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IVREA. Sfratto per Marta la bambina affetta da sindrome di Morquio. Esecutivo il 24 febbraio

IVREA. Sfratto per Marta la bambina affetta da sindrome di Morquio. Esecutivo il 24 febbraio

ELENA CORRENTI

La loro storia, raccontata nel giugno dello scorso anno su queste pagine, aveva commosso un po’ tutti. Ed era la storia di una famiglia in grave difficoltà nell’assistere e accompagnare una ragazzina, Marta, allora tredicenne, affetta da sindrome di Morquio, una malattia molto rara che si manifesta a 2-4 anni circa, con un ritardo sostanziale nello sviluppo psicofisico. In sostanza non si cresce.

Si resta molto bassi di statura e anche in età adulta non si va oltre i 120-140 cm di altezza. Tolta l’intelligenza che resta nella norma, tutto il resto è “Out” a cominciare dai disturbi della deambulazione sino all’impossibilità di camminare correttamente. Disoccupata lei, disoccupato lui. 52 anni lei, 41 anni lui. Entrambi impegnati nell’accudire la ragazza che oggi frequenta il primo anno dell’Istituto Cena. 

Anche per questo il consigliere comunale Francesco Comotto non ci aveva pensato più di tanto a prendere carta e penna per scrivere e poi depositare una mozione che, impegnava il sindaco a mettere in atto ogni tipo di iniziativa per rendere loro la vita meno grama, eventualmente interessando il  Consorzio socio assistenziale In.rete che avrebbe dovuto prenderla in carico. Il problema oggi è la casa. E’ uno sfratto, esecutivo dal 24 febbraio, cioè da ieri. 

“Non si è mosso nessuno e nessuno mi ascolta, ancor meno in questi giorni con il Carnevale - racconta Elena Correnti, con il morale sotto terra -  Mi hanno solo preso in giro. Vediamo cosa decide il giudice. Possibile che dei diritti di Marta, invalida al cento per cento, non importi niente a nessuno. Il sindaco mi ha consigliato di rivolgermi all’assessore Giorgia Povolo che se n’è lavata le mani. Mi dicono che non ho diritto ad una casa popolare perché non risiedo a Ivrea da almeno tre anni. Mi han detto di cercarne un’altra, ma come faccio a pagarla? Io e il mio compagno siamo disoccupati. Insomma mi stanno prendendo in giro. Io lo so che nelle case ATC di Bellavista c’è un appartamento sfitto al piano terreno...”.

Quello in cui vivono da un paio di anni, al civico  74 di via Cascinette, non è dei più grossi, eppure se le sono inventate tutte per riuscire a spendere il meno possibile, a cominciare da una stufa a pellet per riscaldare l’ambiente. 

Non è dei più grossi e non è neanche dei più congeniali per una bambina che ha dei limiti fisici nel girare da una stanza all’altra. Movimenti limitati anche dalla completa assenza di un’area verde facilmente raggiungibile e da una porta d’ingresso che s’affaccia, senza grande visuale, direttamente in una delle vie più trafficate della città.

S’aggiunge che le stanze sono umide (han messo deumidificatori ovunque), la muffa viene fuori da tutte le parti, l’affitto è di 400 euro al mese e le spese condominiali sono oltremodo eccessive. E sarà anche una tragedia ma non basta. Dall’assessore Giorgia Povolo al sindaco Stefano Sertoli, non è arrivata una risposta secca, precisa e puntuale che sia una. Solo vaghe promesse condide da tanta demagogia e la demagogia come tutti sanno è qualcosa che non si mangia  e non si beve. Quando un paio di anni fa la famiglia ha deciso di venire a vivere a Ivrea (abitavano a Cigliano) lo aveva fatto per essere comoda con le scuole medie e superiori.

“Non abbiamo un’auto – raccontava Elena Correnti Per noi era fondamentale avvicinarci quanto più possibile alle scuole. Per questo siamo venuti a vivere qui. Io sono un’OSS avevo un lavoro ad Agliè che ho dovuto lasciare per questi motivi. Puoi chiedere il favore una volta, ma tutti i giorni diventa impossibile”. “Ogni tanto faccio qualche lavoretto ma son soldi che non bastano mai – aggiungeva – Il mio compagno e disabile al 50%. Abbiamo un Isee che non supera i 5 mila euro e l’unico assegno certo è quello per l’invalidità e l’accompagnamento di mia figlia  pari a 500 euro, ma questi sono soldi che spendo per lei…” 

E sembra quasi di sentirlo il leader  della Lega Matteo Salvini urlare dal palco “Prima gli italiani” con la Povolo in piazza che applaude le mani... Sì! Ma quali? La domanda è: com’è possibile che non si riesca a fare nulla per aiutare questa famiglia così tanto disagiata? E se non è il Comune o il servizio sociale a intervenire in queste circostanze, chi lo deve fare? Possibile che non ci sia una casa a disposizione per loro…? Da qui in avanti è un groppo in gola, il magone, la voglia di piangere o di mettersi a urlare, di battere i pugni sul tavolo…

“Per le case ATC – continua Elena  ci han detto che non possiamo fare domanda. E nel frattempo se non abbiamo i soldi per pagare gli arretrati che facciamo? Andiamo a vivere sotto un ponte? Mi verrebbe voglia di fare come fanno in tanti. Scassinare una porta ed occupare il primo appartamento vuoto che trovo. E pazienza se arrivano i carabinieri. Che cosa ci possono fare nelle condizioni in cui siamo? Il problema è che siamo persone oneste e non lo faremmo mai. ”

Al centro resta il disagio? Che in questo caso è il vivere male la propria esistenza in mezzo agli altri. E’ il limite ai propri movimenti. Sono le giornate infinite passate ad aspettare una risposta che non arriva mai. E poi c’è il tempo che rema contro. I soldi che non ci sono. La casa…  Ed è  difficile dare una risposta che valga per tutti e infatti il disagio lo si studia, a volte lo si accompagna pure, nel tentativo di renderlo un po’ più sopportabile. Non sempre ci si riesce.

Non sempre si è preparati e non sempre si trovano gli interlocutori giusti con occhi per vederlo, orecchie per sentirlo e testa per capirlo. Si tratta – scriveva il consigliere comunale Francesco Comotto nella mozione parlando della ragazza – di una patologia non temporanea e la necessità di assistenza alla ragazzina sarà sempre maggiore…   Non esiste oggi una terapia valida e sono in corso di ricerca le terapie sperimentali, pertanto chi ne è affetto può sottoporsi solamente a terapie sintomatiche ed ha continuo bisogno di assistenza…”.

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