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27 Aprile 2026 - 15:20
I segni sul corpo
Afferrata per un braccio, strattonata con forza e trascinata lungo il corridoio fino all’uscita, mentre urla per il dolore e cerca inutilmente di liberarsi. La scena è dura, ma è descritta nei minimi particolari in una denuncia presentata ai Carabinieri da Maddalena Perri, 62 anni, operatrice socio sanitaria in servizio all’ospedale di Ivrea, dove lavora dal 1999. Da anni è impiegata negli ambulatori di Urologia.
I fatti risalgono al primo pomeriggio del 13 marzo 2026, intorno alle 14:50. In quel momento Maddalena Perri sta svolgendo le sue mansioni quotidiane: riordino degli ambulatori, supporto alla segreteria nei momenti di pausa del personale, gestione del magazzino e, soprattutto, cura e controllo delle divise dei medici, affinché siano mantenute in condizioni igieniche adeguate.
Proprio durante il turno, una collega le chiede aiuto per ritrovare una penna multicolore smarrita, non una semplice penna di reparto ma un oggetto personale. L’operatrice si mette a cercarla, passando in diversi locali, controllando anche i propri effetti personali e l’armadietto, senza però trovarla.
Nel corso delle ricerche, transitando davanti all’ufficio dei medici, nota una divisa lasciata su una sedia e in parte a contatto con il pavimento. Un dettaglio che, per chi si occupa dell’ordine e dell’igiene degli ambienti, rappresenta una criticità. Così, come da prassi, la raccoglie con l’intenzione di destinarla al lavaggio, verificando prima che nelle tasche non vi siano oggetti che possano danneggiare il capo o andare persi. Un gesto che rientra nelle sue mansioni e che, come lei stessa precisa, viene svolto abitualmente.
È a quel punto che, stando alla denuncia, la situazione sarebbe degenerata. Il medico proprietario del camice, sopraggiunto all’improvviso, avrebbe iniziato a urlare in maniera violenta, reagendo con toni accesi alla vista dell’operatrice con la divisa in mano. Maddalena Perri racconta di essere rimasta sorpresa e scossa da quella reazione e di aver cercato di allontanarsi per evitare il confronto diretto, dirigendosi verso un’area retrostante tra la sala d’attesa e un altro ambulatorio.

Ma la tensione non si sarebbe fermata. Pochi istanti dopo, sempre secondo il racconto contenuto nel verbale, l’uomo l’avrebbe raggiunta continuando a gridare, arrivando a pronunciare frasi concitate e minacciose. La situazione sarebbe quindi passata rapidamente da verbale a fisica.
L’operatrice riferisce di essere stata afferrata con forza al braccio destro e trascinata lungo il corridoio per alcuni metri, in direzione dell’uscita. Una presa descritta come particolarmente stretta e dolorosa, che non si sarebbe allentata nemmeno di fronte alle sue urla e ai tentativi di divincolarsi. Una scena improvvisa e violenta, avvenuta in un luogo di lavoro e davanti ad altri colleghi, che l’avrebbe lasciata sotto shock, incapace inizialmente di reagire.
Subito dopo l’accaduto, Maddalena Perri si reca al pronto soccorso dello stesso ospedale di Ivrea. Qui, secondo quanto riferito nella denuncia, non avrebbe ricevuto l’assistenza attesa: il medico, infatti, non avrebbe gestito adeguatamente lo stato di agitazione e la crisi di panico insorta dopo l’aggressione, limitandosi a dimetterla e invitandola a rivolgersi autonomamente a uno specialista ortopedico, a proprie spese. In poche parole: l'abbandona...
È in questo contesto che Perri decide di chiamare i Carabinieri chiedendo di essere nuovamente sottoposta a triage. Proprio mentre si trovava in quella fase, il medico che l'aveva aggredita la raggiunge. Si avvicina con atteggiamento pentito e le chiede scusa. “Stavolta non c’è perdono”, dli dice Perri, ricordandogli un'aggressione verbale di un anno prima.
In quel momento, a intervenire sarebbe stato anche un infermiere del triage, che – sempre secondo quanto riportato – avrebbe invitato il medico ad allontanarsi, dicendogli: “Dottore per favore vattene, stai destabilizzando pure me”.
Nonostante le difficoltà iniziali, al pronto soccorso le viene infine diagnosticato “un trauma” al braccio destro. Un referto che fotografa solo in parte le conseguenze dell’episodio.
Come emerge dalla denuncia, infatti, le ripercussioni sono andate oltre il dato clinico immediato. A distanza di settimane, la donna riferisce di soffrire ancora di dolori persistenti al braccio e, soprattutto, di vivere uno stato di agitazione costante legato a quanto accaduto. Un disagio che non si è attenuato con il passare del tempo e che sta incidendo anche sulla sua quotidianità.
Per questo motivo sta continuando a sottoporsi a visite mediche e accertamenti. Ha deciso di rivolgersi anche a uno psicologo per affrontare l’impatto emotivo dell’episodio. Un percorso necessario per cercare di superare quanto vissuto all’interno di un ambiente che dovrebbe essere sicuro e protetto.
“Quel giorno – ricorda Maddalena – nessuno si è mosso. Nessun medico mi ha aiutata. Al Dea sono stata trattata in malo modo. Anche la direzione sanitaria ha fatto finto di nulla. Li ho cercati ripetutamente, ma non si sono fatti sentire… E intanto io mi sto curando a mie spese…”.
La denuncia, con tanto di fotografie, è stata formalizzata presso la Stazione dei Carabinieri di Ivrea, dove l’operatrice ha ricostruito nel dettaglio la sequenza dei fatti. Saranno ora gli accertamenti a chiarire con precisione la dinamica e a stabilire eventuali responsabilità.
Resta una vicenda che colpisce non solo per la gravità dei fatti denunciati, ma anche per il contesto in cui si sarebbero verificati: le corsie di un ospedale, luogo di cura e assistenza.
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