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Montanaro. Tre lettere inedite di Giovanni Cena

Montanaro. Tre lettere inedite di Giovanni Cena

Giovanni Cena

Giovanni Cena (Montanaro, 1870 – Roma, 1917) fu dal 1901 fino alla morte redattore capo, a Roma, della “Nuova Antologia”, una delle più famose riviste letterarie dell’epoca (1). In questa veste intrattenne rapporti intellettuali con gli scrittori che pubblicavano le loro opere (o che intendevano farlo) sulle pagine della Rivista: tra di essi troviamo anche Edoardo Calandra (Torino, 1852 – 1911), romanziere, novellista ed autore di teatro, autore di numerose opere che a cavallo dei due secoli ottennero un notevole successo sia tra i letterati (fu amico di Verga, Giacosa e di altri importanti intellettuali) sia tra il pubblico. Di una corrispondenza tra i due scrittori abbiamo notizia grazie a tre lettere inedite di Cena (conservate nel Fondo Armando della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma): due ad Edoardo (la seconda delle quali accompagnata dalla risposta) ed una al fratello di questi, lo scultore Davide (2). Specialmente dall’ultima lettera (del marzo 1908) si ricava un’immagine di un Cena che non è solo lo scrittore che noi conosciamo attraverso i suoi testi poetici e in prosa o i suoi articoli, ma che è anche un fine letterato e critico dell’opera altrui. BAV Fondo Patetta Aut. 197 ff. 149v-150r [lettera su carta intestata: NUOVA ANTOLOGIA – ROMA – VIA SAN VITALE 7] 1 – VIII – 1902 Caro Calandra, chiedo perdono del ritardo. Il libro che ho ricevuto da Roma, La falce (3), mi ha fatto ricordare che avevo un impegno con Lei. Ho letto Il braccio di Arnulfo (4). Tutto interessante, fino alla fine ma la fine mi pare che ciurla un po’, pensi. L’ironia non è abbastanza evidente riguardo all’effetto prodotto sulla donna dal braccialetto. Bisognerebbe forse far notar di più quello che doveva essere per Arnulfo sul letto di morte, il ricordo di lei, profondo ricordo d’amore e quello ch’era lui per lei. Quanto al bimbo, al lettore si affacciano delle obbiezioni e dei dubbi. Era di Arnulfo? I cugini erano sposati già quando ricevono il braccialetto? No? E allora il bimbo? Quanto tempo è passato fra la partenza di Arnulfo e oggi? ecc. ecc. Tutto quello insomma che mi guasta è la penultima e l’ultima pagina. Ci pensi e me ne scriva. Si fa una riedizione di Vecchio Piemonte (5), quando? Mantovani dovrebbe parlar degli ultimi romanzi: non dimenticherà La falce. In caso che egli non mandi, è così pigro, farò qualcosa io stesso, e vorrei parlar dei due libri insieme. Saluti a Davide e alla signora e una forte stretta di mano dal suo Gio Cena *** BAV Fondo Patetta Aut. 197 f. 155r N(uova) A(ntologia) Corso, 131           8/1/1906 Caro Amico, è pronto il Suo nuovo romanzo (6)? Sarei lieto se potessimo combinare per la N. A.? Io lo leggerei in due o tre giorni e subito farei decidere l’on. Ferraris (7). Mi faccia sapere qualche cosa. Accolga intanto i miei più sentiti auguri. Prego salutare l’amico Davide. dev. Giovanni Cena *** ff. 159r-v [risposta di Calandra] Torino 10 gennaio 1906 Caro amico, ho finito e sto ricopiando. Ma vedo che sarà un lavoro lungo e faticoso. Dunque non posso fare altro che mandarle i miei vivissimi ringraziamenti per l’offerta lusinghiera e gentile, e i più sinceri auguri per il nuovo anno [seguono notizie sul fratello Davide, a Verona per un concorso] mi creda sempre suo dev E. Calandra *** BAV Fondo Patetta Aut. 197 ff. 159r-160r [busta: A Davide Calandra Scultore – Corso M. D’Azeglio – Torino] 18-III-1908 Caro amico, ho letto subito Juliette (8) e aspettavo a rispondere sperando di definire la cosa in pochi giorni. Vi ho trovato molte cose interessanti e in complesso il libro mi piace. Ho dato poi il libro all’on. F. (9), ma egli s’è arrestato là dove prevedevo, alla scena macabra, la quale anche a me fece l’effetto d’una cosa troppo voluta. Mi permetto qualche critica, in fretta. Scuserai il disordine di questa mia, ma ho poco tempo. Ho però letto con cura, come vedrai. Si tratta di cose cui si può rimediare. Parlo come uno del pubblico. Ho ancora la virtù di divertirmi o di annoiarmi leggendo un romanzo senza pensare al modo com’è fatto: poi ci torno su e cerco la ragione delle mie impressioni. Anzitutto lo sviluppo mi pare un po’ ineguale. Vi furon dei tagli? In certi punti avrei voluto maggior rapidità, certi passaggi avrei voluto più svolti: ad es. i dialoghi fra amici mi paion lunghetti, con qualche battuta superflua, mentre mi par troppo rapido, ad es., il revirement dell’amicizia di Faulis per Monteu in odio, al teatro – come quello dell’amore in indifferenza in Juliette e in Monteu nella scena capitale: ci vorrebbe, parmi, un’analisi più completa. Edoardo ha fatto del teatro e sa che non bisogna introdurre personaggi di cui non si saprà più nulla. Qui ce n’è qualcuno fra gli amici di Faulis. L’intrattenerci poi per 4 capitoli di Faulis ci fa supporre che questo sarà il personaggio principale: invece non lo si vede più ricomparire che un istante alla catastrofe. Così avviene della mummia: essa troppo occupa l’immaginazione del lettore, che s’attende chissà che cosa di straordinario intorno al fenomeno, invece scompare. Ancora, il capitolo dei medici mi par un po’ troppo lì per discorrere della scienza del tempo: ce n’è forse troppo per l’azione. Trovo felice tutta la parte dal cap. XXV alla fine. Qual è il senso generale del libro? Che la vita è un enigma, così è un enigma la donna? Juliette, la fedeltà spinta al parossismo, s’innamora facilmente a Monteu, più facilmente ancora sposa il più (?). I tempi d’altronde non portavano in tutto dei mutamenti d’una rapidità incredibile? Tutto è mistero e incoerenza e infine la vita ha sempre regione di noi. Ora, per il significato generale del libro, come per l’arte, me lo lasci dire l’amico Edoardo, la mummia (particolare disgustoso che alienerà parte dei lettori) non mi pare indispensabile. Sopprimendola non ne viene che vantaggio. Il parossismo della fedeltà in Juliette può persistere ugualmente. Juliette vede suo marito infermo, e ne attende la guarigione. Nessun altro lo vede, perché è una sua allucinazione. Questa donna che tien consegna a un invisibile mi par più suggestiva, ad ogni modo, non urtante. Questo è l’ostacolo importante. Poi son certo che lo stamperemmo nella N. A. Mi pare anche che si potrebbe aggiungere qualche altro sfondo del tempo, per non lasciar perdere al lettore il senso dell’ambiente durante la guarigione di Juliette e l’innamoramento di Monteu. Quello al teatro è riuscitissimo. Ho fatto qualche nota a lapis e ho dimenticato di cancellarla. Conclusione. Io vorrei che Edoardo rileggesse il manoscritto tenendo conto delle mie considerazioni. Sopprimesse la mummia, rimandasse il manoscritto alla N. A. che lo stamperebbe nell’estate. Vedi di persuaderlo. Io mi impegno fin d’ora di farlo pubblicare. Ciao e saluti cordiali a Edoardo tuo Giovanni Cena Note 1. Fondata a Firenze nel 1866, continuava idealmente la tradizione dell’“Antologia” del Vieusseux. Su di essa pubblicarono scrittori della portata di Francesco De Sanctis, Carducci, D’Annunzio, Verga, Capuana. Nonostante ciò che leggiamo nelle tre lettere di Cena, Calandra non pubblicò mai nulla su di essa. 2. Nato a Torino nel 1856 ed ivi morto nel 1915, fu autore, tra le altre opere, del monumento equestre ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, che si trova nel Parco del Valentino a Torino (1902). 3. Pubblicato nel 1902 dall’editore Roux e Viarengo (Roma-Torino). 4. È uno dei racconti presenti nell’edizione del 1905 di Vecchio Piemonte. 5. Di questa raccolta di racconti uscirono a Torino ben tre edizioni, alquanto diverse tra loro nei contenuti: 1889, 1895 e 1905. 6. Potrebbe trattarsi presumibilmente di A guerra aperta, uscito presso l’editore Roux e Viarengo (Torino-Roma) nello stesso anno 1906, se non (ma meno probabile) di Juliette, romanzo di cui si parla nella lettera successiva. 7. Si tratta di Maggiorino Ferraris (Acqui Terme, 1856 – Roma, 1929), “direttore-proprietario” della “Nuova Antologia” dal 1897 al 1926. Deputato della sinistra liberale, sindaco di Acqui Terme, giornalista ed economista, eletto deputato di Alessandria e di Acqui dal 1886 al 1913 e poi senatore. Fu più volte ministro: delle “Poste e telegrafi” dal dicembre 1893 al marzo 1896 (terzo e quarto gabinetto Crispi), degli “Approvvigionamenti e consumi” nel 1919 (gabinetto Orlando) e infine per la “Ricostruzione delle terre liberate” nel 1922 (gabinetto Facta). 8. Si sta parlando del romanzo, uscito a Torino nel 1909, che fu l’ultimo pubblicato dal Calandra, che scrisse ancora una novella (Il gran forestiero), rimasta inedita fino al 2003. È da rilevare, inoltre, che dei suggerimenti narrativi e strutturali proposti da Cena in questa lettera non v’è traccia nel testo poi pubblicato del romanzo. 9. Evidentemente l’on. Ferraris, di cui già si accenna nella lettera del gennaio 1906. Articolo tratto dalla rivista Canavèis
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