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Quando i bottoni si tornivano a mano

IN FOTO Bottoni di produzione settimese

IN FOTO Bottoni di produzione settimese

Caratteristico dell’area di Settimo Torinese, il mestiere del bottonaio fu esercitato con continuità per oltre un secolo a partire dagli anni del regno di Carlo Alberto (1831-1849). Le fabbriche che lavoravano l’osso e il corno con sistemi tradizionali cessarono quasi contemporaneamente l’attività dopo la seconda guerra mondiale, mentre continuarono a operare le piccole aziende specializzate nelle produzioni in madreperla e resine sintetiche.

Secondo la voce popolare sarebbe stato un certo Giovanni Battista Pagliero, nato nel 1808 e deceduto nel 1871, a introdurre in Settimo le tecniche di tornitura dell’osso, dopo avere appreso il mestiere del bottonaio in Spagna. Il laboratorio da lui aperto svolse un ruolo che si può definire quasi pionieristico poiché la lavorazione dell’osso aveva avuto, sino a quel momento, scarsa diffusione in Piemonte. Lungo il corso della Bealera del Mulino, i discendenti di Pagliero impiantarono altri quattro laboratori artigianali che finirono con l’assumere le dimensioni di vere e proprie fabbriche.

IN FOTO Utensili per la lavorazione dell’osso

La materia prima per produrre i bottoni in osso era costituita dai femori e dagli stinchi dei bovini che giungevano a Settimo già essiccati e sgrassati. Il ciclo di lavorazione comprendeva numerose fasi. Innanzi tutto i bottonai segavano longitudinalmente le ossa, scartando le parti spugnose. Quasi sempre si preferiva sezionare il pezzo con più tagli, a seconda delle sue dimensioni, in modo da ottenere almeno quattro placchette di spessore sufficientemente uniforme e di ridotta curvatura. Si legge in un diffuso manuale sulle applicazioni dell’osso nelle industrie (anno 1923): «è sorprendente l’abilità e la sveltezza degli operai e dei garzoni in questi lavori; chi assiste per la prima volta rimane colla impressione di vederli asportarsi, colle piccole seghe o cogli scalpelli, qualche lembo di falange. Invece difficilmente questo avviene e basta un po’ di pratica per lavorare con sicurezza e prestamente».

Secondo la voce popolare sarebbe stato un certo Giovanni Battista Pagliero, nato nel 1808 e deceduto nel 1871, a introdurre in Settimo le tecniche di tornitura dell’osso, dopo avere appreso il mestiere del bottonaio in Spagna

Dopo il taglio si passava alla cosiddetta «segnatura». Speciali punte fissate al mandrino del tornio imprimevano sull’osso il profilo anteriore e quello posteriore dei bottoni. Il compito era affidato a operaie chiamate «marcòire». Quindi intervenivano le «dëstacòire» che sbalzavano i pezzi dalle placchette. I fori del bottoni – due o quattro a seconda del modello – si praticavano con altrettante punte montate su una sorta di piccolo tornio che le manteneva in rotazione per mezzo di cinghie. È comprensibile che i bottonai cercassero di ridurre al minimo i cascami. In ogni caso, nulla dell’osso finiva disperso. Mescolata ad altre sostanze, la segatura trovava impiego come concime, mentre le parti superstiti delle placchette servivano alla preparazione di colle animali.

Per la successiva operazione di «sbavatura» si utilizzava un barilotto ruotante, all’interno del quale si versavano acqua e pomice. I bottoni venivano successivamente bolliti in una soluzione di acqua ossigenata. Dopo averli risciacquati si provvedeva a lucidarli con un metodo analogo a quello impiegato per la «sbavatura». Ed erano infine pronti per essere confezionati in scatole e spediti in tutta Italia e all’estero (Sudamerica, Filippine, Indie, Giappone, ecc.).

Oltre ai bottoni, le fabbriche di Settimo producevano una vasta gamma di piccoli oggetti in osso. Si andava dai bocchini portasigarette agli anelli per tendaggi, dagli agorai agli attrezzi per l’uncinetto e il ricamo, dagli interruttori elettrici alle pedine per il gioco della dama e degli scacchi. Dopo la prima guerra mondiale si tentò anche di avviare una produzione di bottoni in avorio vegetale, ma il successo si rivelò effimero. 

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