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18 Febbraio 2026 - 23:48
Crans-Montana, l’attesa che non finisce: cresce il numero dei feriti italiani. Un morto
Se fosse confermata, sarebbe la frase più pesante di tutta l’inchiesta. «Dicevano che le porte dovevano rimanere chiuse».
A pronunciarla davanti alla polizia è stato Jankovic Predrag, l’addetto alla sicurezza in servizio la notte di Capodanno al Constellation di Crans-Montana, il locale dove un incendio ha provocato 41 morti e 115 feriti. Parole che, se accolte dagli inquirenti come attendibili, rischiano di aggravare in modo decisivo la posizione dei proprietari Jacques e Jessica Moretti.
Perché al centro della tragedia non c’è solo il fuoco, ma la fuga. E il sospetto che quella fuga sia stata ostacolata.
Subito dopo la strage era emerso che una porta al piano terreno fosse stata chiusa con un chiavistello. Jacques Moretti aveva attribuito la responsabilità a un dipendente. L’uscita del locale interrato, invece, risultava bloccata da uno sgabello che – sempre secondo il proprietario – avrebbe potuto essere stato spostato da un cliente.
La testimonianza del buttafuori cambia prospettiva.
«Ho sentito parlare Jessica con i suoi collaboratori – ha riferito – dicevano che le porte dovevano rimanere chiuse».
Il motivo, secondo l’accusa formulata dall’uomo, sarebbe stato evitare che i clienti entrassero senza pagare. Una prassi che, se dimostrata, trasformerebbe una scelta commerciale in un potenziale elemento di responsabilità penale.
Predrag non parla per sentito dire generico: colloca l’ordine in un contesto operativo, in una catena di comando informale ma concreta. Un dettaglio che pesa.
Nella sua deposizione, alla quale hanno assistito numerosi legali delle parti civili oltre allo stesso Jacques Moretti, sono emersi altri particolari su quella notte. Al Constellation c’erano alcune centinaia di adolescenti, molti dei quali quindicenni, che secondo le norme svizzere non avrebbero potuto entrare.

«Il mio compito era anche di controllare i documenti – ha spiegato – ma se erano tavoli che spendevano e prendevano bottiglie avevo indicazione di far entrare».
In altre parole, i gruppi con prenotazione e consumo garantito non venivano controllati con rigore. Un’ammissione che delinea un sistema flessibile, dove l’incasso sembrava prevalere sulle verifiche.
Predrag ha ricostruito anche i minuti immediatamente successivi allo scoppio dell’incendio.
«Quando ho visto il fumo uscire dal sotterraneo ho cercato di scendere e ho incrociato Jessica Moretti che stava salendo le scale per uscire dal locale».
La proprietaria aveva già dichiarato di essere uscita per chiamare i soccorsi. Ora quella dinamica viene riletta alla luce di una scena concitata, con scale percorse in direzioni opposte mentre il fumo si faceva sempre più denso.
Predrag, falegname che lavorava saltuariamente per l’agenzia di sicurezza ingaggiata dai Moretti per la serata di Capodanno, è rimasto ferito quella notte. Ha sporto denuncia per lesioni e si è costituito parte civile. Il suo collega Stefan Ivanovic è morto durante i soccorsi.
Nell’ultimo interrogatorio ai coniugi Moretti era emerso che, pur essendo presenti due addetti alla sicurezza, nella contabilità risultava uno solo. Predrag ha dichiarato di essere stato pagato esclusivamente in contanti. Un’affermazione contestata dai legali della difesa. Anche questo dettaglio contribuisce a disegnare il quadro di una gestione che ora finisce sotto la lente insieme alle questioni di sicurezza.
Le accuse del buttafuori arrivano nello stesso giorno in cui è stato versato l’importo della cauzione cautelare da 200mila franchi a carico di Jessica Moretti, stabilita il 12 gennaio dal Tribunale per le misure coercitive.
Prosegue inoltre la procedura di ricusazione nei confronti delle magistrate che si sono occupate dell’inchiesta, inclusa la procuratrice generale Béatrice Pilloud. La richiesta, presentata da un legale delle vittime, è ora all’esame del Tribunale cantonale.
Giovedì a Berna è prevista una riunione tra la Procura di Roma e quella di Sion per decidere sulla costituzione di una squadra investigativa comune, richiesta dal governo italiano e finora oggetto di resistenze da parte dei magistrati del Vallese. Al tavolo siederanno il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, l’aggiunto Giovanni Conso e il sostituto Stefano Opilio. Un passaggio che potrebbe incidere anche sulle relazioni tra Italia e Svizzera, fino all’eventuale rientro a Berna dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, richiamato dopo la scarcerazione di Jacques Moretti.
In mezzo a procedure, cauzioni, ricorsi e vertici diplomatici, resta quella frase.
«Le porte dovevano rimanere chiuse».
In un locale sotterraneo pieno di adolescenti, con la musica alta e la notte che prometteva festa. Se quella scelta fosse stata dettata da logiche di incasso e non di sicurezza, il processo dovrà chiarire non soltanto le responsabilità individuali, ma anche come un dettaglio apparentemente marginale possa trasformarsi nel punto di non ritorno di una tragedia.
Perché, in certe notti, la differenza tra vita e morte può stare tutta in una porta che si apre. O che resta chiusa.
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