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Cronaca

Groscavallo, otto giovani sfidano la bufera sulle Alpi Graie e tornano all’alba con un ferito

Tra rischio valanghe e vestiti inadeguati: otto giovani indiano-pakistani trascorrono una notte all'addiaccio sulle Alpi Graie, forse tentando il passaggio verso la Francia.

Groscavallo

Groscavallo, otto giovani sfidano la bufera sulle Alpi Graie e tornano all’alba con un ferito

Hanno puntato la montagna nel giorno sbagliato, con l’equipaggiamento sbagliato e – forse – con l’obiettivo sbagliato. Otto giovani di nazionalità indiano-pakistana hanno raggiunto Groscavallo a bordo di un pulmino e si sono incamminati verso il Vallone di Sea, direzione bivacco Gias Nuovo, mentre oltre i 1.200 metri nevicava copiosamente e l’Arpa segnalava rischio valanghe marcato. Una notte all’addiaccio, il rientro il giorno dopo con uno di loro dolorante a una gamba e a un piede. È finita senza soccorso e senza tragedia. Ma poteva andare diversamente.

Il gruppo sarebbe partito nei giorni scorsi, in piena ondata di maltempo, quando le ultime nevicate avevano depositato nuova neve su un manto già instabile. In quota, oltre un metro e mezzo di accumuli e temperature notturne scese sotto lo zero. Indumenti inadatti, scarpe da ginnastica, abiti che si sarebbero inzuppati nel giro di poco. Un azzardo su pendii che, con quelle condizioni, possono trasformarsi in trappole.

Le versioni raccolte tra chi li avrebbe visti partire parlano di un’escursione verso il Gias Nuovo. Ma circola un’altra ipotesi: che l’obiettivo fosse attraversare le Alpi Graie per raggiungere la Francia, evitando i controlli più serrati lungo la Val di Susa, dove la Gendarmerie presidia il confine anche con droni. Dalle Valli di Lanzo, lo sconfinamento è meno battuto. In estate, con sentieri asciutti e giornate lunghe, è un percorso duro ma affrontabile. In inverno, con neve profonda e rischio distacchi, diventa una scommessa sulla pelle.

C’è un dettaglio che complica il quadro: i giovani, riferiscono alcuni, sarebbero abituati alla montagna. Gli alpinisti pakistani sono noti per resistenza e abilità su terreni severi. Ma l’esperienza non annulla i pericoli di un versante carico di neve fresca, con strati sovrapposti pronti a scivolare. La differenza, in questi casi, la fa l’equipaggiamento e la conoscenza puntuale del rischio locale. E qui i segnali raccontano altro.

L’unica certezza è che la comitiva ha trascorso una notte all’addiaccio. Dove esattamente non è chiaro. Il giorno successivo qualcuno li ha notati rientrare verso valle. Uno di loro lamentava dolori intensi a una gamba e a un piede: sintomi compatibili con un principio di congelamento, soprattutto se si considera l’abbigliamento inadeguato e le temperature notturne. Non risultano richieste di aiuto partite dal gruppo. E nessuno li avrebbe soccorsi durante la permanenza in quota.

Solo in un secondo momento un elicottero dei vigili del fuoco ha sorvolato a lungo l’area delle Levanne e del Vallone di Sea, come a voler scandagliare un territorio che, in quei giorni, era una distesa bianca e silenziosa. Un volo di verifica, mentre a valle si ricostruivano a fatica i contorni della vicenda.

Le Alpi Graie non sono una cartolina. Sono un ambiente severo, soprattutto d’inverno. I bollettini nivologici parlavano chiaro: dopo le nevicate, il pericolo era elevato, con possibili distacchi spontanei e provocati. Camminare su pendii carichi, senza ramponi, senza ciaspole, senza indumenti tecnici, significa moltiplicare i rischi. L’ipotermia può insorgere rapidamente, l’orientamento si perde con facilità quando la visibilità cala. E una valanga non concede seconde possibilità.

Resta l’interrogativo sulla motivazione del tentativo. Se davvero l’intenzione era quella di tagliare verso il confine francese, la scelta del periodo appare incomprensibile. D’inverno, con accumuli così importanti, anche guide esperte pianificano con cautela ogni traversata. Per chi non conosce i versanti, i canali e le linee di fuga, l’errore è dietro l’angolo.

Il rientro a valle ha evitato l’epilogo peggiore. Nessuna denuncia di dispersi, nessun recupero in extremis, nessun bollettino tragico. Ma l’episodio riaccende l’attenzione su un fenomeno che, a fasi alterne, torna a manifestarsi: l’idea che le montagne possano diventare corridoi alternativi ai controlli ufficiali. D’estate, i sentieri sono un banco di prova. D’inverno, con oltre un metro e mezzo di neve e termometro sotto zero, sono una roulette.

A Groscavallo e Forno Alpi Graie si racconta la vicenda con un misto di incredulità e sollievo. Assurda, dicono in molti. E a lieto fine, per fortuna. Perché tra le Levanne e il Vallone di Sea la linea che separa un’escursione da una tragedia è sottile. Basta una lastra che cede, un piede che affonda, un bivacco mancato.

La montagna non fa sconti. Nemmeno a chi è abituato a salire in alto. E quando i bollettini parlano di rischio marcato, non è un avviso formale: è un confine da rispettare. In questa storia, l’alba ha riportato tutti a valle. È andata bene. Ma sulle Alpi Graie, in questi giorni, sarebbe bastato poco per scrivere un’altra cronaca.

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