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A Ivrea il 326° medico morto di Covid nell'esercizio della professione. E' Vincenzo Di Benedetto

A Ivrea il 326° medico morto di Covid nell'esercizio della professione. E' Vincenzo Di Benedetto

Di Benedetto

Stroncato dal Covid contratto nell’esercizio della sua attività. Dopo un lungo calvario a casa e in ospedale, la scorsa settimana si è spento Vincenzo Di Benedetto. Medico di base dell’Asl To4,  laureatosi nel 1978 all’Università di Pisa e specializzatosi in chirurgia, aveva iniziato a lavorare a Ivrea nel 1982. Membro della società europea di applicazioni biomediche della Statale di Milano, diabetologo, esperto di medicina naturale, storia e archeologia e per quest’ultima passione sempre in giro per il mondo, aveva  68 anni.  A Ivrea oltreché per il suo lavoro era molto conosciuto per aver indossato nel 2004 i panni di Podestà dello Storico Carnevale. 
Vincenzo Di Benedetto, podestà 2004
A novembre con i medici di famiglia stremati dal super lavoro provocato dalla pandemia aveva scritto una lettera sostenendo che il sistema sanitario era a un passo dal collasso.  “L’emergenza sanitaria - scriveva - sta in questi mesi sconvolgendo la medicina di famiglia che fatica molto ad ottemperare ai compiti che le sono propri nei confronti degli assistiti, e cioè la cura, le diagnosi e la gestione dei pazienti soprattutto cronici che come sapete sono più a rischio....” E poi ancora... “I medici di medicina generale – stigmatizzava – per dare supporto ai propri pazienti abbandonati da un sistema che non regge, stanno facendo ben oltre il proprio dovere. I nostri assistiti non ci meritano stanchi, non ci meritano offuscati perché non saremmo di aiuto se costantemente di corsa. Loro hanno bisogno di noi, come prima e forse di più, perché hanno paura e le patologie non si fermano con la pandemia». Ed erano parole dure, parole che oggi rimbombano nella testa, disgraziatamente premonitrici... Con Di Benedetto salgono a 326 i medici morti in Italia durante la pandemia di Covid-19. Ad aggiornare l’elenco dei caduti è la Fnomceo, Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri. Lo ha sottolineato il presidente Filippo Anelli durante la cerimonia per la Giornata Nazionale del personale sanitario: “Sono circa 2 milioni e mezzo le persone che sono guarite dal Covid grazie anche al fondamentale contributo di tutti gli operatori della sanità in una pandemia che ha fatto fermare il mondo e che continua a mietere vittime sia tra la popolazione che tra i medici. A oggi sono purtroppo 326 i colleghi deceduti a causa della pandemia. I medici hanno tenuto fede al loro Giuramento, ai principi contenuti nel Codice di Deontologia Medica. Si sono impegnati, con un atto solenne all’inizio della Professione, a curare tutti, senza discriminazione, ad avere cura dei propri pazienti in ogni emergenza, a curarli senza arrendersi mai. Per noi medici ‘Ogni vita conta’”. “L’esercizio della Professione medica - ha aggiunto - impone sempre un rapporto di reciprocità con la persona, spesso una persona che soffre- spiega ancora Anelli- Nell’alleviare il dolore e nella cura della sofferenza si scopre il senso, la vocazione di essere medici: ossia fare il bene, operare per il bene della persona e della comunità. Tutte le competenze acquisite, le abilita’ possedute per esercitare questa straordinaria Professione hanno un’unica finalità: fare il bene; il bene della persona e di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna. Il medico diventa cosi’ uno strumento fondamentale della democrazia del bene, ossia garante di quei diritti che rappresentano il bene per ogni persona. Si tratta di valori che vengono messi in pratica sempre, ma che sono diventati drammaticamente evidenti durante l’emergenza da Covid-19”. “Ed è per questo che non basta il titolo accademico per chiamarsi medico - ha concluso - occorre l’ingresso e la permanenza nell’Ordine e l’adesione a principi autonomamente condivisi, che impegnano a mettere al servizio del bene, degli altri, della comunità le competenze acquisite. La pandemia di Covid ha messo in luce e amplificato carenze e zone grigie preesistenti nel nostro Servizio Sanitario Nazionale, frutto di decenni di tagli lineari e di politiche alimentate da una cultura aziendalistica che guardava alla salute e ai professionisti come costi su cui risparmiare e non come risorse sulle quali investire. Carenze nella sicurezza che hanno portato molti medici a contagiarsi, alcuni a pagare con la vita il loro impegno.” Il primo medico a perdere la vita e’ stato Roberto Stella, Presidente dell’Ordine dei Medici di Varese
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