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SETTIMO TORINESE. “Prima della pandemia, avevo pensato di smettere di essere. Poi son ritornato”

SETTIMO TORINESE. “Prima della pandemia, avevo pensato  di smettere di essere. Poi son ritornato”

eugenio finardi

SETTIMO TORINESE. Qualcuno diceva che la vera critica musicale è aneddotica. A sentire Eugenio Finardi e Massimo Cotto, voce di Virgin Radio, ci sarebbe da dare ragione al genio che sta dietro il senso comune. Questo perché il concerto nell’ambito di “La Settima Luna” di mercoledì 9, sul terrazzo dell’Archimede, è stato un privé tra intimi, in cui il cantautore si è concesso delle brevi puntatine nel suo passato.

Finardi non ha avuto intralci a mettere i “fatti suoi” a disposizione del pubblico: «Siamo trentacinque stasera – ha attaccato – posso anche raccontarvi certi particolari».

Sul palchetto è un gigante sincero, con la coda di cavallo e una voce tutta sua. Sua madre era una cantante d’opera e lui le stava daccanto quando si esercitava nei vocalizzi. È cresciuto così, uno «strumentista della voce – come si definisce lui, poiché ha sempre amato confrontarsi con stili diversi – ma «la voce in italiano, quella ci è voluto del tempo per trovarla».

La serata scorre fra i suoi classici. Non voglio essere solo mai, Soweto, Musica ribelle e alcune cover, come Un oceano di Silenzio, per l’amico Battiato, incontrato nella Milano del 1973, dove la musica era diversa e si faceva nei locali provinciali.

Poi viene fuori la sua anima internazionale. La nonna era del New Jersey e il piccolo Eugenio trascorreva le estati negli Usa. Il cantautore lombardo da del “tu” ai Beatles, agli Stones, agli Zeppelin.

Sono band a cui deve molto non lo nasconde quando improvvisa una strofa qua e là di Come together, Stairway to heaven, o incastra un medley di Beast of Burden, dopo una strizzata d’occhio al suo braccio destro Giovanni Maggiore. A vederlo oggi, ha una patina d’antan.

Si impantana quando deve sbloccare l’Ipad per cercare i testi da intonare, e coglie subito l’occasione per buttarla in chiacchiera.

Ma non solo: Finardi prima schiva l’imbeccata di Massimo Cotto per cantare Extraterrestre, poi cede e si lascia scappare una confessione sulla monotonia della celebrità: «Prima della pandemia ero arrivato ad un picco di insofferenza. La musica era arrivata ad un parossismo.

Non ne potevo più di concerti enormi, né di essere me stesso, di essere Finardi. Il primo lockdown è stato meraviglioso. A Milano non avevo mai respirato un’aria così pulita né sentito quel silenzio». Ma niente paura, Finardi oggi è un pozzo di entusiasmo; con rinnovata linfa è salito di nuovo sul palco. All’Archimede è ritornato in scena con il primo vero concerto dopo un anno e mezzo. 

«Per un momento avevo pensato addirittura di smettere – aggiunge – ma non avrei potuto rimanere un attimo di più a casa con mia suocera, a farmi un bicchiere prima di cena».

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