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08 Marzo 2026 - 21:42
Dalla pista di Dover al fronte invisibile della logistica: la morte di un militare americano ferito il 1° marzo in Arabia Saudita accende i riflettori su vulnerabilità, obiettivi e posta in gioco del conflitto
Il Pentagono annuncia il settimo soldato americano morto nella guerra con l’Iran.
Il militare, gravemente ferito il 1° marzo in Arabia Saudita durante un attacco iraniano contro truppe statunitensi, è morto nella notte tra il 7 e l’8 marzo. A comunicarlo è stato il CENTCOM, il Comando Centrale degli Stati Uniti, in una nota diffusa domenica sera.
Con questo decesso il bilancio dei caduti americani dall’inizio del conflitto sale a sette. È anche la prima morte collegata agli attacchi iraniani fuori dal Kuwait, segno che il fronte della guerra si sta allargando ben oltre il luogo del primo scontro.
Il militare – di cui non sono stati resi noti nome, grado e unità – era rimasto seriamente ferito durante un attacco del 1° marzo contro personale statunitense nel territorio saudita. Non sono stati diffusi dettagli sul luogo in cui fosse ricoverato né sulle circostanze precise del decesso. Ma la sequenza degli eventi è chiara: la risposta iraniana all’operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio non ha colpito soltanto basi e infrastrutture in Kuwait o Iraq. Anche l’Arabia Saudita è diventata un bersaglio.

La notizia arriva a poche ore dal rientro negli Stati Uniti dei resti dei sei militari uccisi il 1° marzo nel porto di Shuaiba, in Kuwait. Le bare avvolte nella bandiera americana sono state accolte alla Dover Air Force Base, nel Delaware, durante una cerimonia ufficiale alla presenza del presidente Donald Trump e dei familiari delle vittime.
Quei sei soldati erano riservisti dell’esercito statunitense. Il loro centro operativo – un tactical operations center installato all’interno del porto commerciale – era stato colpito da un drone iraniano. L’esplosione ha distrutto la struttura e provocato la più grave perdita americana dall’inizio della guerra.
Il Pentagono ha già reso noti i nomi di quattro dei militari morti nell’attacco: Cody A. Khork, capitano di 35 anni della Florida; Noah L. Tietjens, sergente maggiore di prima classe di 42 anni del Nebraska; Nicole M. Amor, sergente maggiore di prima classe di 39 anni del Minnesota; Declan J. Coady, sergente dell’Iowa di 20 anni, promosso postumo.

Tutti appartenevano alla U.S. Army Reserve ed erano assegnati al 103rd Sustainment Command, con base a Des Moines, un comando logistico che si occupa di rifornimenti, trasporti e sistemi informatici. Un ruolo lontano dalla linea del fronte, almeno sulla carta.
È proprio questo il punto che l’attacco di Shuaiba ha riportato al centro del dibattito militare: la logistica è ormai uno dei bersagli principali nelle guerre moderne. Senza carburante, munizioni, trasporti e reti informatiche, anche l’esercito più potente perde rapidamente capacità operativa. Colpire questi nodi significa rallentare o paralizzare intere catene di comando.
Secondo analisi indipendenti e immagini satellitari diffuse dai media statunitensi, il centro operativo distrutto nel porto kuwaitiano era installato all’interno di un’area civile e disponeva di protezioni limitate contro attacchi dall’alto, in particolare contro droni armati. Una vulnerabilità che potrebbe aver trasformato un attacco relativamente semplice nella peggiore perdita americana dall’inizio del conflitto.
La guerra era cominciata pochi giorni prima. Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo Stati Uniti e Israele avevano lanciato una vasta operazione militare contro obiettivi in Iran, colpendo basi dei Pasdaran, siti missilistici e infrastrutture militari. Tra le vittime dell’attacco – secondo fonti internazionali – anche la guida suprema iraniana Ali Khamenei.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Missili balistici e droni sono stati lanciati contro obiettivi israeliani e contro basi americane in diversi Paesi del Golfo. Gli attacchi hanno coinvolto Kuwait, Arabia Saudita e altre strutture militari regionali legate alla presenza statunitense.
Mentre il bilancio dei caduti cresce, a Washington i vertici della Difesa rivendicano i risultati militari ottenuti finora. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno “accelerando” le operazioni contro l’Iran e puntano a ottenere rapidamente il controllo dei cieli del Paese.
Sul campo, però, il contrasto resta evidente. Da un lato la superiorità aerea e navale americana. Dall’altro una minaccia molto più economica e difficile da fermare: droni e attacchi mirati contro basi logistiche e strutture di supporto.

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