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Settimo Torinese
03 Novembre 2022 - 18:29
Case dei lavandai
A differenza dei lavandai di molte zone della pianura padana, quelli del Torinese (Bertolla, San Mauro, Settimo e Mappano) non lavavano direttamente i panni nel Po o in un altro fiume o torrente, ma in canali e fossi per lo più alimentati da rogge o «bealere» che derivavano l’acqua dalla Stura di Lanzo. Per tale motivo, le case dei lavandai – dette, in piemontese, «ciabòt dla lëssìa» ovvero casupole del bucato – sorgevano sempre nei pressi di una roggia.

Settimo Torinese negli anni Trenta dello scorso secolo. Le macchie bianche sono i panni stesi al sole dai lavandai
Italo Calvino, nel 1958, osservava che «le lavanderie non si vedevano» dalle «strade carrozzabili […] fiancheggiate da una striscia di case», dietro le quali «c’era il verde». Occorreva cercarle, «cacciando gli occhi per ogni cancello d’aia e ogni sentiero»: «Ero uscito a poco a poco dall’abitato, e le file dei pioppi si facevano a ridosso della strada, segnando le rive dei frequenti canali. E là in fondo, oltre i pioppi, vidi un prato veleggiante di bianco: roba stesa».

«Ero uscito a poco a poco dall’abitato, e le file dei pioppi si facevano a ridosso della strada, segnando le rive dei frequenti canali. E là in fondo, oltre i pioppi, vidi un prato veleggiante di bianco: roba stesa».
Nella pianura di Settimo Torinese, poiché la zona più ricca di corsi d’acqua era quella meridionale, i lavandai costruirono le loro abitazioni prevalentemente a valle del terrazzo naturale che divide il territorio da sud-ovest a nord-est oppure in luoghi che presentavano analoghe caratteristiche (le regioni Moglia e Proglia, ad esempio). Alla casa erano sempre annessi il laboratorio e la stalla: in quest’ultima si ricoverava il cavallo, indispensabile per il trasporto della biancheria, e talvolta una o due mucche, nutrite con l’erba dei prati dove si sciorinavano i panni puliti.
Il laboratorio consisteva in un’ampia stanza al piano terreno dell’edificio: vi si trovavano alcuni tinelli di cemento, una caldaia (il cosiddetto «forlèt»), le assi da bucato e i cavalletti per lo sgocciolamento dei panni. Un’altra stanza, al centro della quale troneggiava una grossa stufa a carbone, serviva per asciugare i panni durante la brutta stagione. All’esterno dell’edificio, sulla diramazioni della roggia, sorgevano una o più tettoie, sotto le quali i lavandai insaponavano e sciacquavano i panni. Una chiusa consentiva di mantenere costante il livello dell’acqua, indipendentemente dalle variazioni di portata del canaletto.
L’aumento delle lavanderie in Settimo Torinese comportò una forte crescita della popolazione che risiedeva all’esterno del centro abitato di più antica origine. Nel solo ventennio fra il 1881 e il 1901, la quota di popolazione «non accentrata» salì dal 25 al 38 per cento del totale.
Il piano regolatore redatto nel 1952 dal professor Sandro Molli Boffa non poté prescindere da tale situazione territoriale. Fu pertanto individuata una zona definita «semirurale o dei lavandai». Il piano, tuttavia, non ebbe corso. Ma le spinte all’insediamento nelle aree periferiche del territorio continuarono a influenzare lo sviluppo urbanistico di Settimo anche quando la stragrande maggioranza delle lavanderie aveva ormai cessato l’attività. Le strade delle regioni Chiomo, Moglia, Gribaudia e Vagliè – che, in origine, conducevano alle case dei lavandai, perdendosi poi fra i prati – costituirono, infatti, le direttrici della tumultuosa crescita edilizia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Mancando un piano urbanistico d’insieme (il primo piano regolatore effettivamente operante in Settimo fu approvato dagli organi regionali solo nel 1978), fu interesse dei costruttori e dei proprietari di aree fabbricabili conformare l’espansione al tracciato di tali vie. Da lì il disordine urbanistico che caratterizzò la crescita della città in quegli anni difficili.
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