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“Mio marito invalido è condannato all’ergastolo”: da oltre un anno chiusi in casa al terzo piano senza ascensore (VIDEO)

Nelle case ex Gescal di via Buozzi, a Venaria Reale, Sergio Baldinu, invalido al 100%, non riesce più a uscire dal suo appartamento. La moglie Daniela Fregnan denuncia il silenzio di ASL, ATC e Comune: “Ci hanno lasciati soli, e intanto lui vive da prigioniero”

Un uomo di 72 anni chiuso in casa da oltre un anno, al terzo piano di una palazzina senza ascensore. Non è una metafora, non è un’esagerazione, non è un modo di dire buono per fare effetto. È quello che sta accadendo a Venaria Reale, nelle case ex Gescal di via Bruno Buozzi 13/2, dove Sergio Baldinu vive con la moglie Daniela Fregnan e dove, da mesi, la vita quotidiana si è ridotta a un perimetro strettissimo fatto di letto, bagno, poltrona e cucina. Fuori c’è il mondo. Dentro c’è una segregazione che non ha sbarre, ma tre piani di scale.

“Mio marito è prigioniero in casa, e io lo dico chiaramente: quello che stanno facendo a lui è come un ergastolo, perché non ha ucciso nessuno, non ha fatto del male a nessuno, eppure è costretto a passare le sue giornate chiuso qui dentro senza poter scendere, senza poter prendere aria, senza poter fare una passeggiata, senza poter vedere altro che queste stanze”.

Il dolore di Daniela Fregnan si sente, quasi si tocca con mano appena varcata la soglia di questo piccolo ma grazioso appartamento del quartiere popolare al confine tra i Comuni di Venaria Reale e Torino.

La storia clinica di Sergio Baldinu è lunga, pesante, logorante. La sua non è una fragilità improvvisa, ma un progressivo precipitare delle condizioni di salute.

Daniela Fregnan la ripercorre come chi ha imparato a memoria date, diagnosi e paure, perché quando una famiglia passa anni fra ospedali, controlli e ricoveri ogni parola smette di essere astratta e diventa carne viva.

“Mio marito ha iniziato il suo calvario tredici anni fa, quando ci siamo accorti che non stava bene e gli hanno trovato un carcinoma maligno all’uretere, e lì è stato il primo intervento, con l’asportazione dell’uretere e del rene. Poi, qualche anno dopo, non stava di nuovo bene e dai controlli è venuto fuori un altro carcinoma maligno, questa volta al polmone, e gliel’hanno dovuto togliere tutto perché era troppo esteso. Dopo ancora, circa cinque anni fa, è arrivato anche il terzo tumore, alla vescica, e hanno dovuto intervenire anche lì. Poi non bastava ancora, perché durante i controlli hanno scoperto pure un aneurisma addominale che all’inizio era piccolo ma che col tempo è cresciuto fino a diventare gravissimo”.

Daniela Fregnan con il marito Sergio Baldinu e i loro due cani

Il punto di rottura, racconta la moglie, arriva dopo l’ultimo intervento, quello più delicato, il più rischioso, quello che segna un prima e un dopo nella loro vita domestica. “Quell’aneurisma era arrivato a quasi sette centimetri ed era attaccato praticamente all’unico rene che gli era rimasto, quindi i medici avevano paura a operarlo per tutte le sue fragilità, ma non c’era alternativa. Da quel momento le sue condizioni si sono aggravate in modo drammatico, perché lui è tornato a casa dall’ospedale e non ha più ripreso a camminare come prima. Da allora, se non viene sostenuto, cade. Se non lo accompagno io, non si muove. E da quel momento la nostra casa è diventata una trappola”.

La trappola ha un indirizzo preciso, un piano preciso, una causa precisa. Terzo piano, ultimo piano, nessun ascensore. Case popolari di proprietà ATC, costruite negli anni Settanta, in un tempo in cui per edifici di tre piani l’ascensore non era obbligatorio. Formalmente tutto regolare. Sostanzialmente, oggi, tutto insostenibile.

Daniela lo racconta senza alzare la voce, ma proprio per questo il suo racconto colpisce di più. “Noi abitiamo qui da quarantotto anni, praticamente una vita intera, paghiamo l’affitto ad ATC e non abbiamo mai pensato che un giorno quelle scale sarebbero diventate un muro. Prima, bene o male, con fatica riuscivamo ancora a gestire la situazione, ma adesso no, adesso lui non scende più. Se deve andare a fare una visita, se deve fare un controllo, se deve uscire per una necessità medica, io da sola non ce la faccio, perché non posso portare giù per tre piani un uomo nelle sue condizioni”.

È qui che la cronaca diventa una questione pubblica e non più privata. Perché la famiglia non è rimasta ferma, non è rimasta chiusa nel silenzio, non ha rinunciato a chiedere aiuto. Le richieste sono partite. Le porte sono state bussate tutte. ASL To3, Agenzia Territoriale per la Casa, amministrazione comunale. Persino il sindaco di Venaria Reale, Fabio Giulivi. Ma la soluzione non è mai arrivata.

Le scale del condominio sono diventate un muro impossibile da superare per Baldinu

“Quando ci siamo resi conto che mio marito non poteva più salire e scendere le scale, abbiamo fatto tutte le pratiche che ci hanno detto di fare - racconta Daniela Fregnan -. È venuta la fisiatra, ha constatato la situazione, ha detto chiaramente che lui aveva bisogno di un aiuto per salire e scendere, e noi ci siamo fidati, abbiamo pensato che finalmente qualcuno avrebbe capito davvero il problema. Le pratiche le abbiamo iniziate a marzo dell’anno scorso, e poi ci hanno detto che la domanda era stata accolta, quindi io ero convinta che il montascale sarebbe arrivato davvero”.

Invece no. O meglio: arriva qualcosa, ma non quello che serviva.

“A dicembre mi suona il campanello un signore e mi dice che mi ha portato il montascale. Io sono andata ad aprire pensando che finalmente si fosse sbloccata la situazione, e invece mi sono trovata davanti una carrozzina con i cingoli. Io quella l’ho rifiutata, e l’ho rifiutata non per capriccio, ma perché sono anch’io una persona con problemi di salute, ho un’invalidità del 70 per cento, sono stata operata, ho dolori, ho paura, e non me la sento fisicamente né mentalmente di portare giù mio marito su una carrozzina a cingoli per tre piani di scale. Non si sta parlando di quattro gradini all’ingresso di un palazzo, si sta parlando di tre piani interi, in salita e in discesa”.

Il cuore della denuncia è tutto qui. La famiglia non sta chiedendo un favore, ma uno strumento adeguato alla situazione. Non una toppa. Non una soluzione scaricata sulle spalle della caregiver. Non un dispositivo che, nei fatti, trasforma il problema tecnico in un rischio umano ancora più grande.

“Noi stiamo aspettando un montascale, non una sedia a rotelle. A me andrebbe bene anche un seggiolino, non è che pretendo la luna, non sto chiedendo un ascensore nuovo di zecca per tutto il palazzo, sto chiedendo qualcosa che permetta a mio marito di scendere in sicurezza. Poi io la carrozzina la tengo in cantina, vado a prenderla, lo accompagno in macchina, faccio quello che devo fare. Ma il punto è arrivare giù. Il punto è uscire di casa. Il punto è smettere di vivere segregati”.

E qui il racconto si allarga. Perché accanto alla richiesta negata c’è anche la beffa del confronto con ciò che si vede intorno. “Nella palazzina di fronte l'ATC ha fatto dei lavori importanti e hanno messo anche l’ascensore esterno e la pedana per disabili. Quando io ho chiesto se almeno qui si poteva avere un montascale, mi è stato risposto che era troppo costoso e che non ce l’avrebbero mai dato. Questo è quello che mi è stato detto. Troppo costoso. E io continuo a chiedermi quanto possa costare, invece, lasciare una persona chiusa in casa per un anno e mezzo”.

La risposta che la famiglia ha ricevuto da ATC è stata un’altra: chiedere il cambio alloggio. Una via teorica, non reale.

“Ci hanno detto di fare domanda per cambiare casa - continua -, ma poi quando si è mosso il nostro avvocato la risposta è stata sostanzialmente questa: sì, la domanda potete anche farla, ma alloggi non ce ne sono e quindi non ve lo daremo mai. E allora che risposta è? Che soluzione è? È un modo elegante per dirti che devi continuare a restare dove sei, anche se dove sei non puoi più vivere in condizioni dignitose”.

Anche dal Comune, racconta la donna, non è arrivato nulla di concreto. “Io ho parlato anche con il sindaco Fabio Giulivi, gli ho spiegato la nostra situazione, che peraltro conosce, e lui mi ha detto di girargli la mail, che avrebbe visto cosa si poteva fare. Io la mail gliel’ho girata, ma poi non l’ho più sentito. E intanto noi siamo ancora qui. Le mail continuano a partire, il nostro avvocato continua a sollecitare, ma nessuno risponde davvero e nessuno prende in mano il problema fino in fondo”.

Nel frattempo, la vita va avanti nel modo più faticoso possibile.

La palazzina dove vive la famiglia Baldinu

Troppo spesso la politica parla di disabilità in termini astratti, amministrativi, percentuali, contributi, bandi, prestazioni. Ma la disabilità, quando entra in una casa, cambia ogni gesto. La moglie lo descrive con crudezza e senza vittimismo. “La mattina mi alzo molto presto, verso le sei o le sei e mezza, perché finché lui dorme cerco almeno di sistemare casa, di fare un po’ di ordine. Poi preparo la colazione, vado da lui, gli metto le calze, le scarpe, lui mi abbraccia, si aggrappa a me, io gli giro le gambe, lo tiro su piano piano finché riesce ad appoggiare i piedi a terra, e da lì in avanti gli faccio io da deambulatore, perché in questa casa il deambulatore vero non passa, infatti quello che ci avevano dato l’ho dovuto rimandare indietro. Lo accompagno in bagno, lo lavo, lo cambio, lo porto in cucina, poi sulla poltrona, poi di nuovo in bagno. La nostra giornata si svolge tutta così, tra la cucina, il bagno e la camera”.

In queste parole c’è già tutto. C’è il lavoro invisibile di cura che ricade quasi interamente su una moglie anziana e malata. C’è la solitudine di chi non chiede più per sé, ma solo per il coniuge. C’è il limite fisico che si avvicina ogni giorno. E c’è soprattutto il crollo di ogni retorica pubblica sulla domiciliarità felice, sull’assistenza territoriale, sulla presa in carico, quando poi manca l’elemento più elementare: poter uscire di casa.

Daniela lo dice con una lucidità che non ha bisogno di commenti. “Io non sto chiedendo aiuto per me. Finché ce la faccio, vado avanti. Porto giù i cani, vado in farmacia, pago le bollette, giro per dottori, faccio quello che devo fare. Ma non si può condannare una persona di 72 anni a stare chiusa in casa in questo modo. Lui non può andare in giardino, non può incontrare nessuno, non può prendere un po’ d’aria se non quando c’è una visita medica e allora bisogna organizzare tutto come se fosse una spedizione. Questa non è vita”.

Le uniche uscite, infatti, sono quelle sanitarie. E anche quelle costano fatica, soldi, organizzazione, paura. “Quando devo portarlo fuori devo chiamare l’ambulanza oppure qualcuno che venga ad aiutarmi a scendere gradino per gradino e poi a risalire gradino per gradino. Ogni volta è un problema, ogni volta è una prova, ogni volta devi sperare che non succeda niente. E tutto questo solo per fare visite che per lui sono indispensabili, perché continua ad avere controlli oncologici, neurologici, geriatrici, urologici. Non è una persona che può rinunciare alle cure, ma ogni cura qui diventa un ostacolo in più”.

“Io faccio un appello a chi oggi amministra e a chi domani amministrerà Venaria - conclude Daniela Fregnan -. Si ricordino dei disabili, perché i disabili sono diventati invisibili. Siccome non si vedono, allora è come se non esistessero, e invece esistono eccome, esistono loro e le famiglie che ogni giorno si fanno carico di tutto da sole. Io avevo chiesto anche un aiuto domiciliare, e anche quello mi è stato negato perché non ci sono soldi. Ma allora la domanda è semplice: se non ci sono soldi per l’assistenza, non ci sono soldi per i montascale, non ci sono case alternative, non ci sono risposte, che cosa resta a una famiglia come la nostra?”

Resta l’attesa. Resta la stanchezza. Resta la sensazione, sempre più forte, che il problema non sia tecnico ma politico. Perché la vicenda di Sergio Baldinu dice una cosa precisa: i diritti, senza strumenti concreti, diventano carta. L’invalidità riconosciuta al 100 per cento, l’accompagnamento, le visite specialistiche, le certificazioni, i sopralluoghi, le pratiche accolte, tutto questo non basta se poi una persona non può neppure varcare la porta di casa.

E allora il punto è un altro. Il punto non è soltanto se un montascale costi troppo. Il punto è che una città, un ente gestore e un sistema sanitario hanno di fronte un cittadino che da oltre un anno non può uscire dal proprio appartamento e, nonostante questo, non hanno ancora costruito una soluzione vera. Il resto sono dettagli amministrativi. Il resto sono rinvii. Il resto è burocrazia che si accumula sulla pelle di chi non ha più tempo da perdere.

L’ultima frase della moglie non è una frase da chi cerca compassione. È la frase di chi chiede che qualcuno, finalmente, si assuma una responsabilità. “Noi siamo qui che aspettiamo e vorremmo solo capire come finirà questa storia, perché così non si può andare avanti. Io non chiedo miracoli, non chiedo privilegi, chiedo solo che mio marito possa smettere di vivere da prigioniero in casa sua”.

Questa, più che una notizia di cronaca, è una radiografia impietosa di come si può diventare invisibili pur essendo già stati riconosciuti da tutti i certificati possibili.

Sergio Baldinu esiste per l’ASL quando c’è da attestare l’invalidità. Esiste per ATC quando c’è da incassare l’affitto. Esiste per la politica quando c’è da ascoltare una storia e promettere attenzione. Ma se poi quell’uomo continua a restare al terzo piano senza ascensore, senza montascale e senza una via d’uscita, allora il punto è semplice: lo Stato lo ha visto, ma non lo ha raggiunto. E una città civile dovrebbe misurarsi esattamente su questo: su quanta strada è disposta a fare per chi, da solo, non può più fare nemmeno una rampa di scale.

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