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Cronaca

Uccise la moglie nonostante il divieto di avvicinamento: la procura chiede l’ergastolo anche in appello

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Uccise la moglie

Uccise la moglie nonostante il divieto di avvicinamento: la procura chiede l’ergastolo anche in appello

La richiesta è netta e non lascia spazio a interpretazioni: la Procura generale di Torino ha chiesto alla Corte d’assise d’appello la conferma dell’ergastolo per Abdelkader Ben Alaya, il 49enne di origine tunisina che il 23 settembre 2024 uccise la moglie Roua Nabi, 34 anni, colpendola con una coltellata al petto nell’alloggio in cui vivevano. Il procedimento di secondo grado entra così nella fase decisiva, riportando alla luce una vicenda che, sin dalle prime ore successive al delitto, aveva suscitato forte attenzione per le circostanze in cui si era consumata.

Al centro del caso non vi è soltanto la dinamica dell’omicidio, ma anche il contesto in cui esso è maturato. L’uomo, infatti, era sottoposto a divieto di avvicinamento nei confronti della moglie ed era dotato di braccialetto elettronico, dispositivo che avrebbe dovuto segnalare eventuali violazioni della misura cautelare. Quel giorno, tuttavia, il sistema non entrò in funzione. Le ragioni del mancato allarme non sono mai state chiarite in modo definitivo, lasciando aperto un interrogativo che continua a pesare sulla vicenda giudiziaria e, più in generale, sull’efficacia degli strumenti di prevenzione.

Nel corso della requisitoria, la sostituta procuratrice generale Marina Nuccio ha insistito sulla necessità di non concedere attenuanti generiche, delineando un quadro familiare segnato da una condizione di sopraffazione costante. Secondo l’accusa, la donna sarebbe stata sottoposta quotidianamente a umiliazioni e denigrazioni, con una sistematica limitazione della propria autonomia personale. Le veniva impedito di lavorare e di costruire un percorso indipendente, mentre le risorse economiche disponibili venivano dissipate dall’uomo in alcol e sostanze stupefacenti.

La ricostruzione proposta dalla Procura non lascia spazio alla lettura di un gesto improvviso o isolato, ma individua nell’omicidio l’esito estremo di una violenza domestica protratta nel tempo. Un contesto che, nella valutazione dell’accusa, esclude qualsiasi possibilità di attenuazione della responsabilità penale. Nella sua argomentazione, la pubblica accusa ha anche sottolineato come il reato non possa essere ricondotto a differenze culturali, ribadendo che l’omicidio rappresenta un crimine grave in qualsiasi ordinamento giuridico.

Accanto alla dimensione giudiziaria, emerge con forza il dramma dei figli della coppia, oggi costituiti parte civile nel processo. Dopo l’omicidio, i due minori sono stati affidati a una comunità e, secondo quanto emerso nel dibattimento, avrebbero manifestato comportamenti problematici, riconducibili al clima familiare in cui sono cresciuti. In particolare, il figlio avrebbe evidenziato atteggiamenti aggressivi e difficoltà relazionali, elementi che l’accusa ha collegato direttamente alla situazione vissuta prima del delitto.

Questo aspetto contribuisce a evidenziare come la violenza domestica produca effetti che vanno ben oltre l’episodio finale, incidendo in modo profondo e duraturo sulla vita di chi ne è testimone. Il processo, in questo senso, non riguarda soltanto la responsabilità individuale dell’imputato, ma si inserisce in un quadro più ampio che interroga il sistema di tutela delle vittime e dei minori coinvolti.

Il caso di Torino assume così un valore emblematico, soprattutto per il nodo rappresentato dal braccialetto elettronico. Questo strumento, sempre più utilizzato nei procedimenti per violenza domestica, è concepito per garantire una protezione immediata e costante. Tuttavia, episodi come quello in esame sollevano dubbi sulla sua reale efficacia, in particolare quando si verificano malfunzionamenti o lacune nei sistemi di controllo.

La vicenda riporta al centro del dibattito la questione della prevenzione dei femminicidi e della capacità delle istituzioni di intervenire in modo tempestivo. Le misure cautelari, da sole, non sempre risultano sufficienti se non accompagnate da un sistema di monitoraggio efficace e da un coordinamento rapido tra le diverse autorità coinvolte.

Nel frattempo, la Corte d’assise d’appello è chiamata a esprimersi su una richiesta che conferma la linea già seguita in primo grado. La decisione finale avrà un peso rilevante non solo sul piano giudiziario, ma anche sul significato che verrà attribuito a una vicenda che ha messo in luce criticità profonde.

Resta, sullo sfondo, una domanda che continua a interrogare il sistema: quanto sono realmente efficaci gli strumenti di protezione quando il rischio è già stato segnalato? Nel caso di Roua Nabi, la risposta si intreccia con un fallimento che non è stato soltanto individuale, ma che chiama in causa l’intero sistema di prevenzione.

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