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21 Febbraio 2026 - 22:28
Omar ed Erika quando furono arrestati ne 2001
Il tempo passa, ma alcune date restano incise nella memoria collettiva come ferite che non si rimarginano mai del tutto. Venticinque anni dopo, il 21 febbraio continua a essere una giornata carica di silenzio e ricordi a Novi Ligure. Era il 2001 quando il quartiere Lodolino divenne teatro di uno dei delitti più sconvolgenti della cronaca italiana: l’omicidio di Susy Cassini e del piccolo Gianluca, massacrati con 97 coltellate dalla figlia sedicenne Erika De Nardo e dal suo fidanzato, Mauro “Omar” Favaro, allora diciassettenne.
«Non si dimentica un fatto così tragico, però la città è stanca di essere associata a questa vicenda. Novi vuole essere ricordata per altro, per le sue positività». Le parole del sindaco Rocchino Muliere, affidate a una breve dichiarazione telefonica, riassumono lo stato d’animo di una comunità che da un quarto di secolo convive con un marchio mediatico difficile da scrollarsi di dosso.
La sera del 21 febbraio 2001, nell’appartamento di via Monte Rosa, si consumò una violenza brutale e prolungata. Susy Cassini, 41 anni, e il figlio Gianluca, appena undicenne, furono colpiti ripetutamente con un coltello da cucina. Novantasette fendenti complessivi, un numero che da solo racconta l’efferatezza di quell’azione. In un primo momento si parlò di un’aggressione da parte di sconosciuti. Erika tentò di depistare le indagini, raccontando di un’irruzione in casa. Ma la ricostruzione dei carabinieri smontò presto quella versione. Le incongruenze, le tracce di sangue, le testimonianze portarono rapidamente alla verità: a colpire erano stati proprio i due adolescenti.
Il movente, secondo quanto emerse nel corso del processo davanti al Tribunale per i minorenni di Torino, era legato all’opposizione della madre alla relazione tra Erika e Omar. Un conflitto familiare degenerato fino all’irreparabile. L’idea di “liberarsi” di un ostacolo si trasformò in una tragedia che lasciò attonita l’opinione pubblica. Il caso scosse l’Italia non solo per la ferocia del delitto, ma per l’età degli autori. Due ragazzi poco più che bambini capaci di un’escalation di violenza che sembrava incomprensibile.
Durante il processo si susseguirono perizie psichiatriche e valutazioni sulla capacità di intendere e di volere. Si parlò di fragilità adolescenziale, di dipendenza affettiva, di un legame chiuso e totalizzante tra i due giovani. Erika De Nardo fu condannata a 16 anni di reclusione, Mauro “Omar” Favaro a 14, pene ridotte in considerazione della minore età all’epoca dei fatti. Le sentenze alimentarono un ampio dibattito nazionale sulla giustizia minorile, sulla funzione rieducativa della pena e sui limiti del sistema di fronte a delitti di tale gravità.
Entrambi hanno scontato la condanna. Dopo la scarcerazione, hanno cercato di ricostruirsi una vita lontano dall’attenzione mediatica. Erika De Nardo ha scelto negli anni un profilo estremamente riservato, evitando apparizioni pubbliche e mantenendo lontana dalla cronaca la propria esistenza. Mauro Favaro si era trasferito, aveva lavorato, si era sposato e aveva avuto dei figli, provando a lasciarsi alle spalle il peso di un passato ingombrante.

Omar Favaro
A distanza di venticinque anni, però, il suo nome è tornato nelle aule di tribunale. Favaro è attualmente a processo a Ivrea con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia nei confronti dell’ex moglie. Accuse tutte da verificare nel corso del procedimento giudiziario, ma che hanno riacceso inevitabilmente i riflettori su una vicenda che Novi Ligure fatica a considerare solo storia.
Per la città, ogni anniversario riapre una pagina dolorosa. Il quartiere Lodolino, nel tempo, è tornato alla normalità. Le nuove generazioni conoscono quella tragedia più attraverso i racconti che per esperienza diretta. Eppure il nome di Novi Ligure continua, nell’immaginario collettivo nazionale, a essere associato a quel duplice omicidio.
È proprio contro questa etichetta che si leva la voce del sindaco Muliere. Non per negare o rimuovere, ma per rivendicare un’identità più ampia. Novi è industria, associazionismo, sport, volontariato, vita quotidiana che scorre. È una comunità che ha sofferto e che ha cercato di ricomporsi, senza dimenticare.
Vent’anni, venticinque anni, non cancellano un fatto così tragico. Ma segnano anche il passare di una generazione. Restano le vittime, il dolore dei familiari, le domande che non trovano mai una risposta definitiva. Resta una pagina nera della cronaca italiana. E resta, per una città intera, la volontà di non essere definita per sempre soltanto da quella notte di sangue.
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