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Cronaca

“Metodologie irregolari pur di fare arresti importanti”: condannato commissario della Polizia di Stato a Torino

Tre anni e cinque mesi al sostituto commissario in servizio a Dora Vanchiglia: assolto dall’accusa di favoreggiamento

“Metodologie irregolari pur di fare arresti importanti”: condannato commissario della Polizia di Stato a Torino

“Metodologie irregolari pur di fare arresti importanti”: condannato commissario della Polizia di Stato a Torino (immagine di repertorio)

Pur di arrivare a “arresti importanti” avrebbe utilizzato «metodologie irregolari e soprattutto contrarie alla legge». È uno dei passaggi centrali delle motivazioni con cui il Gup di Torino Giovanna Di Maria ha spiegato oggi la condanna a 3 anni e 5 mesi inflitta nel giugno scorso a un sostituto commissario della Polizia di Stato, all’epoca in servizio al commissariato Dora Vanchiglia.

Il procedimento, che riguardava presunti illeciti commessi nel 2020 da alcuni agenti, si è chiuso con cinque condanne e un’assoluzione. L’ex funzionario è stato ritenuto responsabile di sequestro di persona, peculato, concussione, falso, corruzione e violazioni delle norme sulla detenzione di armi e munizioni da collezione.

Secondo quanto ricostruito in sentenza, l’obiettivo di ottenere risultati investigativi rilevanti avrebbe portato l’imputato a superare i limiti imposti dalla legge. Le indagini furono condotte dalla stessa Squadra Mobile della Questura di Torino.

Nella vicenda erano rimasti coinvolti anche due colleghi e l’allora dirigente del commissariato, Alice Rolando, accusata inizialmente di non aver esercitato sufficiente controllo sull’operato del sottoposto. Al termine del processo, però, la dirigente è stata assolta “per non avere commesso il fatto”.

Un passaggio delicato dell’inchiesta risale al dicembre 2020, quando durante una perquisizione nell’abitazione dell’agente furono trovati 300 mila euro nascosti in alcune buste di cellophane, in una stanza adibita ad armeria. Secondo le indagini, il denaro sarebbe stato riconducibile al figlio del poliziotto, ritenuto coinvolto in un traffico di droga legato a una figura della criminalità organizzata poi divenuta collaboratore di giustizia.

L’agente era stato accusato anche di favoreggiamento, ma su questo punto il Gup lo ha assolto: «non c’è prova che fosse al corrente dell’attività del figlio», si legge nelle motivazioni.

La pubblicazione delle ragioni della sentenza riporta l’attenzione su una vicenda che aveva scosso gli ambienti investigativi torinesi, ponendo al centro il tema del rispetto delle regole anche nell’azione di contrasto alla criminalità. Un principio che la sentenza ribadisce con nettezza: l’efficacia dell’azione di polizia non può prescindere dalla legalità dei metodi impiegati.

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Tribunale di Torino

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