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Cronaca
19 Marzo 2026 - 13:35
Lite sul lavoro finisce in violenza: tre fratelli condannati a Torino (immagine di repertorio)
Una discussione nata sul lavoro, degenerata in aggressione e approdata in tribunale. Si è chiuso il 18 marzo con tre condanne il procedimento a carico di tre fratelli torinesi, carrozzieri in un’attività di famiglia: per tutti la stessa pena, un anno e due mesi di reclusione per lesioni aggravate.
Gli imputati, di 45, 43 e 38 anni, difesi dall’avvocato Francesco Crimi, avevano scelto il rito abbreviato. La vittima, assistita dall’avvocata Natascia Taormina, era stata risarcita prima della sentenza firmata dal giudice Paolo Gallo. Un elemento che però non ha evitato la condanna.
I fatti risalgono a circa tre anni fa. Secondo quanto emerso in aula, alla base dell’episodio ci sarebbe stata una contestazione legata a un intervento successivo a un incidente. Una discussione tra i tre fratelli e il lavoratore che, in pochi istanti, sarebbe sfociata nella violenza.
La dinamica ricostruita dall’accusa è precisa: due dei fratelli sarebbero scesi da un’auto e avrebbero raggiunto l’uomo. Il più giovane avrebbe sferrato una testata, per poi continuare insieme al fratello di mezzo con calci e pugni anche quando la vittima era a terra. Al maggiore sarebbe stato attribuito un ruolo di coordinamento dell’azione, anche sulla base di alcuni messaggi acquisiti agli atti.
L’uomo, dopo l’aggressione, era stato medicato in ospedale e aveva presentato denuncia. Da allora non lavora più per gli imputati.
In sede di requisitoria, la pubblica accusa aveva chiesto un anno e due mesi per il fratello più giovane e un anno e quattro mesi per gli altri due, anche alla luce di un precedente risalente al 2002. Il giudice ha invece stabilito per tutti la stessa pena: un anno e due mesi.
Respinta la richiesta della difesa di riconoscere la non punibilità per particolare tenuità del fatto. Una linea che il tribunale non ha ritenuto percorribile, considerando la gravità della condotta.
La sentenza ribadisce un principio netto: il risarcimento alla vittima non cancella la responsabilità penale. E nei luoghi di lavoro, dove i conflitti possono nascere, il passaggio alla violenza resta un limite invalicabile, con conseguenze che vanno ben oltre il momento dello scontro.

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