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Cronaca
18 Aprile 2026 - 22:27
Askatasuna, scontri nella sera
Doveva essere una giornata di mobilitazione politica, una delle tante che attraversano le città italiane sullo sfondo della guerra e della crisi in Medio Oriente. A Torino, invece, la protesta promossa dai militanti dell’ex centro sociale Askatasuna si è chiusa in un clima di forte tensione, con idranti in azione e cariche della polizia davanti all’edificio di corso Regina Margherita che un tempo ospitava lo storico spazio antagonista. Il corteo, organizzato contro la guerra e a sostegno della Palestina, era partito da piazza Statuto e, secondo il percorso previsto, avrebbe dovuto concludersi in piazza Vittorio Veneto. La manifestazione, però, ha proseguito oltre, dirigendosi verso il quartiere di Vanchiglia, dove si trova l’ex sede di Askatasuna, attualmente presidiata da polizia e carabinieri.
Per gran parte della giornata la situazione era rimasta tranquilla. La svolta è arrivata poco prima delle 22, quando i manifestanti hanno raggiunto l’area di corso Regina Margherita. In strada, secondo quanto riferito, sono scese alcune centinaia di persone. Un numero significativo, sufficiente a trasformare una protesta politica in un banco di prova per l’ordine pubblico in una zona già delicata per il suo valore simbolico e per la presenza delle forze dell’ordine. I partecipanti si sono fermati a pochi isolati dall’edificio e hanno scandito slogan contro gli agenti presenti sul posto. È in quel momento che il clima si è ulteriormente irrigidito, fino all’intervento delle forze di polizia con cariche e idranti. Un epilogo che riporta al centro una questione ormai ricorrente nelle manifestazioni più tese: il confine, sempre fragile, tra diritto a protestare e rischio di degenerazione.
Nel corso della protesta è stata anche strappata e bruciata una bandiera di Israele. Un gesto dal forte impatto simbolico, destinato inevitabilmente ad alimentare polemiche e reazioni. In contesti già segnati da un conflitto internazionale che divide e accende gli animi, episodi di questo tipo finiscono per spostare l’attenzione dal merito delle rivendicazioni alla radicalità delle forme espressive adottate in piazza. È un passaggio che pesa, perché trasforma una manifestazione nata per denunciare la guerra e sostenere la causa palestinese in un fatto di cronaca destinato a far discutere soprattutto per le sue immagini più dure. E nella comunicazione pubblica, si sa, spesso è l’immagine più estrema a imporsi sul messaggio iniziale.
A rendere ancora più evidente il contrasto della serata è stato il contesto in cui tutto è avvenuto. Nella stessa area, infatti, era in corso anche un evento musicale organizzato dal comitato di quartiere. Da una parte la protesta, dall’altra un momento di socialità locale: due facce della città che si sono ritrovate a convivere, nello stesso spazio e nelle stesse ore, in un equilibrio improvvisamente spezzato. Il quartiere di Vanchiglia si è così trasformato nel teatro di una serata sospesa tra mobilitazione politica, tensione urbana e quotidianità interrotta. È spesso nei quartieri, più che nei palazzi della politica, che si misura l’impatto reale di certe fratture: quando la cronaca irrompe nella vita ordinaria, il confine tra partecipazione e paura diventa sottilissimo.
I dati emersi dal racconto della serata delineano una sequenza precisa: la manifestazione è stata promossa dai militanti dell’ex centro sociale Askatasuna; è partita da piazza Statuto; avrebbe dovuto fermarsi in piazza Vittorio Veneto; ha invece proseguito fino a Vanchiglia, davanti all’edificio di corso Regina Margherita; in strada erano presenti alcune centinaia di persone; poco prima delle 22 la tensione è esplosa; sul posto erano schierati polizia e carabinieri; durante la protesta è stata strappata e bruciata una bandiera di Israele; infine sono entrati in azione idranti e cariche della polizia. Sono elementi che restituiscono il quadro di una manifestazione inizialmente tranquilla e poi degenerata nella fase finale. Un copione già visto in altre occasioni, ma che ogni volta lascia dietro di sé interrogativi politici e civili: sulla gestione dell’ordine pubblico, sulle responsabilità di chi organizza, sul linguaggio della protesta e sulla capacità delle città di assorbire tensioni internazionali senza trasformarle in scontro locale.
Torino, ancora una volta, si ritrova a fare i conti con una piazza che riflette conflitti ben più ampi dei suoi confini urbani. La guerra, la solidarietà internazionale, l’identità dei movimenti, il rapporto con le forze dell’ordine: tutto si è condensato in poche ore e in pochi isolati. E quando accade, la città diventa specchio di un disagio che non è solo locale. Resta il dato più evidente: una protesta nata con finalità politiche si è chiusa tra scontri e tensioni, davanti a un luogo che per una parte della militanza torinese continua ad avere un valore altamente simbolico. Ed è proprio questo intreccio tra memoria dei luoghi, attualità politica e gestione della piazza a rendere la vicenda torinese qualcosa di più di un semplice episodio di cronaca.
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