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Ivrea
12 Dicembre 2023 - 07:00
carcere di ivre
Non decolla il processo sui presunti "pestaggi" avvenuti nel carcere di Ivrea. Ieri mattina in tribunale a Ivrea c'è stato il secondo rinvio, dopo quello per la mancanza di notifiche. Il Gip Marianna Tiseo ha calendarizzato al 15 gennaio l'udienza preliminare che vede indagati 28 tra agenti di polizia penitenziaria e un medico.
Un periodo di tempo necessario in cui la giudice dovrà valutare le eccezioni relative all'ammissibilità alle costituzioni di parti civile sollevate dalle difese (Mario Benni, Celere Spaziante, Alessandro Radicchi e Antonio Mencobello).
A chiedere di voler costituirsi nel processo sono il Garante nazionale per i detenuti, quello regionale e comunale, Antigone (l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale) e due detenuti.
I fatti contestati - nell'indagine chiusa nel febbraio di quest'anno - risalgono all’ottobre del 2015 e al novembre del 2016, a cui si aggiunge un pestaggio del 2021. Inutile sottolineare che per i primi si va verso la "prescrizione".
Il castello accusatorio è dei Sostituti procuratori Carlo Pellicano e Giancarlo Avenati Bassi.
Nelle carte si racconta di quel medico Giovanni Muscolino che era di turno e sorseggiava beatamente il caffè, nei pressi del distributore automatico, mentre gli agenti della polizia penitenziaria picchiavano un detenuto senza troppi patemi d’animo.

Nell’elenco degli indagati: Salvatore Avino, Marco Fiorino, Francesco Ventafridda, Domenico Sorrenti, Pietro Semeraro, Giuseppe Picerno, Giuseppe Pennucci, Mickael Palumbo, Mario Fortunato, Fabio Pasqualone, Giuseppe Carabotta, Alessandro Armenio, Massimiliano Cannavò, Alessandro Landriscina, Franco Rao, Rocco Firenze, Paride Petruccetti, Emanuele Granato, Massimo Genovesi e Giovanni Birolo.

La vicenda che vede protagonista il medico Muscolino risale al 7 luglio 2015.
Quel giorno scrivono i magistrati «anziché impedire l’evento, come sarebbe stato suo obbligo, quanto meno chiamando immediatamente il comandante della polizia penitenziaria, continuava a sorseggiare il caffè, presso il distributore automatico».
Nelle carte i magistrati scrivono anche che «il detenuto, Ali Hamed, veniva tenuto fermo dagli agenti Felice Cambria e Massimo Calvano mentre Francesco Callerame, Salvatore Fantasia, Ciro Casillo e Giuseppe La Porta lo picchiavano con calci e pugni, e Giovanni Simpatico assisteva al pestaggio».
Gli agenti e il medico sono accusati di lesioni aggravate in concorso tra loro.
L’agente Simpatico è anche accusato di falso ideologico avendo scritto in una relazione indirizzata al Direttore che «il detenuto Ali Hamed, il 7 novembre 2015, dopo aver dato in escandescenza nella sua cella, la numero 9 al primo piano, era stato condotto al piano terra in infermeria, attraverso le scale di servizio e non era transitato nel locale davanti agli ascensori e che lo stesso aveva urlato più volte testuali parole: “basta, basta non ce la faccio più” riferito alla sua permanenza in carcere, alle difficoltà di non aver alcun rapporto con i familiari e di non avere alcuna disponibilità economica per acquisti di tabacco e generi di necessità».
Altra scena da horror il 25 ottobre del 2016 con il detenuto Angelo Grottini portato nell’infermeria, denudato e preso a pugni e manganellate dagli agenti Salvatore Avino, Pietro Semeraro e Francesco Ventafridda. Nella relazione gli agenti scriveranno che aveva “sbattuto la faccia scivolando accidentalmente sul pavimento reso scivoloso dall’acqua utilizzata per spegnere i focolai in precedenza appiccati in sezione...”.
Ancora pugni, schiaffi e manganellate sulla bocca, sul costato e sul viso, il 26 ottobre del 2016. A farne le spese il detenuto Marco Dolce. Su di lui l’accanimento di Salvatore Avino, Giuseppe Picerno, Giuseppe Pennucci e Domenico Sorrenti. E anche lui, si leggerà nella relazione firmata da Marco Fiorino era “scivolato accidentalmente”.
Stesso film, nella stessa giornata, con il detenuto Edoardo Surco. Portato in infermeria, fatto spogliare e percosso. In questo caso nella relazione si scriverà che avrebbe iniziato a sbattere la testa violentemente contro il vetro urlando ad alta voce “...e poi dirò che siete stati voi a picchiarmi, così vi rovino, pezzi di merda...”.
Risale invece al 22 maggio del 2016 il pestaggio di Rabi Raji, al 10 giugno dello stesso quello di Gerardo Di Lernia e, infine al 18 maggio del 2021, quello di Mouhssin Hamriti.

Gli agenti difesi, tra gli altri, dagli avvocati Celere Spaziante, Mario Benni, Angelo Lavorato, Marco Ritella, Alessandro Radicchi, Mauro Pianasso, Patrizia Mussano, Antonio Mencobello e Enrico Scolari negano con fermezza ogni addebito.
E si ricomincia, da lì, dalla cella “Acquario” situata al piano terreno, vicino all’infermeria.
E sono storie di pestaggi, all’interno di una stanza con pareti lisce, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate. I detenuti vennero accompagnati qui, in quelle giornate di fine ottobre, per sedare una protesta. Ne parlavano tutti. Non se l’erano sognata. Lo scriverà subito dopo e a chiare lettere anche il Garante Nazionale: l’acquario c’era.
Bene ricordare che questa inchiesta era stata avviata e poi archiviata dalla procura eporediese. Poi avocata nel febbraio del 2020, su richiesta dell’allora garante dei detenuti Paola Perinetto e dall’avvocato Maria Luisa Rossetti, dal procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo.
“Contrariamente a quanto si sosteneva in una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Ivrea – scriverà Francesco Saluzzo – è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate da un detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale e che presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e che ha riferito di essere stato immobilizzato a trasportato di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo”.
Già nell’estate del 2019 la Procura di Torino si era lamentata che sui pestaggi del 2015 e 2016 “le uniche indagini svolte dalla Procura di Ivrea si erano concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risultava che il detenuto era stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”.
Il dito era puntato sul Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando che “per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”.

L'ex Procuratore di Ivrea Giuseppe Ferrando
Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale Emilia Rossi.
Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime: “Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”.
Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero: “Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”.
Ed è riguardando il film “Le ali della libertà”, alla disperata ricerca di un senso a tutto questo, alla morte o ad una cella, che queste inchieste, di colpo assumono un significato davvero più profondo. Perchè... “la prima notte è la più dura. E quando senti sbattere il cancello, capisci che è vero: l’intera vita spazzata via in quell’istante. Non ti resta più niente […]. Solo una serie interminabile di giorni per pensare….”.
Agli atti anche una lettera, con nomi e cognomi, inviata nel 2015 dal detenuto Matteo Palo di Chivasso ai Radicali e pubblicata sul sito infoaut.org. Ultima fermata di un calvario cominciato con una protesta organizzata per richiedere un televisore in cella. E’ il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’era.
“Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”.
Si dirà: “Tutto falso..”. “E’ solo scivolato, caduto!”. Ma sul referto, il medico che quella sera lo visitò, scriverà che la caduta da lui descritta “non era compatibile con le lesioni riscontrate…”.
I racconti si susseguono senza soluzione di continuità.

L'ex Garante dei detenuti Paola Perinetto
“Quando mi raccontavano dei pestaggi e delle atrocità subite mi scendevano le lacrime dagli occhi” ci raccontò l’ex garante Perinetto. “All’epoca dei fatti ero una volontaria, poi ho ereditato queste denunce a cui non era stato dato alcun seguito e all’ennesimo tentativo di archiviazione ho chiesto l’avocazione. Ho raccolto quattro testimonianze in pochi mesi. Se fossi rimasta probabilmente ne avrei raccolte altre”.
Nessuna accusa di tortura, salvo l’ultimo episodio risalente a maggio del 2021, ma solamente perché come ci aveva spiegato il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, “il reato non era ancora presente nel codice penale al momento della presentazione degli esposti e dell’apertura delle indagini”.
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