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La presenza longobarda nel territorio canavesano

di Mauro Rossignoli per la rivista Canavèis dell'editore Baima e Ronchetti

Edicta Regum Langobardorum, particolare di una pagina del codice risalente all’anno 830, opera di un miniatore romanico, nel quale sono raccolte fonti giuridiche altomedievali. Il codice è conservato

Edicta Regum Langobardorum, particolare di una pagina del codice risalente all’anno 830, opera di un miniatore romanico, nel quale sono raccolte fonti giuridiche altomedievali. Il codice è conservato

Con il dissolversi dell’impero romano nel V sec. d.C. la penisola italiana subì una serie di invasioni, che durarono fino ai primi secoli del II millennio con l’occupazione, inizialmente di Sicilia e Puglia, da parte dei Normanni. Comunque uno dei popoli che più influì sull’assetto socio-politico del paese fu quello dei Longobardi, sostanzialmente poco conosciuto, essendo i barbari nella storiografia ottocentesca ritenuti tutti predatori e truci assassini. Il mito creato poi attorno a Carlo Magno, l’uomo che pose fine al loro dominio nel nord-Italia, finì anche per far cadere nell’oblio molti fatti antecedenti.

L’arrivo in Italia.

Nel VI sec. d.C. dalla Pannonia, dove si erano stanziate da alcuni decenni provenendo dalle regioni nordiche, le tribù longobarde iniziarono sotto la guida di Alboino la migrazione verso ovest in direzione del territorio italiano, causa la pressione esercitata sulle loro terre da popolazioni Avare e Slave.

Secondo lo storico Procopio di Cesarea, per un certo periodo l’esercito bizantino li aveva assoldati come mercenari (foederati) nelle guerre contro Goti e Persiani, licenziandoli poi in tutta fretta per le difficoltà riscontrate nell’integrazione con le truppe regolari e addolcendo la rottura del contratto con abbondanza di doni e di denaro.

Questo non impedì ad essi di spostarsi in Italia, complice, secondo alcune fonti, per vendetta proprio Narsete, l’ammiraglio eunuco governatore della penisola per conto di Costantinopoli. In realtà il disegno iniziale dell’imperatore bizantino Giustiniano era che Gepidi e Longobardi, entrambi federati, si logorassero tra loro, invece i secondi si allearono con gli Avari e dispersero i Gepidi. Purtroppo, il nuovo alleato − gli Avari − si rivelò peggiore degli ex vicini, per cui la situazione spinse Alboino ed i suoi a passare in Italia, anche perché egli rivendicava una discendenza da Teodorico (re dei Goti) e di conseguenza il dominio sull’Italia.

La regione che subì l’influsso socio-culturale maggiore fu naturalmente il Friuli (ducato di Forum Iuli) dove entrarono grazie alla rete stradale romana, l’antica via Postumia. Il primo duca fu Gisulfo, nipote di Alboino, che accettò l’incarico a condizione che le migliori fare, cioè quei nuclei di nobili su cui contare militarmente, rimanessero con lui. Infatti, dai capitoli della Historia Longobardorum di Paolo Diacono, apprendiamo che la struttura del territorio nelle zone occupate si presentava divisa in ducati, sulla base dei vecchi municipia romani e, citando i duchi più importanti, ricorda che in totale dovevano essere 35, «ognuno in una propria città». Dal Friuli si espanderanno poi in modo anomalo − per la presenza bizantina − nel resto dell’Italia, e la carta geografica si presenterà come un puzzle di territori governati alternativamente dai due contendenti. 

Al termine di questa prima fase di conquiste longobarde, Bisanzio aveva dimostrato tutte le sue difficoltà, essendo troppo impegnata sul fronte persiano.

La zona di Ravenna (capitale), la parte centrale degli Appennini con Perugia, il Lazio, parte della Campania, parte della Puglia, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna, erano sotto il controllo bizantino.

Il Friuli, il Trentino, parte del Veneto, Pavia (eletta capitale), con il resto del settentrione (esclusa la Valle d’Aosta, enclave burgunda), la Toscana, parte delle Marche, Umbria e Abruzzo (ducato di Spoleto), il Molise, il resto della Campania, la Basilicata e il nord della Puglia (ducato di Benevento), stavano sotto i Longobardi. L’ultima regione, la Liguria, fu annessa dal re Rotari a metà del VII secolo.  

Crocetta d’oro d’età longobardica (VI-VII secolo) rinvenuta a Borgomasino, ora conservata nel Museo Civico del Castello di Pavia).

I Longobardi in Piemonte.

Da ciò si ricava che il Piemonte era territorio longobardo, infatti Torino diventerà uno dei ducati più influenti e darà uno dei re più conosciuti, cioè Agilulfo (oltre al meno noto Rangiperto). Di conseguenza non sono poche le tracce lasciate dai Longobardi in Piemonte e Canavese rispetto alla durata della loro permanenza nel Nord-Italia, che si può considerare di due secoli, dal 568 d.C. anno della loro comparsa alla sconfitta con i Franchi di Carlo Magno nel 774 e la conseguente caduta di Pavia; altra storia avranno il ducato di Spoleto e quello di Benevento dovuta al loro diverso sviluppo durante il VII secolo.

I ritrovamenti.

In Piemonte, i ritrovamenti più consistenti risalgono al secolo scorso: a Testona, vicino a Moncalieri, fu rinvenuta una delle più vaste necropoli, dalle cui inumazioni vennero recuperati corredi comprendenti spade (scramasax), punte di lancia e di frecce, umboni di scudo, spilloni, pettini in osso, fibule a staffa e ceramica stampigliata.

Altri siti non compresi in territorio canavesano, comunque in zone limitrofe, e normalmente costituiti da sepolture singole, vennero alla luce a Torino, Vinovo, Carignano, Beinasco, Baldissero d’Alba, Acqui Terme, Frossasco, Borgovercelli, Crescentino, Borgo d’Ale e Alice Castello. A Biella furono ritrovate monete d’oro tremisse in associazione con ceramica, e sempre nel Biellese un tesoretto di tremisse e silique (monete coniate in oro e argento).

Durante la costruzione del ramo di metropolitana verso Susa, a Collegno è venuto alla luce un sito talmente vasto che occuperebbe da solo un capitolo, ma è fuori dal Canavese.

La Lamina di Agilulfo – frontale in oro di un elmo – conservata al Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Il regno di Agilulfo, già duca di Torino, seguì quello di Autari e si protrasse dal 591 al 616.

Il primo ritrovamento canavesano documentato risale al 1825, durante la costruzione della strada che collega Rivarossa a Lombardore: è la tomba contenente i resti di un soldato con corredo di armi coevo al regno di Rotari (del quale esiste a Ivrea, nella Biblioteca Capitolare, una copia del famoso editto). Un’incisione su un vaso del corredo riporta all’anno 645 ed è la conferma del periodo descritto; l’etimo del nome Lombardore deriva oltretutto da Castrum o Castellum Longobardorum, come viene riportato su alcuni documenti medievali.

Il diploma dell’imperatore Enrico II del 1014 a favore dell’abbazia di Fruttuaria di S. Benigno riporta la dicitura: «habeat et teneat quieto jure Castellum Longobardorum cum omnibus suis pertinentis», e quello di Ottone Guglielmo conte di Borgogna del 1019 sempre a favore di Fruttuaria «sylva quae Valda dicitur cum Castello Lombardorum».

Oltre all’insediamento di Belmonte, che come tipo di antropizzazione è avvicinabile ai castra friulani, a completamento delle evidenze archeologiche longobarde strettamente canavesane rimangono le tombe venute alla luce a Caluso e a Strambino e la necropoli di discreta estensione di Borgomasino.

L’editto di Rotari.

L’editto di Rotari del 643, documento che contiene circa quattrocento norme di legge, aiuta a capire in parte la struttura della società longobarda; essa è essenzialmente basata sui gruppi di guerrieri sparsi sul territorio, che oltre a combattere eleggono il re e partecipano attivamente alle principali decisioni politiche.

Da questo corpus legislativo si coglie anche l’impressione di una società sostanzialmente povera ed arretrata, a base agricolo-pastorale, da cui si evince ad esempio l’importanza dei maestri porcari, servi specializzati e protetti da alcune leggi.

Per confrontare questi dati delle fonti scritte vengono in aiuto i siti di Belmonte e Borgomasino (che permettono, tramite l’analisi archeologica degli scavi, lo studio dei reperti del primo e i corredi funebri del secondo) per unire cultura materiale e repertorio da combattimento di questo popolo definito «feroci barbari dalle lunghe barbe» da cui forse deriva l’etimo «longobardo».

Belmonte.

L’affioramento granitico di Belmonte che domina la parte occidentale del Canavese presenta, dalla fine del II millennio a.C., una frequentazione umana consistente e continua fino all’epoca barbarica, il cui sito si trova nei pressi della cappelletta della Veronica. I primi ritrovamenti vennero fatti dai proprietari di questa zona che chiamavano Campass, incuriositi dalle tracce superficiali e convinti di trovare chissà quali tesori. La Soprintendenza archeologica di Torino, venuta a conoscenza del fatto, bloccò i recuperi clandestini e organizzò delle campagne di scavo con il gruppo Ad Quintum di Collegno nei primi anni ’70. La relazione descrive il sito circondato da mura di notevole spessore (40-60 centimetri) e con la parte all’interno di esso divisa in tre ambienti abitativi, di un vano che ha un focolare centrale e parte di un altro è inteso come fucina. Le mura hanno direzione Est - Ovest e i due paralleli del lato Nord hanno un percorso di più di 50 metri fino ad esaurirsi ai piedi della Veronica; nella parte orientale uno dei muri poggia su uno strato consistente di embrici in maggioranza integri. Un muro dello spessore di circa 90 centimetri cinge il tutto sul lato Nord correndo sul bordo della collina alla distanza di circa un metro dai precedenti.

Le campagne di scavo condotte negli anni ’80 hanno potuto constatare una certa serie di atti vandalici con sparizione di pezzi di mura. La maggior parte di reperti consiste in strumenti di cultura materiale dai confronti indefiniti, come pesi da telaio, fusaiole, alari e catena da focolare, frammenti di stoviglie in pietra ollare, in ceramica biancastra ben tornita e in ceramica ondulata di difficile attribuzione.

Notevole dal punto di vista archeologico ed antropologico la serie di attrezzi forgiati in ferro (picconi, vomeri da aratro, falcetti messori, un palanchino, una falce, una vanga, una pala, un sarchio, una stadera, un pettine per cardare, una sgorbia, ed un coltello a due manici da falegname).

Un frammento di armilla bronzea terminante a testa di serpente fu recuperato nello strato di ceneri del focolare. Furono rinvenuti sparsi una punta di lancia, un coltello, una fibula bronzea e pezzi di cintura con la fibula ageminata in argento, uno spadino con elsa circolare, parte di un morso di cavallo, una punta di freccia e uno scodellino di metallo con manico a gancio.

Fortuitamente, nel 1969, un frate rinvenne due umboni di scudo, sempre nei pressi della Veronica. Essi erano praticamente la parte metallica fissata allo scudo in legno. La datazione rispetto alla fattura li colloca nella seconda metà del VII secolo e sono confrontabili con scudi provenienti dalla necropoli di Castel Trosino, da Nocera Umbra, da Testona, Cellore d’Ilasi, Borgo d’Ale e con quello rinvenuto nel 1901 a Torino in barriera Nizza. La Fibula è databile al VII secolo (confronti con Nocera Umbra e Castel Trosino).

Le conclusioni che si possono dedurre combaciano in linea di massima con il sito archeologico di Ibligo Invillino, nel Friuli, trattandosi di un insediamento agricolo artigianale autosufficiente e di discrete dimensioni, che ha influssi precedenti (es. Goti) ma che nel VII secolo ha i tratti inconfutabili della presenza longobarda. Per il tipo di reperti sopraelencati è pertinente anche l’ipotesi che Belmonte rappresenti il caso piuttosto raro, anche fuori dal territorio italiano, di un sito con la presenza della necropoli accanto all’abitato.

Borgomasino.

«Nel 1890 procedendo negli scavi di argilla per le fornaci di laterizi in regione Cantarana, gli operai misero in luce degli scheletri umani, armi, monete e utensili a prima vista di antichissima data». Inizia in questo modo la descrizione dei primi ritrovamenti della necropoli il parroco don Luigi Barbero nel suo libro Borgomasino, vita religiosa e civile, edito nel 1941, cioè cinquanta anni dopo il succedersi dei fatti narrati. L’autore continua precisando che la zona interessata attraversa la strada che conduce a Moncrivello ed il fosso detto Uriale; precisa anche che naturalmente il fatto destò molta attenzione e non esulò dal desiderio della popolazione di possedere qualche oggetto, per cui molto materiale andò irrimediabilmente perduto. In seguito, ma non precisa la data, durante la costruzione di alcune cascine ci furono altri rinvenimenti e per quantificarne la frequenza, nel primo scavo afferma che in mezza giornata di terreno (1900 metri quadrati) vennero alla luce oltre un centinaio di sepolture. 

Consultando i dati dei rapporti contemporanei ai ritrovamenti, anche se lacunosi, possiamo dedurre che le inumazioni fossero disposte a file secondo la tradizione germanica (reihengraber). Tre di esse riferibili probabilmente a personaggi altolocati essendo stati riesumati in connessione con i resti delle cavalcature e i loro finimenti. Nei corredi si constata la presenza della classica ceramica stampigliata associata a braccialetti in bronzo, collane in ambra e pasta di vetro, orecchini in filigrana e croci in lamina d’oro che venivano cucite su del tessuto posto sul volto del defunto. Numerose le armi, tipico delle tombe longobarde (spathe, scramasax, coltelli e punte di lancia) e oltre alle parti metalliche degli elmi, corazze e scudi (chiodi, borchie, fibbie, anelli) non mancano alcune monete d’oro di imitazione bizantina.

Nel complesso, la necropoli di Borgomasino trova confronti con quelle più famose di Testona, Castel Trosino e Nocera Umbra.

Bibliografia.

L. Barbero, Borgomasino,vita religiosa e civile,Tipografica Editrice Piemontese, Torino 1941.

L. Bertotti, I Longobardi di Belmonte in «Canavèis» n. 4 (autunno 2003).

M. Brozzi, C. Calderoni, M. Rotili, L’ Italia dei Longobardi, Edizioni Jaca Book, Milano 1980. 

P. Diacono, Storia dei Longobardi, Edizioni Mondadori.

G. Fasoli, I Longobardi in Italia, Patron Editore, Bologna 1965.

S. Gasparri, I Longobardi. Alle origini del Medioevo Italiano, Edizioni Giunti, Firenze 1990.

P. Delogu, I Longobardi, All’Insegna del Giglio, Firenze 2001.

C. Renfrew - P. Bahn, Archeologia-teoria-metodi-pratiche, Zanichelli, 2006.

Ad Quintum, n. 5, Pinerolo 1978.

Bollettino SASAC, n. 7, Ivrea 1981.

Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, Torino, numeri 3, 5, 7.

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