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30 Gennaio 2026 - 09:16
La decisione nasce dalle condizioni di detenzione in Brasile e apre un precedente destinato a pesare nei rapporti giudiziari tra i due Paesi
La richiesta di estradizione avanzata dal Brasile si è fermata a Torino, davanti alla II sezione penale della Corte d’Appello, che ha deciso di non consegnare alle autorità sudamericane Pablo Daniel Castro, 47 anni, cittadino italiano nato a Buenos Aires, condannato in Brasile a 15 anni e 11 mesi di reclusione per atti sessuali con minorenne. Una decisione che non entra nel merito dei reati, giudicati e già sanzionati dalla magistratura brasiliana, ma che ruota attorno a un nodo centrale: le condizioni di detenzione nelle carceri del Paese richiedente, ritenute incompatibili con i principi fondamentali di tutela dei diritti umani.
Castro era stato arrestato il 1° luglio 2025 a Pragelato, in provincia di Torino, in esecuzione di un mandato d’arresto internazionale. La condanna inflitta dal tribunale di Belo Horizonte risale al 26 luglio 2024 e riguarda fatti commessi nel novembre 2015. Sin dall’inizio della procedura, l’uomo non aveva prestato consenso all’estradizione, come ribadito più volte dai suoi difensori, gli avvocati Alexandro Maria Tirelli e Francesca Monticone, nonostante tra Italia e Brasile sia in vigore un trattato bilaterale di estradizione.
Proprio l’esistenza di quell’accordo rende la decisione della Corte torinese particolarmente rilevante. Il trattato, infatti, impone una cooperazione giudiziaria strutturata tra i due Stati, ma non elimina il dovere, per l’autorità giudiziaria italiana, di verificare che l’estradizione non comporti una violazione dei diritti fondamentali della persona. È su questo terreno che il procedimento ha preso una direzione diversa da quella auspicata dalla Procura generale, che aveva chiesto l’accoglimento della domanda brasiliana.
Nel corso dell’istruttoria, la Corte d’Appello aveva avanzato richieste precise alle autorità brasiliane. Non informazioni generiche, ma dati puntuali sul carcere di destinazione, sulle dimensioni della cella, sugli arredi, sui servizi igienici, sulle attività previste durante la detenzione e, più in generale, sulle condizioni concrete in cui Castro avrebbe scontato la pena. Un passaggio cruciale, perché la valutazione non poteva basarsi su affermazioni di principio, ma su elementi verificabili.
I termini concessi per la risposta, pari a 70 giorni, sono però scaduti senza che dal Brasile arrivassero chiarimenti ritenuti sufficienti. A quel punto, i giudici torinesi hanno fatto riferimento a una serie di rapporti internazionali e di pronunce giudiziarie brasiliane che descrivono un sistema carcerario segnato da sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie precarie, assenza di tutele minime e, in molti casi, trattamenti qualificabili come inumani o degradanti.
Nel provvedimento pesano in modo significativo le valutazioni espresse da organismi come l’Unhcr, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura e persino alcune sentenze della Corte Suprema federale del Brasile, che hanno riconosciuto in modo esplicito le gravi criticità strutturali delle carceri del Paese. Un quadro che, secondo la Corte d’Appello di Torino, rende concreto il rischio di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani e degradanti.

La decisione ha quindi portato al diniego dell’estradizione. Castro è stato rimesso in libertà, ma con una limitazione rilevante: non può espatriare. Resta dunque sul territorio italiano, in una condizione che tiene insieme il riconoscimento dei suoi diritti fondamentali e la necessità di evitare qualsiasi forma di sottrazione alla giustizia.
Il commento del suo difensore, l’avvocato Tirelli, va oltre il singolo caso e mette a fuoco le possibili conseguenze sistemiche della pronuncia. «La sentenza di Torino segna un passaggio nuovo nella cooperazione giudiziaria tra Italia e Brasile. L’accertamento delle gravi criticità del sistema carcerario brasiliano pur muovendo da un caso specifico, è destinato a incidere in modo strutturale sui rapporti di cooperazione. È, a tutti gli effetti, una sentenza di svolta», ha dichiarato.
Parole che trovano riscontro nel contenuto del provvedimento. La Corte non si è limitata a constatare l’assenza di risposte puntuali da parte brasiliana, ma ha costruito la propria decisione su una valutazione ampia e documentata dello stato delle carceri brasiliane, riconoscendo che il problema non è episodico, bensì strutturale. Un passaggio che potrebbe rendere più complessa, in futuro, l’esecuzione di richieste di estradizione analoghe, soprattutto in assenza di garanzie individualizzate sulle condizioni di detenzione.
Il caso riapre anche un dibattito delicato, spesso strumentalizzato nel dibattito pubblico: quello del rapporto tra la gravità dei reati e la tutela dei diritti della persona detenuta. La decisione della Corte torinese chiarisce che il riconoscimento di condizioni carcerarie inumane non equivale in alcun modo a una minimizzazione delle responsabilità penali, né a una riabilitazione morale del condannato. È una valutazione giuridica, che riguarda il limite invalicabile imposto dallo Stato di diritto, anche quando si tratta di reati particolarmente odiosi.
In questo senso, la pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale che, negli ultimi anni, ha visto le corti europee e nazionali esercitare un controllo sempre più rigoroso sulle condizioni di detenzione nei Paesi richiedenti l’estradizione. Un controllo che non si ferma alle dichiarazioni ufficiali, ma che pretende riscontri concreti e verificabili.
La vicenda di Pragelato, partita da un arresto apparentemente destinato a un esito scontato, si è così trasformata in un caso destinato a fare scuola. Non solo per i rapporti tra Italia e Brasile, ma per il principio, ribadito con forza, che la cooperazione giudiziaria internazionale non può mai prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali, nemmeno di fronte alle condanne più severe.
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