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Cronaca
14 Aprile 2026 - 19:37
Non è più soltanto il racconto di un delitto domestico, consumato tra le mura di casa. È diventato, processo dopo processo, un caso in cui la giustizia è chiamata a misurare un confine sottile e inquietante: quello tra responsabilità penale e malattia mentale. Nella Corte d’Assise di Torino, alla ripresa del processo per l’omicidio di Fernanda Di Nuzzo, 61 anni, la scena è stata tutta per gli specialisti. Perché oggi la domanda centrale non è più solo cosa sia accaduto il 29 maggio 2025 a Grugliasco, ma in quali condizioni psichiche agì Pasquale Piersanti, 62 anni, pensionato, marito della vittima.
Le risposte, però, non coincidono. Anzi, divergono in modo netto. Secondo il consulente della Procura, lo psichiatra Franco Freilone, l’imputato al momento del fatto era parzialmente incapace di intendere e di volere. Una posizione che apre alla cosiddetta seminfermità mentale: una riduzione della capacità, ma non il suo annullamento. Una linea che, se accolta dalla Corte, lascerebbe comunque spazio a una responsabilità penale piena, sia pure attenuata. Di segno opposto la valutazione della difesa. L’esperto incaricato, Mario Desana, ha sostenuto che Piersanti fosse totalmente incapace, dunque privo di qualsiasi reale possibilità di comprendere o controllare le proprie azioni in quei momenti. Una lettura radicale, che punta a escludere la punibilità o a ridimensionarla drasticamente.
Nel mezzo si colloca il contributo dello specialista nominato dalla parte civile, Elvezio Pirfo. Il suo intervento ha avuto un doppio binario: da un lato l’analisi del quadro clinico dell’imputato, dall’altro — soprattutto — la valutazione delle conseguenze devastanti lasciate sui figli. Pirfo, richiamandosi anche alle relazioni degli altri consulenti, ha indicato come “più ragionevole” l’ipotesi della seminfermità, avvicinandosi dunque alla posizione della Procura.
La ricostruzione dei fatti resta drammatica nella sua linearità. Quel 29 maggio, nella casa di famiglia, Piersanti aggredì la moglie con un coltello. Fernanda Di Nuzzo, maestra d’asilo, provò a salvarsi. Riuscì a uscire dall’appartamento e a scendere le scale della palazzina, in una fuga disperata che si interruppe poco dopo: perse i sensi e venne soccorsa. Morì il giorno seguente in ospedale. Una sequenza che racconta non solo la violenza dell’aggressione, ma anche la lucidità della vittima nel tentativo estremo di sottrarsi alla morte.
Dentro quella casa, però, c’era anche la figlia della coppia, una giovane di 24 anni affetta da sindrome di Down. È stata lei ad assistere alla scena. Ed è su di lei che si è soffermato a lungo Pirfo, descrivendo le conseguenze psicologiche come un danno biologico permanente di natura psichica. Le parole utilizzate dallo specialista sono nette: la ragazza si trova nell’“impossibilità di rielaborare un trauma inesplicabile”. Un concetto che restituisce la portata della ferita: non solo il dolore, ma l’incapacità di dare un senso a ciò che è accaduto. Anche il fratello, più grande, è parte civile nel processo insieme alla sorella, rappresentati dall’avvocato Maurizio Riverditi.
Piersanti, difeso dall’avvocato Andrea Battista, non ha fornito una spiegazione compiuta del gesto. L’unica frase che emerge dagli atti è tanto semplice quanto inquietante: “Mi sentivo morire”. Un’espressione che rimanda a uno stato di sofferenza profonda, compatibile con il quadro di depressione di cui soffriva, ma che lascia aperti tutti gli interrogativi sulla traduzione di quel malessere in un atto di violenza estrema.
Ora il processo entra nella sua fase più delicata. La Corte d’Assise dovrà scegliere quale delle ricostruzioni accogliere, o se individuare una sintesi tra le diverse posizioni. La distinzione non è solo tecnica: da essa dipende il grado di responsabilità penale dell’imputato e, di conseguenza, l’esito del processo. Seminfermità o incapacità totale, riduzione della pena o esclusione della punibilità: sono queste le coordinate entro cui si muove il giudizio. Sul fondo resta una storia familiare spezzata, in cui la giustizia è chiamata a dare un nome — giuridico e umano — a ciò che è accaduto dentro un appartamento di Grugliasco, trasformato in pochi minuti in un luogo di morte.

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