. Il punto è interrogarsi su quale idea di pace si consideri legittima e su quale ruolo si attribuisca all’Europa. La discussione sotto quel post non è soltanto una disputa tra utenti Facebook, ma la rappresentazione di una frattura culturale più ampia, in cui si scontrano concezioni diverse di giustizia, di realismo politico e di responsabilità morale.
La guerra, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza per molti italiani, continua così a penetrare nel dibattito pubblico e a ridefinire identità e appartenenze. Odessa diventa uno specchio in cui l’Italia osserva sé stessa, divisa tra chi ritiene che resistere sia un dovere e chi teme che la resistenza prolunghi soltanto la sofferenza. In quella tensione, più che nei missili o nei commenti velenosi, si gioca una parte significativa del nostro modo di intendere la democrazia e il significato stesso della parola pace.
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