Cerca

Cronaca

Bloccati tre notti al Bivacco Berrone tra vento e rischio valanghe

Due scialpinisti svizzeri bloccati tre notti al Bivacco Berrone, salvati dall’elicottero dei Vigili del Fuoco tra Bardonecchia e Oulx

Tre notti aggrappati a un bivacco: il salvataggio di due scialpinisti svizzeri tra Bardonecchia e Oulx

Bloccati tre notti al Bivacco Berrone tra vento e rischio valanghe

Il vento che scuote le lamiere del bivacco, la neve che si accumula sui versanti e il silenzio interrotto solo dalle raffiche. Per tre notti e due giorni Jane Beaud e Baptiste Spicher, scialpinisti svizzeri esperti, sono rimasti bloccati al Bivacco Berrone, tra Bardonecchia e Oulx, in alta Valle di Susa. Non un incidente, ma una scelta forzata dalla montagna invernale, che ha imposto lo stop. A riportarli a valle è stata una finestra di bel tempo sfruttata dall’elicottero “Drago” dei Vigili del Fuoco.

Tutto comincia domenica 15 febbraio 2026. I due partono da Rochemolles, dove lasciano l’auto, diretti verso il Bivacco Berrone. L’obiettivo è una classica uscita scialpinistica con pernottamento in quota. Arrivano al riparo e decidono di trascorrere lì la notte, in un ambiente essenziale ma sicuro.

La mattina successiva, però, il quadro cambia. Lunedì 16 febbraio il vento si intensifica e il pericolo valanghe sale. I bollettini indicano condizioni critiche sui pendii. Proseguire significherebbe esporsi a un rischio elevato. Beaud e Spicher scelgono di non muoversi. Restare al bivacco diventa l’unica opzione ragionevole.

Riconoscono un errore di valutazione nella pianificazione meteo iniziale. Prima contattano una guida svizzera amica per confrontarsi sulla situazione, poi decidono di allertare i soccorsi. Non si tratta di un’emergenza medica, ma di una condizione di blocco che potrebbe prolungarsi. La montagna, in inverno, non concede margini a decisioni impulsive.

Martedì 17 e mercoledì 18 febbraio trascorrono ancora al Bivacco Berrone. Fuori il vento continua a tagliare la cresta, la neve resta instabile. Dentro, i due gestiscono con lucidità le risorse. Hanno viveri sufficienti, abbigliamento adeguato e il necessario per scaldarsi. Elementi che fanno la differenza quando l’attesa si allunga oltre il previsto.

Il bivacco diventa un presidio di resistenza. Nessun tentativo azzardato di discesa, nessuna fuga in condizioni proibitive. La scelta è quella di aspettare. Una decisione che trasforma una potenziale tragedia in una vicenda di prudenza e autocontrollo.

La svolta arriva la mattina successiva, quando le condizioni meteo migliorano. Si apre una breve finestra di operatività. L’elicottero “Drago” del reparto volo dei Vigili del Fuoco del comando provinciale può finalmente decollare e raggiungere il bivacco.

L’intervento è rapido. Il velivolo si avvicina al riparo in quota, carica i due scialpinisti e li trasporta all’area di atterraggio di Bardonecchia. Ad attenderli c’è anche il vicesindaco Vittorio Montabone. Le condizioni dei due sono buone: nessun trauma, solo la stanchezza accumulata in giorni sospesi tra prudenza e incertezza.

La vicenda si chiude senza conseguenze fisiche, ma lascia alcune riflessioni. La prima riguarda la lettura dei bollettini meteo-nivologici. In inverno, la montagna cambia volto in poche ore. Una pianificazione che non tenga conto di evoluzioni rapide può esporre a rischi significativi.

La seconda riguarda la preparazione. Disporre di viveri, attrezzatura adeguata e capacità di gestione delle risorse ha permesso ai due scialpinisti di mantenere buone condizioni fisiche e mentali. In quota, l’autosufficienza non è un optional.

C’è poi il tema della responsabilità personale. Ammettere un errore di valutazione non è scontato. In questo caso, la scelta di fermarsi e di chiedere aiuto ha dimostrato consapevolezza dei limiti imposti dall’ambiente alpino.

Infine, l’efficienza dei soccorsi. L’elicottero dei Vigili del Fuoco ha operato appena le condizioni lo hanno consentito, sfruttando una finestra di volo che non poteva essere anticipata. In montagna, il tempo del soccorso è legato al tempo atmosferico.

Il Bivacco Berrone resta lì, essenziale e isolato, testimone di una storia che poteva avere un altro epilogo. Questa volta ha rappresentato un rifugio sicuro, non un punto di partenza per un azzardo.

Tre notti nel vento, due giorni di attesa, poi il rientro. Non un’impresa da celebrare, ma un promemoria su come si affronta la montagna invernale: con rispetto, prudenza e la capacità di fermarsi quando serve.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori