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Cronaca

Diffamazione sui social, la Corte d’Appello conferma la condanna alla figlia di Ornella Muti

Confermata a Torino la sentenza nei confronti di Naike Rivelli per i video del 2019 su Barbara d’Urso; multa e spese a carico

Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti

Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti

Un video, un’allusione, una manciata di storie su Instagram: nel 2019 bastò questo per accendere una miccia che oggi, a distanza di anni, arriva a una parola definitiva in secondo grado. Il 6 marzo la Corte d’Appello di Torino ha confermato la condanna per diffamazione nei confronti di Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti, per alcune esternazioni rivolte a Barbara d’Urso, allora volto di punta di Canale 5. Un caso che dice molto sull’alfabeto — e sui limiti — della critica nei social.

Secondo gli atti, sei anni fa Rivelli pubblicò su Instagram dei video in cui commentava interviste e modalità televisive di Barbara d’Urso. In quei contenuti, oltre alla critica, comparivano allusioni su presunti favoritismi personali legati al successo della conduttrice campana. Tra i passaggi contestati, riportati in giudizio, uno in particolare: “Voci di corridoio dicono che lei ha un amante a Mediaset… Ce l’hai l’amante a Mediaset? Chi sa chi è l’amante di Barbara d’Urso alzi la mano”. Parole che, per i giudici, travalicano la satira o la valutazione professionale per incidere sulla reputazione personale.

Con il dispositivo della Terza Sezione Penale, la Corte d’Appello di Torino ha ribadito la responsabilità penale di Naike Rivelli, confermando così la sentenza di primo grado del Tribunale di Alessandria. Nessun ribaltamento, dunque: resta la condanna per diffamazione, con l’irrogazione di una multa e l’obbligo di corrispondere le spese processuali del grado d’appello.

Barbara D'Urso



I legali di Barbara d’Urso avevano sottolineato che Rivelli “aveva pubblicamente sostenuto che Barbara d’Urso avesse un amante in Mediaset”, utilizzando “espressioni sessiste e locuzioni di irripetibile volgarità”. A loro giudizio, non c’era alcuna ironia riconoscibile, ma un attacco diretto all’onore della conduttrice. - La difesa: la linea difensiva di Rivelli ha insistito sull’intento critico, rivolto al “modello di tv” incarnato da d’Urso, senza volontà di colpirne la sfera privata. Una tesi che né in primo grado né in appello è stata ritenuta sufficiente a escludere il carattere diffamatorio delle affermazioni.

La vicenda ridefinisce, per l’ennesima volta, il perimetro della libertà di espressione online: il diritto di critica, specie quando riguarda figure pubbliche, è ampio ma non illimitato. Entrare nella vita privata con illazioni non sorrette da fatti, come rilevato dai magistrati, espone a responsabilità. È il discrimine cruciale tra opinione e diffamazione: la prima valuta condotte e prodotti professionali; la seconda colpisce la persona attraverso accuse o insinuazioni prive di prova.

Il nome di Naike Rivelli è tornato di recente al centro dell’attenzione anche per un duro attacco social rivolto a Fedez in relazione a un episodio accaduto durante il Festival di Sanremo 2026. Non è escluso — si osserva in ambienti vicini al caso — che il rapper possa valutare iniziative legali, come già accaduto con d’Urso. Segno che la “cassa di risonanza” dei social continua a moltiplicare audience e rischi, reputazione e conseguenze giudiziarie, in un equilibrio sempre più delicato tra linguaggio, responsabilità e diritto.

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