Cerca

IVREA. Bomba a San Bernardo ma il sindaco non lo sa...

“L’onere di bonificare il sito spetta alla proprietà. All’ente pubblico spetta l’onere di evitare che la popolazione sia esposta all’amianto. Mi risulta che il capannone sia in sicurezza...”, alza gli occhi al cielo, quasi a sperare che Dio gliela mandi buona, il sindaco Carlo Della Pepa.  Sbagliato! Tutto sbagliato! Quartiere San Bernado, Ivrea. Lì dove un tempo e fino agli anni ‘90 entravano e uscivano centinaia di operai fieri di lavorare per l’Olivetti. Ancora qui, oggi, per raccontare di  quei capannoni trasformatisi in una “bomba ecologica”. Perchè c’era e c’è ancora l’amianto, nelle pareti e nei controsoffitti. Perchè delle persone sono morte di mesotelioma. Soprattutto perchè il lavoro di isolamento con dei pannelli di truciolato non è servito a un bel cavolo di nulla. Eggià! Si sono rotti. Sono marciti e le polveri adesso fuoriescono dalle finestre e si sparpagliano nell’aria tutt’intorno, nella case, nei campi, tra la gente... “Dovrebbero intervenire ma nessuno interviene...” racconta al microfono del giornalista Michele Valentino di Tagadà (La7) un cittadino preoccupato. “Temo per la mia salute e per tutti i residenti di San  Bernardo...” aggiunge un altro. Che la situazione sia preoccupante lo dice una relazione dell’Asl, parte integrante del voluminoso processo per omicidio colposo plurimo (sono 12 le morti accertate) a carico dei vertici dell’ex Olivetti, la stessa che in primo grado ha già portato alla condanna di nomi illustri nel panorama imprenditoriale italiano, da Carlo De Benedetti a Corrado Passera. Capannoni imbottiti d’amianto quelli di San Bernardo: qui, a pochi chilometri da Ivrea, nel 1956 vennero trasferite le “Officine meccaniche”.  Dall’asbesto non verranno mai bonificate. Lo rivela un documento interno, scovato dagli investigatori nel monumentale archivio dell’Olivetti. È datato 27 ottobre 1987: dà notizia di un censimento. L’esito è allarmante: risulta la presenza di asbesto «nell’intonaco del soffitto del capannone sud, nei pannelli della controsoffittatura del capannone centrale Ope e di alcuni uffici Osai...”. “Non siamo ancora arrivati al picco delle morti che arriverà intorno al 2020. Insomma una Storia lunga e dolorosa” scuote la testa il sindacalista della Cgil  Federico Bellomo. Il guaio di San Bernardo è che non si capisce più chi siano i proprietari e così, oggi, è facile giocare allo scaricabarile. Come davanti ad una serie di scatole cinesi. Prima c’era la Olivetti che ha venduto a uno che ha ceduto a un altro e poi c’è ancora un altro, infine la Ibk sas, una società fittizia intestata a Solin Popescu. Al fallimento è seguita un’asta giudiziaria, purtroppo senza esito. Insomma, l’ennesima truffa con tanto di soldi chiesti per la bonifica e poi spariti nel nulla. Morale di questa brutta storia: la bonifica non si farà mai perchè spetta ad un proprietario che non esiste più. E su come sia stata gestita questa struttura dai tanti amministratori succedutisi alla guida della multinazionale italiana delle macchine da scrivere, la Procura di Ivrea lo ha appreso da Giuseppe Cerbone, dal ’70 al 2001 dirigente Olivetti e dal ’90 membro del Sesl, il Servizio ecologia. Cerbone nel 2002, ormai fuori dall’azienda e dipendente di una società che si occupava di rimozione amianto, venne contattato dalla Olivetti per un preventivo. “L’ammontare del costo – spiegò Cerboneera di oltre un miliardo di lire. La bonifica di San Bernardo non venne effettuata e la Olivetti cedette il capannone ad un certo Merletti, che non fece in tempo a bonificarlo perché a quanto ne so venne arrestato”. Che bonificare abbia dei costi esorbitanti lo sa bene l’Amministrazione comunale che, infatti, in questi anni, limitandosi a tamponare, avrebbe già speso più di 50 mila euro, purtroppo non risolvendo il problema alla radice. Insomma, il buio. Solo dei morti di mesotelioma si conosce tutto. Nome, cognome, indirizzo. Giorno di sepoltura. A cominciare da quello di Franca Lombardo nata a Vercelli il 14 febbraio 1930, già residente in vita a Burolo, deceduta a Ivrea il 26 dicembre 2007. La sua storia lavorativa è stata ricostruita dal marito, Luigi Formento, parte civile nel processo,  l’8 ottobre 2008: “Mia moglie ha cominciato a lavorare all’Olivetti nel 1956. Nel 1965 è stata trasferita nello stabilimento di San Bernardo, fino al 1980, anno del pensionamento. Era addetta al montaggio dei gruppi elettrici e in seguito al cablaggio di grossi macchinari.  In quello stabilimento aveva lavorato anche Bruno Favaro. Per 10 anni, dal 1970 al 1980, è stato il reponsabile del reparto in cui si producevano le “piastre elettroniche” dei computer. Da lacrime agli occhi la sua testimonianza dell’11 maggio 2009. Schermata 2016-10-26 alle 13.00.24 Schermata 2016-10-26 alle 13.00.53Il capannone era costituito da tre campate con tetto a volta coperto con lastre ondulate di eternit - ha raccontato -   La parte bassa delle tubazioni era coibentata con tela d’amianto”. Identici i ricord di Anna Lagna, anche lei ex dipendente a San Bernardo. “Le grosse ventole che riciclavano l’aria interna sollevavano polvere, con sensazione di disagio per le vie respiratorie - racconta il 28 agosto del 2009 - La guaina esterna di colore chiaro dicevano fosse d’amianto. E i fili elettrici venivano inseriti nelle guaine usando una polvere bianca». Le pareti, i soffitti e poi il talco industriale pieno di tremolite: un tipo di asbesto che prende il nome della Val Tremola, in Svizzera, dove abbonda.  Tutto era impestato da quella polvere letale.  Letale come scriverà Enea Occella, luminare dell’Istituto d’arte mineraria del Politecnico di Torino, in risposta ad una richiesta di informazioni  del 16 febbraio 1981 firamta da Maria Luisa Ravera, direttrice del Servizio ecologia dell’azienda. “Il numero di elementi fibrosi -  risponderà Occella - supera le 500 mila unità per microgrammo. Negli Stati Uniti i limiti consentiti sono 1.000 unità per microgrammo”.  La lettera, toh guarda, risale al periodo in cui De Benedetti era presidente e amministratore delegato, ed è ciò che ha inditto  il giudice Elena Stoppini a condannarlo.
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori